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Era
un agente di polizia penitenziaria
di
Vincenzo Andraous
Rientravo
in carcere come accade ogni sera da qualche decennio, e non
perché io sia un funzionario della Casa Circondariale, ma
perché la mia condizione è quella di cittadino detenuto per
metà libero, infatti di giorno svolgo la mia attività lavorativa,
mantengo le relazioni famigliari, affettive e sociali, mentre
la sera ritorno nella mia cella a fare i conti non più solo
con i pesi del passato, ma con il futuro che è già oggi.
Ho
saputo che un altro uomo se ne è andato dal carcere, ma non
è fuggito, nè ha agito disperatamente, non è morto dentro
un'azione personale muta e sorda, è scomparso per un accidente,
un arresto cardiaco, non era un detenuto, ma un Agente di
Polizia Penitenziaria. Un episodio come tanti altri, che può
accadere tutti i giorni e a chiunque, se non fosse che quest'uomo
io lo conoscevo, risultando una persona profondamente umana
e rispettosa del proprio ruolo, e della condizione di tanti
altri uomini privati della libertà.
Umanità
e giustizia hanno parentela stretta, storie che non sono di
ieri, ma di tempi trapassati, che però hanno temprato gli
individui, le generazioni, le società, imparando anche dentro
una galera a crescere insieme, rispettando se stessi e gli
altri. E questo nonostante il carcere sia ridotto a una arena
di residualità di poco interesse.
Un Agente che sapeva distinguersi, ascoltare, consegnare una
parola non soltanto di conforto, ma precisa nell'informare
chi era in difficoltà, un agente che non ha mai lesinato accenti
autorevoli per rendere corretta e quindi applicabile la norma.
Un uomo consapevole della propria professionalità, dell'importanza
del proprio mandato, uno di quegli uomini che consentono di
accorciare le distanze, di sostituire alla parola ideologia
la parola risocializzazione, opponendo una volontà valoriale
dedicata a contrastare quella desensibilizzazione altamente
cancerogena che attraversa il carcere e buona parte del consorzio
sociale.
Anche
in una cella può accadere che l'uomo faccia un passo indietro
e possa avverarsi un dialogo costruttivo, leale, onesto, nella
consapevolezza di un nuovo percorso formativo e esistenziale,
uno spazio dove c'è una pena che, sì, sottoscrive la privazione
della libertà, ma allo stesso tempo obbliga al rispetto della
dignità di chi è detenuto, con la possibilità di svolgere
una prevenzione di forma e di contenuti appropriati a una
espiazione funzionale alla salvaguardia della collettività.
Nonostante i problemi endemici all'Amministrazione Penitenziaria,
da restringere drammaticamente la vivibilità del recluso,
c'è comunque speranza di avviarci verso un modo nuovo di intendere
la pena, il rispetto delle persone prigioniere o libere, degli
operatori penitenziari e degli uomini in cammino verso la
propria liberazione, reclamando con un comportamento dignitoso
e equilibrato quelle riforme necessarie e non più rinviabili.
Era un Agente di Polizia Penitenziaria, dalle buone maniere,
deputato a fare rispettare le regole e le norme, ma anche
una persona che non ci stava ad abdicare al suo dovere di
educatore e di operatore di giustizia, un riferimento che
con la sua presenza pacata e attenta, sapeva mettere pancia
a terra molte delle contraddizioni di cui si nutre il carcere,
ma soprattutto con il suo comportamento equilibrato, non contribuiva
mai a rafforzare una "collettività di distratti e noncuranti",
causa nefasta di quell'indifferenza dell'uomo verso l'uomo.
 
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