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Carcere
: darsela a gambe
di
Vincenzo Andraous*
Tra un morto ammazzato e un carcere costretto a vivere del
suo, ecco che un paio di detenuti hanno pensato bene di levare
le tende, darsela a gambe.
Un’evasione da non poter essere neppure raccontata, perché
privata in partenza di ogni letteratura, di qualsivoglia vanteria
criminale. Se ne sono andati dentro un vero e proprio tradimento
culturale, volgendo le spalle a quel patto di lealtà, stipulato
innanzitutto con se stessi, con le Istituzioni, con la gente
all’intorno, ristretta e libera.
Un’evasione
messa in atto da persone di scarsa pericolosità sociale, a
bassa soglia di attenzione, un’evasione accaduta non per mancanza
di personale, ma perché a metterla in scena sono stati “quelli
dalla faccia voltata indietro” per dirla alla Adriano Sofri,
uomini destinati a varcare nuovamente il cancello blindato
di un penitenziario, perché in quei passi affrettati verso
una libertà prostituta ci sono le certezze inconfessabili
per un ritorno a breve termine nelle patrie galere.
Lo hanno fatto non da un istituto additato a fortino della
disumanità, no, hanno scardinato la propria dignità da un
luogo fortemente deputato a svolgere il ruolo di recupero
del condannato, la propria utilità sociale sul versante della
giusta pena da scontare e della conseguente riparazione da
mettere in pratica.
Tanti anni fa anch’io ho usufruito di questa opportunità,
dentro un progetto di destrutturazione e ricostruzione interiore,
ho avuto la possibilità di ritornare a essere una persona
migliore. Conosco bene la metodologia del lavoro esterno in
e fuori dal carcere, e come rientrando nei requisiti previsti,
sia possibile (per pochi), accedere all’istituto dell’ art.
21, come questa eventuale concessione implichi il mettere
in gioco la propria autorevolezza e il proprio prestigio per
la Direzione del carcere.
Per
arrivare a questo obiettivo, non è sufficiente la mera buona
condotta, non è un beneficio strettamente imparentato con
una sorta di automatismo. Avevo trascorso oltre venti anni
di carcere, non mi erano mai stati concessi permessi premio,
l’art. 21 è tutto incentrato sullo strumento principe per
ogni trattamento rieducativo: il lavoro e la dignità che ne
deriva.
In quella “evasione” non c’entrano né pesano le problematiche
endemiche dell’Amministrazione Penitenziaria: il sovraffollamento,
la carenza di personale, l’assenza di investimenti finanziari
appropriati. Il detenuto ammesso al lavoro esterno è una persona
che gode di fiducia, capace di affidabilità, protagonista
di un percorso di risalita esistenziale, di un cambiamento
di mentalità.
Avrei
potuto anch’io alzare i tacchi, “evadere”, ma quando non si
ha più residenzialità con il proprio passato criminale, con
la pericolosità sociale, il cammino in atto non è più strettamente
legato al solo contenimento, alla sola incapacitazione, bensì
è sinonimo di collaborazione lavorativa e di risvolti umani
condivisi.
Potevo
incamminarmi verso l’uscita, verso la rete metallica, verso
una libertà miserabile, ma non mi ha mai sfiorato l’idea di
ritornare a una vita sottobanco, per anni ho usufruito del
lavoro interno-esterno alla prigione, soprattutto di una piccola
ma grande manutenzione dell’anima, e ogni giorno che scorre
via, comprendo il valore delle responsabilità acquisite che
fanno la distanza da “quelli dalla faccia voltata indietro”.
*
tutor della Casa del Giovane di Pavia
 
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