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Mohammad Hannoun: social e media come tribunali
di Leandro Leggeri
Sono basito.
Non tanto dal merito della vicenda Hannoun – su cui, piaccia o no, dovrà pronunciarsi un giudice – ma da ciò che sta accadendo mentre l’indagine è ancora aperta.
Politici e giornali hanno già deciso. La sentenza è scritta, il verdetto è noto: colpevole. Non indagato, non imputato, non presunto. Colpevole. Il processo, se mai ci sarà, servirà al massimo come nota a piè di pagina.
Il tutto mentre sappiamo che una parte significativa del materiale raccolto proviene dai servizi segreti israeliani. E mentre penalisti di primo piano – non militanti, non simpatizzanti di Hamas, ma giuristi – ricordano una verità elementare: i documenti di intelligence, da soli, non sono prove.
Non perché siano necessariamente falsi – anche se il tempismo è quantomeno sospetto – ma perché in uno Stato di diritto le prove si formano in aula, si verificano, si discutono, si contestano. Altrimenti non sono prove: sono dossier.
Formalmente, certo, tutti continuano a ripetere il rituale: innocente fino a prova contraria. Sostanzialmente, però, l’innocenza è già evaporata. Lo si capisce dal linguaggio, dalle domande, dalle prese di distanza “doverose”, dall’imbarazzo che si pretende come atto di fede. Se non ti dissoci abbastanza, sei sospetto. Se non abbassi la testa, sei colpevole.
È così che la gogna – abolita da secoli dal diritto – rientra dalla finestra. Non come pena codificata, ma come sanzione sociale anticipata, irrevocabile, inflitta prima e indipendentemente da qualsiasi sentenza. Anni di processi, se va bene, e intanto la condanna è già stata eseguita.
A questo punto viene da chiedersi perché fingere. Chiudiamo i tribunali, risparmiamo tempo e risorse. Mandiamo magistrati e avvocati a fare altro e decidiamo tutto sui social:
pollice alzato, il fatto non sussiste;
cuoricino, assolto;
faccina arrabbiata, colpevole.
Il problema non è Hannoun. Il problema è il precedente. Perché quando un’indagine basta a distruggere una persona, quando l’accusa diventa automaticamente colpa, quando la prova è sostituita dal clima, allora non stiamo più parlando di giustizia. Stiamo parlando di qualcos’altro.
E quel qualcos’altro, storicamente, non finisce mai bene.
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