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Media
e societa' civile di fronte ai temi etici
di
Rita Guma*
Vi sono alcune professioni che potremmo definire "pedagogiche"
e che quindi hanno una doppia responsabilita' in quanto all'etica,
dato che debbono attenersi ad un agire 'etico' sotto il profilo
deontologico ma anche porre attenzione a quale messaggio trasmettono
e a come questo influisce sul pensiero e il comportamento
etico di chi lo riceve. Ne sono esempi la professione di insegnante
e quelle della comunicazione. E' quest'ultimo su cui vorei
richiamare l'attenzione oggi.
E'
indubbio che i media condizionano l'opinione pubblica sia
in quanto diffusori di notizie (cioe' come decisori del come,
del quanto, del chi della notizia e se divulgare o meno una
notizia), sia come strumenti di intrattenimento. E' indubbio
quindi che gli aspetti etici relativi agli operatori dei media
debbano interessare tutti noi in quanto tale condizionamento
e' diffuso e influisce di conseguenza, non solo sulla quotidianita'
di ciascuno (come vittima o come artefice del comportamento
influenzato), ma - attraverso il voto e i sondaggi d'opinione
a fini politici - sulle scelte legislative della nazione.
Influisce
anche - indirettamente - sull'applicazione della legge, in
quanto diverse leggi e sentenze che regolano la nostra convivenza
si rifanno al "comune sentire", e, se questo cambia, cio'
che prima era vietato per legge oggi potrebbe essere consentito,
il che e' un bene in alcuni casi ma puo' essere un male in
molti altri. Tralascero' quindi l'aspetto relativo a come
viene 'raccolta' la notizia, sulla diffamazione, sulla privacy,
sul dovere di rettifica, etc etc - pure importanti sotto il
profilo dell'etica della professione ma piu' definiti e che
si situano piu' opportunamente nel campo della deontologia
professionale - e affrontero' l'azione dei media (tutti i
media, non solo le testate giornalistiche) sulla morale corrente.
Chiarisco
che per etica dei media nel rapporto fra media e temi etici
non intendo soltanto le notizie sulla bioetica, ma anche quelle
che potremmo definire "a ricaduta etica", cioe' che appunto
si riflettono sul nostro modo di pensare e di agire quando
e' coinvolta la vita e la dignita' umana, come avviene per
le questioni relative all'immigrazione, al nomadismo, al razzismo,
ai disabili o ai malati psichiatrici, agli omosessuali, alla
violenza sulle donne o sui bambini o semplicemente all'additare
come colpevole qualcuno sulla base di meri indizi. Questo
aspetto e' piu' sfuggevole ma piu' insinuante - soprattutto
quando a veicolare il messaggio sono trasmissioni o giornali
di intrattenimento - ma e' forse per questo il piu' importante
da analizzare ed e' quello per cui urge trovare antidoti da
parte della societa' civile.
***
In
una comunita' è necessario che esista un insieme di riferimenti
comuni a cui le persone possano rifarsi per comunicare ma
anche per orientarsi e costruirsi una identita' nel sentirsi
parte della comunita' stessa. Tali riferimenti sono stati
l'oggetto di studi e teorizzazioni, e si e' ritenuto che il
modo in cui essi vengono trasmessi da persona a persona e
attraverso le societa' incida profondamente sulla forma che
di volta in volta essi possono assumere.
Potremmo chiamare tali riferimenti "senso comune", un fattore
talmente importante da essere inserito perfino nella legge.
Secondo la Corte di Cassazione (sent. 8 giugno 2001), infatti,
"non si può negare che nel nostro - come in altri ordinamenti
- il legislatore possa rinviare a concetti, che evolvono secondo
il costume sociale, ma attengono ad un bene giuridico reale,
ossia il comune sentimento della morale e della dignita' umana
tutelata dall'art. 2 della Costituzione". L'Art. 529. comma
1, del Codice Penale, statuisce ad esempio che "Agli effetti
della legge penale, si considerano osceni gli atti e gli oggetti
che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore", e
quindi cita esplicitamente il "comune sentimento", cosi' come
si parla di "comune sentimento religioso" o "comune sentimento
di pietà e mitezza verso gli animali". Ma sono ravvisabili
sentenze che citano il "comune sentire" in processi per ingiurie,
discriminazioni razziali, liberta' di parola, controversie
di lavoro, etc
Anche se, come ricorda Sergio Fois, "in sede di Assemblea
costituente fu deliberatamente escluso ogni accoppiamento
del buon costume con una qualsiasi morale", la stessa Costituzione
lo cita all'art. 21 Cost comma 6: "Sono vietate le pubblicazioni
a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie
al buon costume", ma, come ci avvediamo ogni giorno, il buon
costume si e' da allora molto evoluto come pure si sono evoluti
i concetti di solidarieta' sociale, rispetto per i "diversi",
accoglienza del migrante e cosi' via.
In questo divenire, come dicevamo, ha avuto tanta parte il
sistema dei media. Secondo diversi studiosi di psicologia
sociale, infatti, il rapporto che lega la stampa ai lettori
contribuisce a creare un terreno potenzialmente molto fertile
per la formazione di una rappresentazione sociale, in quanto
esso si basa su un'attribuzione di veridicita' della fonte,
dovuta al suo prestigio e alla sua larga diffusione, che fa
si' che l'informazione trasmessa dai media stampati sia altamente
legittimata. Questi fatto acquista una grande importanza se
si pensa a quanta parte puo' giocare la rappresentazione mediatica
di un soggetto di importanza sociale.
Poiche'
spesso la classificazione di persone e fatti della vita reale
in classi definite risulta troppo complessa, e' facile che
si cada nell'utilizzo degli stereotipi sociali, i quali diventano
strumento di orientamento nella realta' sociale di riferimento,
in qualche modo legittimando lo stesso sistema di valori della
realta' da cui nasce. E' ovvio che in un sistema sociale e
mediatico libero e responsabile non accadrebbe nulla di grave,
poiche' vi sarebbero diverse voci autorevoli che - senza secondi
fini - ma con l'unico sopo di riportare i fatti o esprimere
libere opinioni, fornirebbero una versione degli eventi quanto
piu' possibile aderente alla realta' e ne analizzerebbero
le possibili cause o ricadute in modo limpido. Tuttavia spesso
non e' cosi' e cio' e' tanto piu' vero nel nostro Paese, fatto
tanto piu' grave in quanto cio' influenza convinzioni e comportamenti
morali dell'opinione pubblica.
Va
considerato che per molti giornalisti esiste un forte condizionamento
da parte della testata di appartenenza, cioe' un orientamento
ad allinearsi, o almeno a non contrastate i desiderata dell'editore,
per timore di ripercussioni sul contratto di lavoro. In secondo
luogo i programmi radiotelevisivi e i giornali traggono le
risorse finanziarie in buona parte dagli inserzionisti pubblicitari,
quindi anche le aziende non attinenti la comunicazione ma
con interessi politici (politici non necessariamente in senso
stretto) possono condizionare le scelte della testata che
le pubblicizza.
Infine, la comunicazione politica o sociale non e' solo il
commento, l'approfondimento o la cronaca. Il presentatore
TV che fa lo spottino elettorale durante il telequiz, l'intervista
sul rotocalco femminile all'attrice che espone tesi sull'immigrazione,
ed anche il palinsesto televisivo fatto in modo che alcuni
fatti d'attualita' vengano sommersi da programmi che distraggono
l'utente-cittadino-elettore, sono messaggi ancor piu' pericolosi,
perche' subliminali o fatti inaspettatamente, quindi quando
le difese critiche che mettiamo in atto durante un notiziario
o leggendo un quotidiano sono disattivate. Inoltre la televisione
si rivolge ad una massa maggiore di cittadini, entra nelle
case e puo' contare sull'immagine animata, che fa molta piu'
presa.
Secondo
le piu' recenti stime dell'Audipress (l'associazione che rileva
i dati delle principali pubblicazioni italiane), i quotidiani
piu' letti in Italia sono, quasi con un testa a testa, Il
Corriere della sera, La Repubblica e la Gazzetta dello sport,
mentre tra i settimanali primeggiano Chi, Gente e Oggi, seguiti
con pochissimo distacco da Sorrisi e canzoni Tv. Quindi i
muneri dello scandalistico e del frivolo si confrontano -
quando non prevalgono - con quelli di altri giornali di maggiore
approfondimento, come L'Espresso e Famiglia Cristiana, che
hanno solo i ¾ dei lettori dei precedenti. Ecco perche' e'
meglio detenere il controllo di settimanali scandalistici
e TV che di quotidiani e altri periodici di approfondimento
e opinione. In definitiva: - abbiamo bisogno di categorizzazioni
- i media hanno buon gioco ad usare o creare stereotipi -
il comune sentire e' condizionato dai media.
***
Prendiamo
ad esempio il caso del nesso immigrazione-criminalita'. Secondo
l'Osservatorio di Pavia sulla televisione, nel nostro Paese
negli ultimi anni le notizie ansiogene relative alla criminalita'
hanno lasciato spazio a quelle sulla disoccupazione, che oggi
sono divenute decisamente maggioritarie in tutta Europa. Il
telegiornale spagnolo, per esempio, dedica il 40% delle notizie
ansiogene alla "crisi economica". Segue il tg della tv pubblica
francese con il 26%, quello inglese con il 15% e quello tedesco
con l'11%. Con una parziale, ma significativa eccezione, l'Italia,
il cui principale telegiornale pubblico (il TG1) dedica all'ansia
della crisi e della disoccupazione solo il 4% del numero delle
notizie che generano insicurezza. Nel 2010 il divario fra
la percezione sociale e la rappresentazione mediatica appare
ancor piu' ampio. Le notizie di criminalita' sono tante e
distribuite su quasi tutte le edizioni del Tg1 (sono solo
6 le giornate senza criminalita' contro 32 della Bbc, 36 di
Tve, 56 di France 2 e addirittura 69 di Ard).
Ma non solo. Nella classifica delle notizie ansiogene e' la
criminalita' (che spesso notiamo associata all'immigrazione
o ai Rom) ad avere lo spazio maggiore: ben l'82%. Nella rappresentazione
mediatica, quindi, l'Italia non sembra in crisi, anzi sta
meglio di tanti vicini europei. Cosi' la disoccupazione e
l'aumento dei prezzi, insieme, sono indicati come problemi
prioritari da circa il 60% degli Italiani, ma criminalita'
e immigrazione, complessivamente, sono considerate uno fra
i due problemi piu' gravi dal 51%. Ma lo spazio riservato
dal principale telegiornale pubblico alle emergenze economiche,
in Italia, nel primo trimestre dell'anno continua ad essere
limitato. Venti volte meno rispetto a quello dedicato alla
criminalita'. Lo stesso avviene anche nel principale concorrente
"privato": il TG 5. Cosi' l'insicurezza, nell'informazione
televisiva, in Italia, continua ad essere largamente associata
alla criminalita' comune e occupa, dunque, una quota di notizie
di gran lunga piu' ampia rispetto agli altri telegiornali
pubblici europei.
Le
motivazioni di questo strabismo mediatico sono diverse: di
spettacolo, tradizione, audience, ma anche politiche. Ma qui
non ci interessano le cause, ci interessano le conseguenze
sul modo di affontare i temi etici da parte della pubblica
opinione che ne viene influenzata e ci interessa che, accanto
agli aspetti quantitativi, ci siano quelli qualitativi, del
'come' viene presentata la notizia. Quando per esempio un
gruppo di donne ha ritenuto giusto, in nome del "chi non paga
non mangia", impedire che i figli degli immigrati non fruissero
dei pasti a scuola, questa logica e' stata mostrata come normale
anche in TV. Cosi' pure, quando, nel dare una notizia si titola
(sul giornale o in TV) "Romeno ferisce due persone", si invia
il messaggio che l'autore del delitto e' tale in quanto Romeno
(o Tunisino, o Rom). Lo stesso dicasi per stupri e altre violenze.
In
altri Paesi, come la Francia, tale fenomeno e' in calo perche'
ogni volta che i media francesi fanno questo, sono immediate
le reazioni indignate di tanti cittadini e delle associazioni
contro il razzismo. In Italia, invece, queste cose sono all'ordine
del giorno e suscitano solo occasionalmente qualche protesta
o commento. Cosi' aumenta la percezione negativa dell'immigrato
e del Rom, provocando aggressioni ai danni di costoro talora
conclusesi con la morte, o giungendo a legittimare presso
la pubblica opinione azioni di respingimento dei richiedenti
asilo, spari alle navi dei migranti, verifiche di identita'
dei nomadi davanti ai loro bambini alle 5 del mattino e cosi'
via, azioni che dovrebbero invece farci indignare a prescindere
dal colore del governo che le mette in atto.
***
Parlando
invece di violenze e discriminazione ai danni delle donne,
sono anni che la pubblicita' e gli spettacoli televisivi propongono
modelli e stereotipi negativi sulle donne: donne oggetto,
donne sopraffatte, donne mercificate ed in quanto tali spogliabili,
comprabili e usabili come oggetti. Secondo alcuni studiosi,
molti media presentano una immagine infantile delle donne,
che molti associano ad una vittima potenziale di violenza.
Viceversa in altre immagini la donna appare come disponibile
alla promiscuita'.
Una
ricerca mondiale sulle donne nei media organizzata dalla World
Association for Christian Communication ed effettuata anche
in Italia dall'Osservatorio di Pavia e da professori e studenti
di varie università italiane qualche anno fa, evidenziava
quanto l'immagine e la presenza delle donne nei media sia
ancora fortemente segnata da stereotipi e quanto anche la
loro posizione nella piramide dei media sia ben lontana da
una reale parita', il che incide su tutti gli aspetti della
vita quotidiana dei fruitori.
Un
ruolo importante lo gioca anche la pubblicita', che, racchiudendo
in una immagine, uno slogan o - se animata - in pochi secondi,
tutto il messaggio, non puo' spiegare, far riflettere, ma
parla agli istinti. Donne fatte a pezzi (seno, cosce, didietro
in primo piano), e quindi private di personalita' e identita',
rafforzano il messaggio che le donne sono oggetti. La pubblicità,
per sua stessa natura ed efficacia, arriva a tutti, indiscriminatamente:
a chi sa interpretare quell'immagine ma anche a chi da un
tale massiccio bombardamento ricava unicamente modelli comportamentali
di sopraffazione. Il problema e' tanto ampio, che nel maggio
2006 il Comitato pari opportunita' dell'assemblea parlamentare
del Consiglio di Europa, in una apposita udienza, si riuniva
a parlare di "Immagine delle donne nella pubblicita'", rilevando
appunto l'uso della donna-oggetto per vendere.
Ma
esistono decine di studi - e libri da essi derivanti - che
mostrano come i media, non evidenziando l'orrore della violenza
e la sofferenza di chi subisce una violenza fisica o morale
(e il messaggio pubblicitario stampato o in video e' fra questi,
per la sua natura di estrema sintesi e superficialita'), stiano
ampliando l'idea che la donna accetti di buon grado o quasi
desideri il sesso imposto. Ed e' questo il messaggio che passa
ai giovani, se e' vero, come indicato nel 2003 in uno studio
di David Buckingham e Sara Bragg, che due terzi dei giovani
si rivolge ai media per 'farsi una cultura' sul sesso.
***
Mi appresto a concludere, dato che quanto detto sopra puo'
valere per gli altri temi citati all'inizio: discriminazioni
verso disabili e malati psichiatrici, violenza sui bambini
o l'attribuzione della veste di colpevole o mostro sulla base
di meri indizi. Venendo quindi rapidamente ai temi bioetici,
pillola abortiva, testamento biologico, alimentazione forzata,
cosi' come per la questione degli omosessuali le opinioni
su di essi sembrano rispondere ad un criterio calcistico:
le due posizioni opposte appaiono - perlomeno sui media -
sostenute da una acritica tifoseria che non solo non e' disposta
a concepire le motivazioni dell'altro, ma che neppure le vuole
ascoltare.
I media giocano anche in questo caso un ruolo non molto corretto:
storie strappalacrime contrapposte fra loro (senza magari
raccontare i retroscena) come se una singola storia facesse
testo e se le conclusioni di uno valessero per tutti, oppure
riduzione del dibattito ad un problema di etica religiosa
vs egoismi personali o viceversa di liberta' vs condizionamento
religioso. Ciascuno pretende di essere depositario della verita'
e accusa o sbeffeggia quello che viene visto (e dipinto, a
beneficio del pubblico) come un avversario. L'argomento meriterebbe
approfondimenti ben piu' ampi. Mi limito a rilevare la superficialita'
o viceversa la partigianeria - legata spesso a mere appartenenze
politiche - di tanti media su questioni troppo delicate per
essere affrontate in questo modo.
***
Per
migliorare la situazione in alcuni dei settori citati sono
intervenuti organismi nazionali o internazionali, come il
Garante per la privacy e l'Agenzia dell'ONU per i Rifugiati.
Sono state stilate, in condivisione con le organizzazioni
dei giornalisti italiani - l'Ordine e la FNSI - la "Carta
di Treviso" sui minori nei media e un documento sull'immigrazione
nei media. Moltissimo c'e' ancora da fare e si tratta di un
compito che a mio avviso - in assenza di una volonta' politica,
anzi, in presenza di un interesse politico nell'uso della
stampa - spetta alla societa' civile.
La
societa' civile puo' organizzare dibattiti, puo' sensibilizzare
le persone circostanti, a partire dai figli, educandole alla
fruizione dei media con senso critico. Puo' anche esercitare
il suo, di senso critico, acquistando i giornali piu' corretti
e, quando accadono episodi sgradevoli o pericolosi - scrivendo
a TV e giornali e chiedendo ai giornalisti di essere cauti
e corretti nell'esporre le notizie, separando i fatti dalle
opinioni e ricordando che in molti casi puo' essere in gioco
la dignita', se non la vita, di qualcuno.
*
presidente dell'Osservatorio sulla legalita' e sui diritti
Onlus, intervento al Convegno 'Etica nelle professioni' del
14 giugno 2010 a Catanzaro
 
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