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Intercettazioni
: OdG e FNSI , emendamenti al ddl inadeguati
di
Mauro W. Giannini
Gli emendamenti al ddl Alfano non soddisfano il bisogno di
verità del Paese, come documentano gli ultimi fatti di cronaca
di straordinaria corruzione. Lo afferma Enzo Iacopino, neoeletto
presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti.
Per
Iacopino, "Non possono bastare le ipotizzate modifiche relativamente
a ciò che concerne il diritto costituzionale dei cittadini
ad avere una informazione libera, completa e veritiera. Gli
unici benefici previsti riguardano gli editori" mentre mentre
i giornalisti "continueranno a rischiare fino a 10.000 euro
di sanzione pecuniaria, il carcere e la sospensione dalla
professione inflitta con le stesse garanzie che esistono nei
Paesi totalitari".
"Non
è questo, forse - si chiede Jacopino - un ricatto permanente,
capace di condizionare la libertà anche dei più forti tra
noi giornalisti? E i cittadini? Non avranno la verità, non
sapranno che ci sono politici contigui alla ‘ndrangheta, non
sapranno come vengono truccati gli appalti per arricchire
questo o quello o pagare gli oneri di ristrutturazioni private,
non sapranno che vengono creati dossier per screditare un
avversario".
"E’
possibile che tutti i parlamentari si consegnino come prigionieri
a un ristretto gruppo di leader a causa di una legge elettorale
in base alla quale vengono di fatto nominati?" si chiede infine
il presidente dell'OdG.
"La
legge sulle intercettazioni rimane estremamente problematica,
illogica e sbagliata; nonostante tutti i tentativi di renderla
'potabile'", secondo il Segretario della Federazione Nazionale
della Stampa Italiana, Franco Siddi, e ai giornalisti in caso
di approvazione non resta che agire "dalla disobbedienza civile,
alla denuncia, al ricorso alla corte Europea per i Diritti
dell’Uomo di Strasburgo e alla lotta degli abusi e delle prepotenze".
Per
Siddi, "Il nodo sta nei principi che si infrangono. Far diventare
i padroni dei giornali proprietari dell’informazione, attraverso
lo strumento di multe, ancorché ridotte rispetto a quelle
iniziali, significa capovolgere i pilastri della libertà dell’informazione
e violare due leggi dello Stato, quella sulla stampa n. 47
del ’48, con cui la Costituente interpreta direttamente la
Carta Costituzionale; e quella n. 69 del 1963 che istituisce
l’ordinamento della professione giornalistica e pone in capo
ai giornalisti l’obbligo di fornire al pubblico un'informazione
'rispettosa della verità sostanziale dei fatti, osservati
sempre i doveri della lealtà e della buona fede'".
Siddi ricorda che "Nessuno chiede l’arbitrio per violare la
dignità delle persone ma i fatti e gli atti delle indagini,
specie quanto non più segreti devono essere pubblici e pubblicabili".
La proposta della FNSI e' quella dell'udienza filtro "perché
siano stralciati in origine atti estranei o dedicati ad aspetti
meritevoli di tutela assoluta per la dignità professionale
e il Giurì per la Lealtà dell’Informazione restano inascoltate
proposte".
"Chiediamo
di celebrare un’udienza filtro, nel corso della quale il gip
individui, d’intesa con il pm e i difensori degli indagati,
le intercettazioni che non risultano utili ai fini delle indagini"
spiega Andrea Morigi, Consigliere nazionale Fnsi appartenente
al gruppo Stampa Democratica: "Le conversazioni private,
i fatti manifestamente estranei all’inchiesta sarebbero così
poste in un archivio riservato, al quale le parti potrebbero
accedere, previa autorizzazione, senza poterne disporre. Sarebbe
un modo civile per impedire di essere tutti spiati, intercettati
e condannati al pubblico ludibrio in assenza di una condanna".
Morigi,
che e' contro la berlusconizzazione della protesta e ricorda
lo sciopero dei giornalisti contro il ddl Mastella (governo
Prodi) tre anni fa, denuncia che il ddl Alfano, come nel testo
attuale, introduce, dopo il comma 6-bis dell’articolo 114
del codice di procedura penale, un comma 6-ter che recita:
"Sono vietate la pubblicazione e la diffusione dei nomi
e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti
e processi penali loro affidati. Il divieto relativo alle
immagini non si applica all’ipotesi di cui all’articolo 147
delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie
del presente codice, nonché quando, ai fini dell’esercizio
del diritto di cronaca, la rappresentazione dell’avvenimento
non possa essere separata dall’immagine del magistrato".
"Significa
- nota Morigi - che non possiamo più scrivere il nome di un
giudice. Così non gli si consentirà di farsi pubblicità sui
giornali. È così ovvio lo spirito della norma, da nascondere
un altro squilibrio: se commettono un errore giudiziario,
non possiamo informarne i lettori. È per questo che la si
chiama legge-bavaglio, perché non rispetta il criterio giuridico
secondo il quale abusus non tollit usus: per impedire eccessi,
toglie diritti".
 
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