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07 luglio 2010
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Profughi respinti in Libia dall'Europa subiscono trattamenti inumani
di Tamara Gallera

Circa 350 profughi, fuggiti da crisi umanitarie nel Corno d'Africa, sono detenuti dal 30 giugno scorso nel centro di internamento di Al Braq, a 80 km da Sebah, nella Libia meridionale.

Lo stesso giorno l'Agenzia Habeshia e il Gruppo EveryOne, dopo aver parlato via telefono cellulare con alcuni dei detenuti, lanciavano un allarme internazionale: "Abbiamo appena ricevuto un appello urgente da parte di 350 profughi detenuti in Libia e trasferiti su camion dalla prigione di Mishratah (Misurata) a quella di Al Braq. Vi sono circa 80 bambini fra loro. Li colpiscono gravissime violenze: percosse, trattamenti inumani e degradanti, torture. 30 persone hanno subito gravi ferite e i testimoni riferiscono di 'un bagno di sangue'. I profughi minacciano il suicidio ingerendo sostanze tossiche, mentre gli agenti di sorveglianza proseguono la repressione. Sollecitiamo intervento urgente da parte dell'Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, dell'Alto Commissario Onu per i Rifugiati, del Consiglio d'Europa e delle organizzazioni internazionali per i Diritti Umani. Attendiamo notizie e contatti dal carcere, che riferiremo in tempo reale alle Istituzioni internazionali".

Le due oragnizzazioni per i diritti segnalavano inoltre che molti dei detenuti erano stati vittime di respingimenti da parte delle autorità italiane e maltesi. Due giorni dopo, lanciavano un nuovo allerta: alcuni dei profughi comunicavano di essere a rischio di deportazione nei Paesi di origine, dove correvano seri pericoli di vita. Delle persone ferite dalle guardie, inoltre, non si avevano più notizie e si temeva il peggio.

Il commissario ai Diritti Umani del Consiglio d'Europa Thomas Hammarberg contattava immediatamente il governo libico e scriveva al ministro dell'Interno italiano, Roberto Maroni, e al ministro degli Esteri, Franco Frattini, chiedendo di "collaborare al fine di chiarire con urgenza la situazione con il governo libico". "Nonostante le promesse - notano Habeshia ed EveryOne - fino ad ora la mediazione italiana è servita a poco o niente" e le due associazioni sono state costrette a sollevare un altro appello urgente con un messaggio alle Istituzioni Ue e alle Nazioni Unite.

"C'e stato un pestaggio e ci sono ancora dei feriti" riferisce Mussie Zerai, presidente di Habeshia, "solo perché hanno chiesto di essere portati in ospedale per ricevere cure mediche... Non c'è tempo da perdere bisogna intervenire subito per salvare queste persone da questa situazione". Il Gruppo EveryOne ha aggiunto che "molti dei profughi torturati e a rischio di immediata deportazione in Paesi in crisi umanitaria, fra cui il Sudan e l'Eritrea, provengono da respingimenti da Italia e Malta. Il Gruppo EveryOne vi chiede un intervento rapido per evitare che la tragedia umanitaria peggiori nelle prossime ore e per fermare definitivamente, con un provvedimento urgente, i respingimenti dall'Italia e da Malta, che avvengono in base a politiche xenofobe e a un accordo iniquo con la Libia, che viola in toto la Convenzione di Ginevra".

Solo pochi giorni fa il Consiglio d'Europa aveva ammonito i Paesi membri sul pericolo di respingere i migranti per il rischio di maltrattamenti nei Pesi di destinazione, mentre il Parlamento europeo aveva invitato i Paesi membri UE a non inviare i migranti in Libia per il rischio di pena di morte.


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Dossier immigrazione

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