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Profughi
respinti in Libia dall'Europa subiscono trattamenti inumani
di
Tamara Gallera
Circa 350 profughi, fuggiti da crisi umanitarie nel Corno
d'Africa, sono detenuti dal 30 giugno scorso nel centro di
internamento di Al Braq, a 80 km da Sebah, nella Libia meridionale.
Lo
stesso giorno l'Agenzia Habeshia e il Gruppo EveryOne, dopo
aver parlato via telefono cellulare con alcuni dei detenuti,
lanciavano un allarme internazionale: "Abbiamo appena ricevuto
un appello urgente da parte di 350 profughi detenuti in Libia
e trasferiti su camion dalla prigione di Mishratah (Misurata)
a quella di Al Braq. Vi sono circa 80 bambini fra loro. Li
colpiscono gravissime violenze: percosse, trattamenti inumani
e degradanti, torture. 30 persone hanno subito gravi ferite
e i testimoni riferiscono di 'un bagno di sangue'. I profughi
minacciano il suicidio ingerendo sostanze tossiche, mentre
gli agenti di sorveglianza proseguono la repressione. Sollecitiamo
intervento urgente da parte dell'Alto Commissario Onu per
i Diritti Umani, dell'Alto Commissario Onu per i Rifugiati,
del Consiglio d'Europa e delle organizzazioni internazionali
per i Diritti Umani. Attendiamo notizie e contatti dal carcere,
che riferiremo in tempo reale alle Istituzioni internazionali".
Le
due oragnizzazioni per i diritti segnalavano inoltre che molti
dei detenuti erano stati vittime di respingimenti da parte
delle autorità italiane e maltesi. Due giorni dopo, lanciavano
un nuovo allerta: alcuni dei profughi comunicavano di essere
a rischio di deportazione nei Paesi di origine, dove correvano
seri pericoli di vita. Delle persone ferite dalle guardie,
inoltre, non si avevano più notizie e si temeva il peggio.
Il
commissario ai Diritti Umani del Consiglio d'Europa Thomas
Hammarberg contattava immediatamente il governo libico e scriveva
al ministro dell'Interno italiano, Roberto Maroni, e al ministro
degli Esteri, Franco Frattini, chiedendo di "collaborare al
fine di chiarire con urgenza la situazione con il governo
libico". "Nonostante le promesse - notano Habeshia ed
EveryOne - fino ad ora la mediazione italiana è servita a
poco o niente" e le due associazioni sono state costrette
a sollevare un altro appello urgente con un messaggio alle
Istituzioni Ue e alle Nazioni Unite.
"C'e
stato un pestaggio e ci sono ancora dei feriti" riferisce
Mussie Zerai, presidente di Habeshia, "solo perché hanno chiesto
di essere portati in ospedale per ricevere cure mediche...
Non c'è tempo da perdere bisogna intervenire subito per salvare
queste persone da questa situazione". Il
Gruppo EveryOne ha aggiunto che "molti dei profughi torturati
e a rischio di immediata deportazione in Paesi in crisi umanitaria,
fra cui il Sudan e l'Eritrea, provengono da respingimenti
da Italia e Malta. Il Gruppo EveryOne vi chiede un intervento
rapido per evitare che la tragedia umanitaria peggiori nelle
prossime ore e per fermare definitivamente, con un provvedimento
urgente, i respingimenti dall'Italia e da Malta, che avvengono
in base a politiche xenofobe e a un accordo iniquo con la
Libia, che viola in toto la Convenzione di Ginevra".
Solo
pochi giorni fa il Consiglio d'Europa aveva ammonito i Paesi
membri sul pericolo
di respingere i migranti per il rischio di maltrattamenti
nei Pesi di destinazione, mentre il Parlamento europeo aveva
invitato i Paesi membri UE a non
inviare i migranti in Libia per il rischio di pena di
morte.
 
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