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RAI
: fra tagli , contraddizioni e servizio pubblico
riceviamo
e pubblichiamo
L'Osservatorio
non pubblica mai lettere di rivendicazione sindacale, ma quella
che segue ci pare importante in quanto non si limita ad un
appello ad evitare tagli alle strutture locali, ma fa emergere
considerazioni e contraddizioni ben piu' profonde, proprio
nel momento in cui a livello nazionale, con l'approssimarsi
del momento elettorale, la commissione bicamerale di vigilanza
ha approvato a maggioranza il Regolamento sulle elezioni regionali
che pone limitazioni alle trasmissioni di approfondimento
della TV di Stato, in evidente favore della concorrenza, di
certo non imparziale dal punto di vista politico.
Ancora
una volta, la Rai dimostra di essere una figlia ingenerosa
di questa città che tanto le ha dato. Il DG ci racconta che,
se non si corre ai ripari, entro tre anni il deficit supererà
il capitale versato e, come prevedono le norme amministrative,
dovrà portare i libri contabili in tribunale, con le conseguenze
del caso. Inutile chiedersi a chi farebbe piacere una situazione
del genere: concorrenza, P2, Governo, opposizione, evasori
del canone……….
Ma
quale sarebbe la soluzione migliore per sanare il debito?
Recuperare le professionalità interne, limitare le consulenze,
evitare sprechi, investire nelle nuove tecnologie, orientare
il prodotto non sul modello “commerciale” ma su un contratto
di servizio più orientato al servizio pubblico (cultura, informazione,
territorio)? No! La prima idea è quella di tagliare tutto
quello che non rientra nella sfera di influenza del “core
romano”, oltre ad una mirabolante proposta di megacentro di
produzione a Rho per l’ Expo’ 2015, magari intitolato ad Alberto
da Giussano. Ci sembra perlomeno azzardato che la stessa dirigenza
profetizzi il disastro economico entro breve e contemporaneamente
valuti la possibilità di spendere e spandere in progetti degni
di Dubay City. Forse il trucco sta nel fatto che il fallimento
è previsto nel 2012 mentre l’expò è un impegno del 2015 (forse
il Dott. Masi spera nella profezia Maya?)
Tornando
alle soluzioni “risparmiose” proposte, notiamo che queste
riguardano tutte le periferie dell’ impero ed in particolare
Torino. E così si affida al solito consulente (si parla di
un cache di più di 100.000 euro) uno studio rapido sulla possibilità,
in totale controtendenza industriale, di esternalizzare settori
non core-business come ICT, Amministrazione e Finanza, Abbonamenti,
forse il Centro Ricerche (tanto mica siamo un settore ad alta
tecnologia!!!), che impegnano il 90% del personale di Via
Cernaia e c.so Giambone. Si pensa di tagliare le produzioni
che riguardano il target dell’infanzia ed educazione le quali,
guarda caso, insistono per la maggior parte sul CPTV di Torino
e che sono tra le poche che non compriamo da Endemol e C.
Non parliamo della radio ridotta al lumicino, e delle continue
voci riguardanti l’orchestra (fondazioni con banche), ma forse
la musica colta non fa parte del “core” aziendale Fanno sicuramente
parte del “core” di viale Mazzini i 36 vicedirettori ed i
14 direttori, nominati negli ultimi 4 mesi, raro esempio di
politica del risparmio.
Altrettanto fanno parte delle politiche di economia i modesti
incentivi dati ai dirigenti per andarsene, soprattutto a coloro
che in questi anni ci hanno amministrato e diretto portando
il transatlantico RAI in acque così turbolente: la stampa
parla di liquidazione milionarie, mica male per una società
che prevede un deficit di 700 milioni nel 2012. Considerando
che nella sentenza della cassazione sulla nota vicenda della
nomina del dr. Meocci e relativa sanzione, si considera espressamente
la RAI come ente pubblico, sottoposto alla verifica della
Corte dei conti, e che anche una “maldestra” iniziativa come
quella non si possa ascrivere ad una non meglio identificata
parte privatistica del bilancio, ma sia da considerare a tutti
gli effetti un danno all’ Erario, con quello che ne consegue
in fatto di responsabilità degli amministratori, forse, anche
in solido.
Alla luce della situazione risulta incomprensibile, viste
anche le difficoltà tecniche della attuale copertura del digitale
terrestre, la rottura del contratto con Sky, che portava 70
milioni di introiti all’anno più un 10% di diritti pubblicitari
corrispondente allo stipendio per un anno di 2500 tempi determinati
comprese tasse e contributi. Ma ancora, se un buon padre di
famiglia rinuncia alle vacanze in periodi bui, anche noi tutti
dobbiamo impegnarci a liberarci del superfluo, dopo il CCL
che ha visto una posizione molto responsabile delle OO.SS,
perché non incominciamo a rinunciare a tutte quelle cose che
appaiono “superflue”, anziché ai rami d’azienda e alle produzioni?
A chi serve un Panasonic 100 pollici in entrata a viale Mazzini?
E i sei 50 pollici nel bar di Saxa Rubra? E quanto vale e
costa il circolo aziendale sportivo di Tor di Quinto? Sono
evidenti esempi paradossali, piccoli ma significativi, ma
indicano che sicuramente una strada diversa per fare economia
esisterebbe, potremmo praticarla, basterebbe controllare bene
le spese a bilancio e scoprire dove sono i “buchi” neri, lo
sappiamo perché il bilancio a Torino lo facciamo da anni,
non vorremmo che si considerasse una colpa.
Punti importante per il rilancio, secondo noi, sono l’innovazione
tecnologica ed il potenziamento del servizio pubblico. E’
evidente che solo rispondendo adeguatamente, non solo alle
domande di mercato, ma alla necessità strutturale di un sistema
di nuovi media che sia garantito a tutti al di fuori dei servizi
a pagamento, si può raggiungere l’obbiettivo del sistema radiotelevisivo
pubblico. Perché in ultima analisi la RAI è una sorta di bene
“demaniale” ed è alimentato in gran parte da quei soci che
sono gli abbonati. Far ricadere questo onere all’interno del
calderone delle imposte, oltre al danno come posti di lavoro,
romperebbe il legame diretto con il nostro vero editore di
riferimento, facendo diventare la sopravvivenza del servizio
pubblico una “elemosina” data dal governo, con tutte le considerazioni
del caso.
Per
garantire il livello minimo di accesso ai nuovi media, non
solo come diritto di tutti, ma anche per contrastare il “digital
divide” soprattutto delle persone anziane, per fornire supporto
mediatico alla pubblica amministrazione, per fare questo c’è
bisogno di governo della innovazione tecnologica, integrazione
con ICT e adeguamento della filiera produttiva in digitale.
Esattamente il contrario di quello che fa RAI a Torino: pensa
di ridurre ancora la competenza del Centro Ricerche che da
tempo implementa tecnologie interattive sulla piattoforma
digitale, cura l’integrazione con servizi e territorio, per
quanto poi riguarda ICT, da sempre, cerca di giustificare
la cessione di ramo d’azienda, non riconoscendo le specificità
uniche dei nostri archivi, forse ben ispirata dal modello
strategico Agile-Eutelia, infine , ma non meno importante,
mantiene in uno stato di degrado tecnologico e strutturale
il CPTV TO che ben potrebbe collegare l’esperienza tra ricerca,
informatica avanzate e nuovi modelli produttivi.
E’ evidente che, ammesso che la situazione sia così incerta,
la “cura” che si prospetta non tende a migliorare lo stato
di salute, e non solo degli insediamenti piemontesi. Come
lavoratori di Torino, con le proprie OO.SS. siamo disponibili
ad impegnarci su un piano industriale serio, condiviso e soprattutto
che non sia scritto con il solo scopo di far fare la bella
figura di “risparmiatore” a questo o a quel DG. Siamo convinti
che la RAI, con la sua responsabilità nel servizio pubblico,
meriti delle strategie diverse, che non mortifichino nessuna
periferia, ovviamente nemmeno quella di Torino. Siamo convinti
che un futuro diverso per la TV di Stato sia possibile, anche
e non solo con una TV delle Regioni. Chiediamo pertanto l’impegno
dei politici ed amministratori piemontesi perché questa realtà
importante dal punto di vista industriale, non solo televisivo
e determinante dal punto di vista amministrativo, sia difesa
come merita.
Chiediamo anche alla dirigenza RAI, non solo torinese, un
gesto di orgoglio che porti a riprendere in mano il timone
della attività “ordinarie” e non, dimostrando che spesso i
“guru” che arrivano dall’ esterno non sono così utili. Anzi,
alle volte possono rivelarsi addirittura dannosi. Siamo dei
“travet” troppo abituati a lamentarci e ad agire poco, ma
questa volta la sensazione è che la preoccupazione è giustificata.
Non chiediamo elemosine, solo quello che ci spetta come leali
e qualificati lavoratori. Siamo sempre stati disposti al sacrificio
più o meno giustificato (i numeri lo dimostrano) ma se, metaforicamente
parlando, dovremo lasciare i nostri posti di lavoro sul campo….non
saremo gli unici.
I
cani di paglia accettano silenziosamente il proprio destino
senza lamentarsi mai. A volte però i cani di paglia prendono
fuoco – Lao Tse
RSU
RAI Cernaia-Giambone
 
La
vignetta di Bandanax
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