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01 gennaio 2026
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Testimonianza di Rami, scampato a Sde Teiman - parte 2
di Samir Al Qaryouti

Bendato… tra la porta della cella e la fila della repressione

Tra le mura del centro di detenzione militare di #Ofer, ho vissuto uno dei capitoli più crudeli della mia vita... un capitolo in cui le "spedizioni repressive" (qama’at) erano un rito quasi quotidiano, arrivavano senza preavviso e si abbattevano sulla sezione come una tempesta notturna spietata.

La sezione comprendeva dieci stanze di cemento, e in ogni stanza risiedevano venti detenuti. Con l’arrivo della notte, spesso dopo le dieci, tutto iniziava improvvisamente: passi rapidi, porte percosse con forza, voci severe dal cui tono capivi che l'irruzione era iniziata. Più di cinquanta agenti delle unità di repressione si lanciavano all'interno, mascherati, pesantemente armati, come se stessero entrando in un campo di battaglia e non in stanze abitate da detenuti stremati dalla fatica.

Sentivamo il loro movimento prima ancora che raggiungessero la stanza bersaglio. Le grida si alzavano, gli ordini volavano e tutti venivamo costretti a sdraiarci a terra sulla pancia, con le mani sopra la testa e i volti rivolti al suolo. Poi le porte delle stanze venivano aperte una ad una, e ci veniva chiesto di avanzare verso la porta individualmente, a testa china e schiena curva.

Successivamente iniziava la perquisizione, con estremo rigore e palese crudeltà: teste sbattute contro il muro e calci ovunque, come se l'obiettivo non fosse solo una perquisizione, ma spezzare la volontà umana.

Ma la cosa più difficile non era la perquisizione in sé... bensì il percorso che facevamo dopo. Un lungo corridoio lungo tutta la sezione, dove venivamo messi in fila circondati da soldati disposti su entrambi i lati; passavamo tra loro bendati e ammanettati, cercando solo di raggiungere la stretta cella dove i corpi venivano ammassati oltre la loro capienza, come se il luogo stesso si restringesse deliberatamente su di noi.

Queste azioni repressive si ripetevano più volte, a volte per giorni consecutivi, senza spiegazioni né soste. Ho trascorso sei mesi a Ofer sotto il peso di questa cruda routine; una routine che non lascia nella memoria solo immagini, ma una sensazione costante di vivere in uno stato di allerta senza fine, dove la notte può trasformarsi in un istante in una nuova prova.

Nonostante tutto ciò, è rimasto dentro di noi qualcosa che queste pratiche non possono estirpare: la consapevolezza di essere resilienti e che lo spirito è più forte delle mura, delle serrature e delle grida.

Rami Abu Zubaydah

La prima parte

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