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Egitto
: massacro intenzionale o tragedia strumentalizzata ?
di
Noemi Novelli*
Da qualche anno vivo tra Roma ed Alessandria d'Egitto dove
mi occupo di ricerca su fenomeni come la violenza di genere
e di crimini sommersi legati al terrorismo e alla repressione
dei dissidenti.
Alessandria
"la perla del Mediterraneo" (come viene definita nella letteratura
araba), è sempre stata una città meno calda rispetto al Cairo
e ai paesi dell'alto Egitto (dove omicidi e minacce alle minoranze
copte sono all'ordine del giorno), meno tormentata da atti
di terrorismo e da altri generi di crimini. Negli anni 70-80
rappresentava il luogo di incontro e di svago per la maggior
parte della borghesia e dell'èlite di intellettuali egiziani.
Negli anni 90, quando gli imprenditori occidentali hanno strappato
il deserto sul Mar Rosso ai pascoli e agli accampamenti beduini
per creare villaggi turistici e zone residenziali, la costa
alessandrina è divenuta sempre meno esclusiva e più popolare.
Da
qualche anno a seguito dell'arresto del giovane blogger Karem
Amer, uno studente di Alessandria accusato di aver diffamato,
attraverso i suoi scritti, il rahis Moubarack e di vilipendio
alla religione islamica, gruppi di studenti e giornalisti
indipendenti alessandrini hanno costituito associazioni a
difesa dei diritti umani, della libertà di stampa e per l'abrogazione
della controversa legge d'emergenza.
La
legge d'emergenza, tanto osteggiata dagli intellettuali arabi,
è in vigore in Egitto da oltre trent'anni. Varata per fronteggiare
il fenomeno dilagante del terrorismo è divenuta la miglior
arma per tenere a bada gli oppositori del presidente Sadat
e dopo del suo successore Mubarack e per controllare gli organi
di informazione indipendenti. Dopo l'anno 2000 l'avvento di
internet ha permesso agli egiziani di raggirare questa legge
che impedisce ai cittadini qualsiasi forma di espressione
intellettuale e artistica non in linea con la politica del
rahis. Studenti, paladini della libertà di espressione e della
libera informazione hanno iniziato a pubblicare su blog e
pagine facebook filmati amatoriali che documentano la violenta
repressione attuata dal governo contro gli oppositori, gli
stupri e e le violenze perpetrate nelle caserme, i sequestri
attuati dalla polizia segreta. Scenari descritti efficacemente
da Nagib Mahfuz in Karnak Cafè, romanzo ambientato al Cairo
tra la fine degli anni 60 e l'inizio degli anni 70 quando
i servizi segreti erano entrati ossessivamente nella vita
degli intellettuali.
Sono
tornata in Italia il 2 giugno. Appena pochi giorni dopo il
mio ritorno a Roma, facendo zapping tra i canali satellitari
arabi e sintonizzandomi su Al Jazeera ho ascoltato ciò che
non avrei mai voluto ascoltare. La notizia dell'ennesimo omicidio
di stato che il governo egiziano sta facendo passare per banale
tragedia, per incidente non voluto. Al jazeera ha sempre documentato
i crimini dei regimi medio-orientali. Anche questa volta non
ha diluito la notizia servendosi di condizionali e di mezzi
termini. Kaled Sayd aveva 28 anni e abitava nel quartiere
di Cleopatra, a pochi isolati da casa mia.
Non ho mai avuto occasione di parlare con Sayd ma non era
difficile incontrarlo nei ritrovi frequentati dagli universitari
e alla biblioteca di Alessandria. Un ragazzo dall'aria perbene,
abbastanza riservato. Ho letto che amava le moto di grande
cilindrata e gli animali. I video che lo ricordano lo mostrano
mentre tiene tra le braccia un gatto persiano. Ho saputo che
anche lui si interessava alle vicende dei dissidenti incarcerati
arbitrariamente. Non so se come altri aveva l'abitudine di
riprendere con il telefonino le violenze della polizia per
pubblicarle su internet. Altri giovani, con i quali ho parlato,
mi hanno confidato che documentare ad ogni costo il fenomeno
sommerso è divenuta per loro una sorta di ossessione.
"E'
necessario documentare tutto con la videocamera dei cellulari
e pubblicare le immagini e i video dei pestaggi su internet,
mandare il materiale ai giornalisti occidentali altrimenti
nessuno ci crede. Il governo cerca in ogni modo di insabbiare
questa assurda e violenta repressione facendo passare chi
denuncia per pazzo, per criminale o per tossicodipendente".
Il 6 giugno Sayd si reca in un internet point non lontano
da casa sua, inconsapevole che la polizia del rahis lo stava
tenendo d'occhio da qualche tempo. Due agenti in borghese
entrano nel locale affollato e tra il silenzio degli astanti
iniziano a schiaffeggiarlo violentemente. Gli chiedono il
motivo per il quale sta usando un computer. Il gestore dell'internet
point ha dichiarato poi che i due poliziotti avrebbero sbattuto
più volte e con una violenza inaudita la testa del ragazzo
contro un tavolo di marmo. C'è chi dice che le torture sarebbero
durate oltre mezz'ora. I presenti intimoriti si sono limitati
ad uscire dal locale e ad osservare il massacro da dovuta
distanza fino a quando il corpo di Sayd sanguinante e ormai
in fin di vita è stato scaraventato sull'asfalto, tra la gente
inorridita ma silenziosa.
In Egitto non ci si può opporre all'autorità della polizia
del rahis. I presenti sapevano che prendendo le difese del
ragazzo avrebbero fatto la sua stessa fine. E' ciò che accadde
all'autista di un micro-bus che si oppose a un poliziotto
che schiaffeggiava suo cugino, proprietario anch'esso di un
mezzo di trasporto privato. L'uomo fu condotto in una caserma
e sodomizzato con un bastone di legno. I due poliziotti per
spavalderia ripresero la violenza con un cellulare e pubblicarono
il video su internet. Grazie ad Wael Abbas un blogger che
si servì di quel video per denunciarli ad un organizzazione
per i diritti umani e alla CNN i due aguzzini furono condannati.
Nonostante la soddisfazione degli oppositori di Mubarak si
trattò di una condanna simbolica, atta a non incrinare i rapporti
con il governo americano il quale a causa dei crimini della
polizia contro i dissidenti qualche anno prima aveva ridotto
i sovvenzionamenti economici. (L'Egitto dopo Israele e il
paese che riceve più contributi economici dall'America). Dopo
due anni i carnefici del povero autista non solo furono scarcerati
ma fu permesso loro di indossare nuovamente la divisa.
Le foto atroci di Sayd con il volto tumefatto e sfigurato
dalle percosse hanno fatto il giro del mondo grazie ai blogger
egiziani che continuano quotidianamente a riproporle sulla
rete. Amnesty International ha aperto un'indagine servendosi
della testimonianza del proprietario dell'internet point.
L'organizzazione ha messo a disposizione della famiglia del
ragazzo avvocati e un medico legale che ha accertato le cause
del decesso. Sayd è morto per le percosse e per le torture.
Non ci sono dubbi. Ma il governo egiziano per l'ennesima volta
si difende dicendo che si è tratto di una tragedia, che il
ragazzo era un pericoloso criminale.
Le
televisioni di Mubarack costrette ad intervistare i dissidenti,
che hanno organizzato una serie di manifestazioni tappezzando
il Cairo e Alessandria con le foto dell'ennesima vittima del
regime, hanno continuato a chiedere per giorni agli ospiti
intervenuti in trasmissione se per caso stessero per l'ennesima
volta strumentalizzando una banale tragedia per opporsi all'attuale
governo e alla controversa successione di Gamal Mubarack al
padre.
*
criminologa, presidente dellì'Osservatorio sui crimini
su donne e minori
 
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