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22 giugno 2010
tutti gli speciali

Media e societa' civile di fronte ai temi etici
di Rita Guma*

Vi sono alcune professioni che potremmo definire "pedagogiche" e che quindi hanno una doppia responsabilita' in quanto all'etica, dato che debbono attenersi ad un agire 'etico' sotto il profilo deontologico ma anche porre attenzione a quale messaggio trasmettono e a come questo influisce sul pensiero e il comportamento etico di chi lo riceve. Ne sono esempi la professione di insegnante e quelle della comunicazione. E' quest'ultimo su cui vorei richiamare l'attenzione oggi.

E' indubbio che i media condizionano l'opinione pubblica sia in quanto diffusori di notizie (cioe' come decisori del come, del quanto, del chi della notizia e se divulgare o meno una notizia), sia come strumenti di intrattenimento. E' indubbio quindi che gli aspetti etici relativi agli operatori dei media debbano interessare tutti noi in quanto tale condizionamento e' diffuso e influisce di conseguenza, non solo sulla quotidianita' di ciascuno (come vittima o come artefice del comportamento influenzato), ma - attraverso il voto e i sondaggi d'opinione a fini politici - sulle scelte legislative della nazione.

Influisce anche - indirettamente - sull'applicazione della legge, in quanto diverse leggi e sentenze che regolano la nostra convivenza si rifanno al "comune sentire", e, se questo cambia, cio' che prima era vietato per legge oggi potrebbe essere consentito, il che e' un bene in alcuni casi ma puo' essere un male in molti altri. Tralascero' quindi l'aspetto relativo a come viene 'raccolta' la notizia, sulla diffamazione, sulla privacy, sul dovere di rettifica, etc etc - pure importanti sotto il profilo dell'etica della professione ma piu' definiti e che si situano piu' opportunamente nel campo della deontologia professionale - e affrontero' l'azione dei media (tutti i media, non solo le testate giornalistiche) sulla morale corrente.

Chiarisco che per etica dei media nel rapporto fra media e temi etici non intendo soltanto le notizie sulla bioetica, ma anche quelle che potremmo definire "a ricaduta etica", cioe' che appunto si riflettono sul nostro modo di pensare e di agire quando e' coinvolta la vita e la dignita' umana, come avviene per le questioni relative all'immigrazione, al nomadismo, al razzismo, ai disabili o ai malati psichiatrici, agli omosessuali, alla violenza sulle donne o sui bambini o semplicemente all'additare come colpevole qualcuno sulla base di meri indizi. Questo aspetto e' piu' sfuggevole ma piu' insinuante - soprattutto quando a veicolare il messaggio sono trasmissioni o giornali di intrattenimento - ma e' forse per questo il piu' importante da analizzare ed e' quello per cui urge trovare antidoti da parte della societa' civile.

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In una comunita' è necessario che esista un insieme di riferimenti comuni a cui le persone possano rifarsi per comunicare ma anche per orientarsi e costruirsi una identita' nel sentirsi parte della comunita' stessa. Tali riferimenti sono stati l'oggetto di studi e teorizzazioni, e si e' ritenuto che il modo in cui essi vengono trasmessi da persona a persona e attraverso le societa' incida profondamente sulla forma che di volta in volta essi possono assumere.

Potremmo chiamare tali riferimenti "senso comune", un fattore talmente importante da essere inserito perfino nella legge. Secondo la Corte di Cassazione (sent. 8 giugno 2001), infatti, "non si può negare che nel nostro - come in altri ordinamenti - il legislatore possa rinviare a concetti, che evolvono secondo il costume sociale, ma attengono ad un bene giuridico reale, ossia il comune sentimento della morale e della dignita' umana tutelata dall'art. 2 della Costituzione". L'Art. 529. comma 1, del Codice Penale, statuisce ad esempio che "Agli effetti della legge penale, si considerano osceni gli atti e gli oggetti che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore", e quindi cita esplicitamente il "comune sentimento", cosi' come si parla di "comune sentimento religioso" o "comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali". Ma sono ravvisabili sentenze che citano il "comune sentire" in processi per ingiurie, discriminazioni razziali, liberta' di parola, controversie di lavoro, etc

Anche se, come ricorda Sergio Fois, "in sede di Assemblea costituente fu deliberatamente escluso ogni accoppiamento del buon costume con una qualsiasi morale", la stessa Costituzione lo cita all'art. 21 Cost comma 6: "Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume", ma, come ci avvediamo ogni giorno, il buon costume si e' da allora molto evoluto come pure si sono evoluti i concetti di solidarieta' sociale, rispetto per i "diversi", accoglienza del migrante e cosi' via.

In questo divenire, come dicevamo, ha avuto tanta parte il sistema dei media. Secondo diversi studiosi di psicologia sociale, infatti, il rapporto che lega la stampa ai lettori contribuisce a creare un terreno potenzialmente molto fertile per la formazione di una rappresentazione sociale, in quanto esso si basa su un'attribuzione di veridicita' della fonte, dovuta al suo prestigio e alla sua larga diffusione, che fa si' che l'informazione trasmessa dai media stampati sia altamente legittimata. Questi fatto acquista una grande importanza se si pensa a quanta parte puo' giocare la rappresentazione mediatica di un soggetto di importanza sociale.

Poiche' spesso la classificazione di persone e fatti della vita reale in classi definite risulta troppo complessa, e' facile che si cada nell'utilizzo degli stereotipi sociali, i quali diventano strumento di orientamento nella realta' sociale di riferimento, in qualche modo legittimando lo stesso sistema di valori della realta' da cui nasce. E' ovvio che in un sistema sociale e mediatico libero e responsabile non accadrebbe nulla di grave, poiche' vi sarebbero diverse voci autorevoli che - senza secondi fini - ma con l'unico sopo di riportare i fatti o esprimere libere opinioni, fornirebbero una versione degli eventi quanto piu' possibile aderente alla realta' e ne analizzerebbero le possibili cause o ricadute in modo limpido. Tuttavia spesso non e' cosi' e cio' e' tanto piu' vero nel nostro Paese, fatto tanto piu' grave in quanto cio' influenza convinzioni e comportamenti morali dell'opinione pubblica.

Va considerato che per molti giornalisti esiste un forte condizionamento da parte della testata di appartenenza, cioe' un orientamento ad allinearsi, o almeno a non contrastate i desiderata dell'editore, per timore di ripercussioni sul contratto di lavoro. In secondo luogo i programmi radiotelevisivi e i giornali traggono le risorse finanziarie in buona parte dagli inserzionisti pubblicitari, quindi anche le aziende non attinenti la comunicazione ma con interessi politici (politici non necessariamente in senso stretto) possono condizionare le scelte della testata che le pubblicizza.

Infine, la comunicazione politica o sociale non e' solo il commento, l'approfondimento o la cronaca. Il presentatore TV che fa lo spottino elettorale durante il telequiz, l'intervista sul rotocalco femminile all'attrice che espone tesi sull'immigrazione, ed anche il palinsesto televisivo fatto in modo che alcuni fatti d'attualita' vengano sommersi da programmi che distraggono l'utente-cittadino-elettore, sono messaggi ancor piu' pericolosi, perche' subliminali o fatti inaspettatamente, quindi quando le difese critiche che mettiamo in atto durante un notiziario o leggendo un quotidiano sono disattivate. Inoltre la televisione si rivolge ad una massa maggiore di cittadini, entra nelle case e puo' contare sull'immagine animata, che fa molta piu' presa.

Secondo le piu' recenti stime dell'Audipress (l'associazione che rileva i dati delle principali pubblicazioni italiane), i quotidiani piu' letti in Italia sono, quasi con un testa a testa, Il Corriere della sera, La Repubblica e la Gazzetta dello sport, mentre tra i settimanali primeggiano Chi, Gente e Oggi, seguiti con pochissimo distacco da Sorrisi e canzoni Tv. Quindi i muneri dello scandalistico e del frivolo si confrontano - quando non prevalgono - con quelli di altri giornali di maggiore approfondimento, come L'Espresso e Famiglia Cristiana, che hanno solo i ¾ dei lettori dei precedenti. Ecco perche' e' meglio detenere il controllo di settimanali scandalistici e TV che di quotidiani e altri periodici di approfondimento e opinione. In definitiva: - abbiamo bisogno di categorizzazioni - i media hanno buon gioco ad usare o creare stereotipi - il comune sentire e' condizionato dai media.

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Prendiamo ad esempio il caso del nesso immigrazione-criminalita'. Secondo l'Osservatorio di Pavia sulla televisione, nel nostro Paese negli ultimi anni le notizie ansiogene relative alla criminalita' hanno lasciato spazio a quelle sulla disoccupazione, che oggi sono divenute decisamente maggioritarie in tutta Europa. Il telegiornale spagnolo, per esempio, dedica il 40% delle notizie ansiogene alla "crisi economica". Segue il tg della tv pubblica francese con il 26%, quello inglese con il 15% e quello tedesco con l'11%. Con una parziale, ma significativa eccezione, l'Italia, il cui principale telegiornale pubblico (il TG1) dedica all'ansia della crisi e della disoccupazione solo il 4% del numero delle notizie che generano insicurezza. Nel 2010 il divario fra la percezione sociale e la rappresentazione mediatica appare ancor piu' ampio. Le notizie di criminalita' sono tante e distribuite su quasi tutte le edizioni del Tg1 (sono solo 6 le giornate senza criminalita' contro 32 della Bbc, 36 di Tve, 56 di France 2 e addirittura 69 di Ard).

Ma non solo. Nella classifica delle notizie ansiogene e' la criminalita' (che spesso notiamo associata all'immigrazione o ai Rom) ad avere lo spazio maggiore: ben l'82%. Nella rappresentazione mediatica, quindi, l'Italia non sembra in crisi, anzi sta meglio di tanti vicini europei. Cosi' la disoccupazione e l'aumento dei prezzi, insieme, sono indicati come problemi prioritari da circa il 60% degli Italiani, ma criminalita' e immigrazione, complessivamente, sono considerate uno fra i due problemi piu' gravi dal 51%. Ma lo spazio riservato dal principale telegiornale pubblico alle emergenze economiche, in Italia, nel primo trimestre dell'anno continua ad essere limitato. Venti volte meno rispetto a quello dedicato alla criminalita'. Lo stesso avviene anche nel principale concorrente "privato": il TG 5. Cosi' l'insicurezza, nell'informazione televisiva, in Italia, continua ad essere largamente associata alla criminalita' comune e occupa, dunque, una quota di notizie di gran lunga piu' ampia rispetto agli altri telegiornali pubblici europei.

Le motivazioni di questo strabismo mediatico sono diverse: di spettacolo, tradizione, audience, ma anche politiche. Ma qui non ci interessano le cause, ci interessano le conseguenze sul modo di affontare i temi etici da parte della pubblica opinione che ne viene influenzata e ci interessa che, accanto agli aspetti quantitativi, ci siano quelli qualitativi, del 'come' viene presentata la notizia. Quando per esempio un gruppo di donne ha ritenuto giusto, in nome del "chi non paga non mangia", impedire che i figli degli immigrati non fruissero dei pasti a scuola, questa logica e' stata mostrata come normale anche in TV. Cosi' pure, quando, nel dare una notizia si titola (sul giornale o in TV) "Romeno ferisce due persone", si invia il messaggio che l'autore del delitto e' tale in quanto Romeno (o Tunisino, o Rom). Lo stesso dicasi per stupri e altre violenze.

In altri Paesi, come la Francia, tale fenomeno e' in calo perche' ogni volta che i media francesi fanno questo, sono immediate le reazioni indignate di tanti cittadini e delle associazioni contro il razzismo. In Italia, invece, queste cose sono all'ordine del giorno e suscitano solo occasionalmente qualche protesta o commento. Cosi' aumenta la percezione negativa dell'immigrato e del Rom, provocando aggressioni ai danni di costoro talora conclusesi con la morte, o giungendo a legittimare presso la pubblica opinione azioni di respingimento dei richiedenti asilo, spari alle navi dei migranti, verifiche di identita' dei nomadi davanti ai loro bambini alle 5 del mattino e cosi' via, azioni che dovrebbero invece farci indignare a prescindere dal colore del governo che le mette in atto.

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Parlando invece di violenze e discriminazione ai danni delle donne, sono anni che la pubblicita' e gli spettacoli televisivi propongono modelli e stereotipi negativi sulle donne: donne oggetto, donne sopraffatte, donne mercificate ed in quanto tali spogliabili, comprabili e usabili come oggetti. Secondo alcuni studiosi, molti media presentano una immagine infantile delle donne, che molti associano ad una vittima potenziale di violenza. Viceversa in altre immagini la donna appare come disponibile alla promiscuita'.

Una ricerca mondiale sulle donne nei media organizzata dalla World Association for Christian Communication ed effettuata anche in Italia dall'Osservatorio di Pavia e da professori e studenti di varie università italiane qualche anno fa, evidenziava quanto l'immagine e la presenza delle donne nei media sia ancora fortemente segnata da stereotipi e quanto anche la loro posizione nella piramide dei media sia ben lontana da una reale parita', il che incide su tutti gli aspetti della vita quotidiana dei fruitori.

Un ruolo importante lo gioca anche la pubblicita', che, racchiudendo in una immagine, uno slogan o - se animata - in pochi secondi, tutto il messaggio, non puo' spiegare, far riflettere, ma parla agli istinti. Donne fatte a pezzi (seno, cosce, didietro in primo piano), e quindi private di personalita' e identita', rafforzano il messaggio che le donne sono oggetti. La pubblicità, per sua stessa natura ed efficacia, arriva a tutti, indiscriminatamente: a chi sa interpretare quell'immagine ma anche a chi da un tale massiccio bombardamento ricava unicamente modelli comportamentali di sopraffazione. Il problema e' tanto ampio, che nel maggio 2006 il Comitato pari opportunita' dell'assemblea parlamentare del Consiglio di Europa, in una apposita udienza, si riuniva a parlare di "Immagine delle donne nella pubblicita'", rilevando appunto l'uso della donna-oggetto per vendere.

Ma esistono decine di studi - e libri da essi derivanti - che mostrano come i media, non evidenziando l'orrore della violenza e la sofferenza di chi subisce una violenza fisica o morale (e il messaggio pubblicitario stampato o in video e' fra questi, per la sua natura di estrema sintesi e superficialita'), stiano ampliando l'idea che la donna accetti di buon grado o quasi desideri il sesso imposto. Ed e' questo il messaggio che passa ai giovani, se e' vero, come indicato nel 2003 in uno studio di David Buckingham e Sara Bragg, che due terzi dei giovani si rivolge ai media per 'farsi una cultura' sul sesso.

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Mi appresto a concludere, dato che quanto detto sopra puo' valere per gli altri temi citati all'inizio: discriminazioni verso disabili e malati psichiatrici, violenza sui bambini o l'attribuzione della veste di colpevole o mostro sulla base di meri indizi. Venendo quindi rapidamente ai temi bioetici, pillola abortiva, testamento biologico, alimentazione forzata, cosi' come per la questione degli omosessuali le opinioni su di essi sembrano rispondere ad un criterio calcistico: le due posizioni opposte appaiono - perlomeno sui media - sostenute da una acritica tifoseria che non solo non e' disposta a concepire le motivazioni dell'altro, ma che neppure le vuole ascoltare.

I media giocano anche in questo caso un ruolo non molto corretto: storie strappalacrime contrapposte fra loro (senza magari raccontare i retroscena) come se una singola storia facesse testo e se le conclusioni di uno valessero per tutti, oppure riduzione del dibattito ad un problema di etica religiosa vs egoismi personali o viceversa di liberta' vs condizionamento religioso. Ciascuno pretende di essere depositario della verita' e accusa o sbeffeggia quello che viene visto (e dipinto, a beneficio del pubblico) come un avversario. L'argomento meriterebbe approfondimenti ben piu' ampi. Mi limito a rilevare la superficialita' o viceversa la partigianeria - legata spesso a mere appartenenze politiche - di tanti media su questioni troppo delicate per essere affrontate in questo modo.

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Per migliorare la situazione in alcuni dei settori citati sono intervenuti organismi nazionali o internazionali, come il Garante per la privacy e l'Agenzia dell'ONU per i Rifugiati. Sono state stilate, in condivisione con le organizzazioni dei giornalisti italiani - l'Ordine e la FNSI - la "Carta di Treviso" sui minori nei media e un documento sull'immigrazione nei media. Moltissimo c'e' ancora da fare e si tratta di un compito che a mio avviso - in assenza di una volonta' politica, anzi, in presenza di un interesse politico nell'uso della stampa - spetta alla societa' civile.

La societa' civile puo' organizzare dibattiti, puo' sensibilizzare le persone circostanti, a partire dai figli, educandole alla fruizione dei media con senso critico. Puo' anche esercitare il suo, di senso critico, acquistando i giornali piu' corretti e, quando accadono episodi sgradevoli o pericolosi - scrivendo a TV e giornali e chiedendo ai giornalisti di essere cauti e corretti nell'esporre le notizie, separando i fatti dalle opinioni e ricordando che in molti casi puo' essere in gioco la dignita', se non la vita, di qualcuno.

* presidente dell'Osservatorio sulla legalita' e sui diritti Onlus, intervento al Convegno 'Etica nelle professioni' del 14 giugno 2010 a Catanzaro

per approfondire...

Dossier immigrazione e razzismo

Dossier informazione

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