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Iran prossimo obbiettivo di Trump dopo Caracas?
di
Leandro Leggeri
Media israeliani e importanti esponenti politici statunitensi stanno apertamente evocando uno scenario di intervento contro l’Iran, sulla scia dell’operazione militare statunitense che ha portato al sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Secondo The Jerusalem Post, Washington starebbe valutando una qualche forma di “intervento” legato alle proteste in Iran, mentre ambienti israeliani interpretano l’azione contro Caracas come un segnale di abbassamento della soglia di rischio da parte dell’amministrazione Trump per interventi diretti contro governi ostili.
Le indiscrezioni arrivano dopo le dichiarazioni del senatore repubblicano Lindsey Graham, che su Fox News ha parlato apertamente di “cambio di regime”, indossando un cappellino con la scritta “Make Iran Great Again” e auspicando che il 2026 sia “l’anno in cui rendere grande l’Iran”.
Il clima si è ulteriormente surriscaldato dopo che il presidente Donald Trump ha minacciato pubblicamente di “intervenire per salvare il popolo iraniano” qualora le autorità di Teheran rispondessero duramente alle proteste in corso, scoppiate sullo sfondo di una grave crisi economica e valutaria, con il crollo del rial sotto il peso delle sanzioni statunitensi.
Secondo fonti citate da Middle East Eye, almeno 16 persone sono state uccise durante le proteste, mentre diversi esponenti repubblicani – tra cui l’ex segretario di Stato Mike Pompeo – hanno paragonato apertamente la caduta di Maduro a un possibile scenario iraniano.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si trovava negli Stati Uniti nei giorni precedenti l’attacco al Venezuela, ha espresso pubblicamente il proprio sostegno alle proteste in Iran, affermando che “potremmo trovarci in un momento in cui il popolo iraniano prende il proprio destino nelle proprie mani”.
L’insieme di segnali politici, dichiarazioni mediatiche e precedenti militari recenti sta alimentando timori di una nuova escalation regionale, con l’Iran sempre più indicato come prossimo obiettivo strategico di Washington e Tel Aviv.
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