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Il
carcere che ancora non c'e'
riceviamo
e pubblichiamo
Del carcere si parla per levarci di torno un fastidio, per
non rendere giustizia a chi è stato offeso né a chi l'offesa
l'ha recata. Se ne parla per rendere nebulosa e poco chiara
ogni analisi, un messaggio annichilente che impedisce di intervenire.
Il detenuto non è un numero, invece la realtà che deborda
da una prigione è riconducibile all'umiliazione che produce
il delitto, ogni delitto nella sua inaccettabilità. Risocializzare,
reinserire, non sono solamente termini e concetti trattamentali
da seguire e svolgere, essi purtroppo stanno a sottolineare
l'inadeguatezza al dettato Costituzionale, per l'impossibilità
di rendere fattivo l'intervento rieducativo, non usare questi
strumenti e di contro incancrenire la convivenza, equivale
a dichiarare fallito l’ideale della promozione umana. Basterebbe
osservare volti e mani di detenuti in qualche carcere, per
rendersi conto del livello di abbrutimento raggiunto, di quanto
questa situazione di indifferenza e solitudine imposte, di
mancata applicazione di quella famosa declinazione a nome
rieducazione, risulti deleteria per la persona ristretta.
Un carcere che non ha più al suo interno spinta a rinnovarsi,
un carcere popolato di uomini vestiti di paura e stanchezza,
con la sola aspettativa di scontare in fretta la propria condanna,
e ciò senza alcuna consapevolezza del presente, senza vista
prospettica, senza figura del futuro. In una sola parola senza
speranza.
Chi
conosce poco del carcere, di questa condizione inumana, dove
è vietato persino sentirsi utili, responsabili, con delle
prospettive, ebbene a costui sfugge il senso di questo arbitrio.
Forse qualcuno pensa che inchiodare il detenuto in uno stato
di inazione e alienazione, comporti la fatica minore. Nuovamente
è un inganno, perché quel detenuto non è in una situazione
di attesa dove il tempo serve a ricostruire e rigenerare,
è l'esatto contrario: quel detenuto non attende domani, egli
è fermo a ieri, a un passato riprodotto e mascherato, a tal
punto, che tutto rincula a ieri, come se fosse possibile bloccare
il tempo, come se delirare fosse identico a ben sperare. Se
riconosco il diritto alle regole da rispettare, quel diritto
a sua volta disciplina i rapporti con l'altro, e implica il
riconoscimento di tutte le persone, fin'anche del detenuto.
Ho
l'impressione che il carcere italiano sia un involucro premeditatamente
chiuso alle idee, ai cambiamenti, a tutt’oggi non lo si riesce
a piegare a nessuna utilità sociale, anzi rimane il maggior
riproduttore di sub-cultura: entrano uomini ed escono bambini,
pacchi bomba senza fissa dimora. Se non sarà inteso come ripristino
di un senso di giustizia e di possibilità a riconquistare
la propria dignità, esso sfibrerà gli uomini ristretti rendendoli
insensibili alla necessità di ricucire quello strappo dolente
causato con il proprio comportamento.
Vincenzo
Andraous
tutor nella Casa del giovane di Pavia
 
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