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Mohammad Hannoun: provvedimento basato su documenti di Tel Aviv
di Paolo Mossetti
Il Manifesto e L'Unità (che è ormai poco più di un blog) sono i soli due quotidiani a tenere in prima pagina il caso Mohammad Hannoun.
Senza nessuna solidarietà con l'islamismo radicale, bensì con molta preoccupazione per i contorni della vicenda, l'influenza dei servizi israeliani sulle indagini, la complessa realtà del welfare mediato da Hamas e le implicazioni repressive per le piazze e il Pd di Schlein (preso di mira dall'alleanza tra destra post-fascista e "riformisti").
Altrove, nemmeno un boxetto o si torna ai linguaggi questurini della stampa di centrosinistra del 2014-2023, mentre podcaster e divulgatori di tendenza tornano nel terreno comodo del true crime o di guerre lontane che non fanno litigare nessuno.
Prendiamoci cinque minuti per leggere il Manifesto allora, dove l'ottimo Mario Di Vito ci spiega come l’arresto di Hannoun segni un cambio di paradigma più politico che giudiziario, e come dopo il 7 ottobre 2023 il quadro sia cambiato.
Un estratto:
«È stato arrestato soltanto sabato scorso, ma è almeno dal 1991 che il leader dell’associazione palestinese d’Italia Mohammad Hannoun – 64 anni, residente a Genova dal 1983 – è noto alle autorità. Risale a 35 anni fa, infatti, la prima informativa della Digos che parlava dei suoi contatti con la quasi neonata Hamas.
La circostanza è stata già affrontata due volte dal tribunale del capoluogo ligure (nel 2006 e nel 2010) e in entrambi i casi le richieste – che, come quest’ultima, partivano dall’assunto che le raccolte solidali servano in realtà a sovvenzionare la lotta armata – sono finite in un nulla di fatto: per non volerlo in giudizio e poi su richiesta della stessa procura, che non riteneva di avere abbastanza elementi da portare in giudizio.
Adesso però le cose sono cambiate: Hannoun non è più un simpatizzante con i suoi contatti – forse pericolosi, di sicuro conosciuti da decenni – ma il «vertice della cellula italiana» di Hamas.
Il fatto è che dagli attacchi del 7 ottobre del 2023 è cambiata la considerazione che si ha di molte delle associazioni che operano sulla Striscia di Gaza. Da quella data, infatti, le autorità israeliane hanno inserito nella black list dei gruppi terroristici molte realtà che lavorano nella zona da decenni. Tra cui quelle finite nell’inchiesta cominciata proprio alla fine del 2023 subito dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre.
Nel marzo del 2024, la posizione di Hannoun viene valutata dal gip Maurizio De Mattia, che respinge una richiesta d’arresto dell’allora sostituto procuratore di Genova, dicendo che «se dagli atti d’indagine emerge una certa condizione di legame ideale dell’associazione in questione con Hamas», anche perché «non stupisce che militanti della causa palestinese frequentino esponenti di quello che è il più importante gruppo palestinese», da tenere presente che «la mera condivisione di valori ideologici non può integrare di per sé il reato di terrorismo».
NEL MARZO del 2006, la posizione di Hannoun viene valutata dal gip Maurizio De Mattis, che respinge una richiesta d’arresto dall’allora sostituto Nicola Piacente (oggi capo della procura di Genova) dicendo che «dagli atti d’indagine non emerge una certa condivisione degli ideali dell’associazione in questione da parte dell’indagato, bensì scarsa vitalità di militanza e frequentazioni e manifestazioni di simpatia verso Hamas», anche perché «non stupisce che militanti della causa palestinese frequentino esponenti di quello che è il più importante gruppo palestinese», da tenere presente che siamo all’indomani della vittoria elettorale di Hamas.
L’indagine, comunque, oltre alle intercettazioni telefoniche che mostravano la «certa condivisione» di cui sopra, non era riuscita a trovare «gravi indizi di un finanziamento diretto alle attività di lotta armata». E parliamo di condotte in tutto e per tutto uguali a quelle che hanno portato alle recenti blitz giudiziari.
LA GIUDICE Carpani decide poi, nelle dieci pagine della sua ordinanza, di ricostruire la storia di Hamas per concludere che «alla politica e alla militare» sono la stessa cosa e che, dunque, «anche a fare con la prima equivale ad avere a che fare anche con la seconda»: per questo non fa niente se i pm non hanno scoperto ordini né piani operativi che colleghino direttamente i fondi sequestrati a gruppi armati o atti violenti.
C’entra molto il cambio di paradigma arrivato dopo il 7 ottobre del 2023: Israele ha cominciato a trattare le ong della Striscia (e non solo) alla stregua di organizzazioni terroristiche sfruttando il fatto che lavorare a Gaza significa inevitabilmente avere a che fare con Hamas, che lì controlla in maniera totale le istituzioni. Attuare una qualsiasi forma di cooperazione giudiziaria con Tel Aviv vuol dire accettare questa visione delle cose: i palestinesi — e chi li aiuta — sono tutti terroristi.
E COSÌ CHE, dalla fine del 2023, Hanno si è visto ad esempio chiudere i propri conti correnti personali e quelli delle associazioni per decisione degli istituti bancari dove erano ospitati proprio perché ritenuti fonti di approvvigionamento di Hamas. Così, ad ogni modo, si spiegano i tanti contanti sequestrati dalla polizia e dalla guardia di finanza e i frequenti viaggi in Turchia dell’attivista per depositare questi fondi (oltre 8 milioni di euro confiscati in totale).
PER DIRE che le associazioni finite sotto inchiesta insieme ad Hanno non sono legate ad Hamas, la gip fa riferimento a documentazione trasmessa via rogatoria da Tel Aviv per cinque volte tra il 2003 e il 2005 e ad altre carte fornite spontaneamente dalla competente autorità di Israele il primo luglio e il 21 agosto del 2025. Sono informazioni di intelligence in cui si sostiene che diverse associazioni ed enti, tra cui quelli citati nell’inchiesta in corso, non siano altro che hub per il finanziamento di Hamas.
E qui torna utile il provvedimento firmato nel gennaio del 2010 dalla pm Francesca Nanni, che nel chiedere l’archiviazione di un fascicolo per terrorismo che coinvolgeva Hanno, parlò della difficoltà, in alcuni casi impossibilità, di utilizzo del materiale trasmesso da Israele, spesso raccolto nel caso di vere e proprie operazioni militari, peraltro senza l’osservanza dei principi fondamentali che regolano l’acquisizione delle prove nel nostro ordinamento.
In fondo, in uno stato di diritto non si dovrebbe prendere per oro colato quello che arriva dall’apparato militare di un paese che sta facendo la guerra».
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