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Appelli
americani
di
Claudio Giusti*
Le
reazioni seguite al rifiuto, da parte della Corte Suprema
USA, di accettare il “certiorari” Vaticano mi fanno pensare
che siano pochi gli italiani a conoscenza dei tortuosi meandri
dell’appello americano.
Senza
entrare nei dettagli mi sembra importante far sapere che in
quel paese l’appello non è un diritto costituzionale e che
il primo grado conclude il procedimento sia civile che penale.
La quasi totalità dei condannati americani ha patteggiato
la pena e perso il diritto all’appello, ma solo una parte
piccolissima dei condannati da una giuria riesce a farsi ascoltare
da una Corte d’Appello (dove ci sono) o da una delle Corti
Supreme Statali e, nel raro caso vi riescano, questo non significa
il rifacimento del processo, bensì la revisione formale del
verbale del dibattimento.
Per i condannati a morte gli appelli possono diventare una
messa cantata pluridecennale, ma per gli altri la cosa si
conclude piuttosto in fretta, tanto che su 45 milioni di procedimenti
giudiziari (civili e penali) in appello ve ne sono meno di
300 mila.
Anche
la United States Supreme Court (Scotus), al vertice del sistema
federale e sopra le corti supreme statali, non ha l’obbligo
di ascoltare ogni richiesta che giunge al suo cospetto ed
è solita farlo senza perdersi in chiacchiere.
Il primo lunedì di ottobre è noto come “bloody monday” perché
la Scotus inizia il suo “OT” annuale rigettando centinaia
di “certiorari”, fra i quali vi sono moltissime richieste
provenienti dal braccio della morte, arrivando a volte a seppellirne
uno già accolto (DIGged: certiorari Dismissed as Improvidently
Granted).
In
definitiva, su 7-8 mila richieste d’appello la Scotus non
emette più di 60-70 sentenze: il cosiddetto otto per mille
della Corte Suprema.
*
membro del Comitato Scientifico dell'Osservatorio
 
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