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07 marzo 2024
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Daspo Ovunque, Giustizia da nessuna parte
di Federica Borlizzi *

Il sindacato di polizia SAP (sì, quello degli applausi agli agenti condannati per l’omicidio Aldrovandi) ha proposto, con il plauso del Governo, di introdurre il Daspo per i manifestanti. Riemerge, insomma, una vecchia idea di Maroni che, già nel 2010, auspicava l’introduzione dei divieti di accesso nelle piazze.

Ma cos’è il DASPO?

Acronimo di Divieto di Accesso alla manifestazioni SPOrtive, questo strumento è stato introdotto nel nostro ordinamento nel 1989, in seguito alla tristemente nota “Strage dell’Heysel”. Si tratta di un divieto di accesso negli stadi, disposto dal Questore (senza convalida del Giudice), che colpisce i tifosi violenti o presunti tali.

In questi ultimi 35 anni, il Daspo è stato oggetto di continui interventi normativi: ad ogni episodio di violenza che si verifica negli stadi (dai casi Spagnolo a Raciti) si emana un decreto legge che estende a dismisura l’applicazione di questa misura (oggi si arriva ad avere un Daspo fino a 10 anni e il divieto di accesso viene emanata anche per il possesso di meri fumogeni).

Nei fatti, gli stadi sono un vero e proprio laboratorio per la sperimentazione di pratiche repressive (si veda la “flagranza differita” introdotta per le manifestazioni sportive già nel 2003) e gli ultrà sono progressivamente divenuti destinatari di una disciplina dotata di caratteri di assoluta specialità.

Si asseriva che tale allontanamento dal baricentro dei principi fosse giustificato dalle peculiarità proprie della violenza da stadio, il cui contenimento richiedeva l’utilizzo di strumenti d’eccezione. Tuttavia, già agli inizi degli anni 2000, le tifoserie organizzate avvertivano: “leggi speciali, oggi per gli ultrà, domani per tutta la città”.

Una profezia destinata ad avverarsi.

Infatti, nel 2017, il Ministro dell’Interno Minniti decide di utilizzare lo strumento del Daspo a tutela della “sicurezza urbana”. Il cd “Daspo urbano” assume una pluralità di forme e, come accaduto negli stadi, è oggetto di continui irrigidimenti della disciplina ad opera dei vari decreti legge che si sono susseguiti: i decreti sicurezza Salvini (2018, 2019); il decreto Lamorgese (2020); il decreto Caivano (2023).

Nei fatti, questo strumento è usato per colpire i marginali delle nostre città e, con il tristemente noto “Daspo Willy”, il disagio giovanile.

Uno strumento pericolosissimo che acuisce i processi di marginalizzazione e di criminalizzazione di intere categorie di persone. In particolare, l’ordine di allontanamento (c.d. “mini-daspo”) di 48h disposto dalle forze di polizia colpisce chi, in determinate zone della città, pone in essere delle condotte ritenute “indecorose”. Destinatari di questo provvedimento sono senzatetto; mendicanti; venditori ambulanti; sex workers.

Se si viola questo “ordine di allontanamento” si è, poi, destinatari di un “divieto di accesso” disposto dal Questore, che può giungere fino ad 1 anno e che, se violato, comporta la pena dell’arresto fino ad 1 anno.

Dunque, nelle nostre città, intere categorie di individui, vengono criminalizzati per una mera condizione personale e, anche se le loro condotte sono prive di offensività, rischiano l’arresto.

Il “Daspo Willy” colpisce, invece, chi è anche solo denunciato per “gravi disordini” avvenuti all’interno dei locali pubblici o nelle “immediate vicinanze” degli stessi (sic!).

Questo divieto di accesso, cui si accompagna sempre un fumoso “divieto di stazionamento”, può essere disposto dal Questore fino a 3 anni e, se violato, comporta una pena spropositata: fino a 3 anni di reclusione più una multa fino a 24 mila euro. Si tratta di un provvedimento di cui sono destinatari ragazzi giovanissimi, tra cui molti minori, sottoposti ad una spirale di criminalizzazione secondaria, con un chiaro effetto criminogeno.

Alcuni importanti e complessi fenomeni sociali, come quelli legati alla violenza giovanile, sono affrontati con questi pericolosi strumenti vessatori, che hanno come unico effetto quello di allontanare i giovani “problematici” o presunti tali dai luoghi di aggregazione, favorendone i processi di stigmatizzazione e il loro ingresso nelle carceri.

Insomma, una volta sdoganato l’utilizzo del divieto di accesso in campi diversi da quello prettamente calcistico, vi è stato quasi l’affannarsi ad invocare il Daspo come mezzo utile per tutte le stagioni e tutte le materie (si veda, ad esempio, la proposta del c.d. Daspo “social” o quello per gli artisti che “fanno politica” sui palcoscenici della RAI).

Vi è sicuramente una certa fascinazione per tale strumento, che -d’altronde - è dotato della particolare forza evocativa del “confino”: “arma silenziosa del regime fascista”.

Ecco, allora, che spunta fuori l’immancabile proposta del “Daspo dalle piazze”, che ben si coniuga con le normativa degli ultimi anni che hanno comportato una criminalizzazione dei manifestanti: dalla flagranza differita per le manifestazioni politiche (introdotta nel 2017, sempre da Minniti), all’esclusione della particolare tenuità del fatto per i reati di resistenza a Pubblico Ufficiale, alla previsione di pene fino a 4 anni per chi accende un fumogeno; passando per la recente legislazione contro gli attivisti climatici che ha comportato un aumento spropositato delle pene per il reato di imbrattamento (fino a 1 anno di reclusione) e di danneggiamento (fino a 5 anni di reclusione più una multa fino a 10.000 euro).

Il “Daspo dalle piazze” rappresenterebbe un terribile strumento a disposizioni dei Questori per inibire la partecipazioni alle manifestazioni a chi è considerato “pericoloso”, per mere denunce o magari anche solo per “segnalazioni di polizia”. Una pericolosissima misura discrezionale che rischia di violare quella “libertà di riunione” prevista dall’art.17 della Costituzione e già gravemente compromessa.

Una ulteriore torsione autoritaria, propugnata da chi, legittimando gli abusi di polizia e criminalizzando ogni forma di dissenso, vorrebbe giungere all’ossimoro di una “Democrazia senza conflitto”. * Giurista

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