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17 giugno 2010
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Etica e politica : federalismo demaniale ?
di Rodolfo Roselli*

Con il decreto attuativo del federalismo demaniale abbiamo un caso concreto di come s'intende realizzare il federalismo in Italia e quali potrebbero essere i vantaggi per i cittadini.

Ma prima di parlare di questo provvedimento vorrei spiegare, a chi non lo sapesse, che cos'è il demanio pubblico. È qualcosa che appartiene a tutti noi cittadini italiani. È stato formato con le tasse che noi, e i nostri padri e nonni, abbiamo pagato allo Stato. Una parte è costituita dagli immobili (terreni ed edifici) che appartenevano alla proprietà feudale degli stati preunitari, e quindi costituisce il patrimonio pubblico di base della nostra nazione. Il resto l'abbiamo proprio pagato noi, direttamente, con le nostre tasse. Di conseguenza non solo non mi pare giusto che sia venduto a privati in generale, ma non venga ad esempio - in particolare proprio il patrimonio degli Istituiti delle Case Popolari - dato in affitto alle famiglie più bisognose.

La disponibilità di un patrimonio edilizio pubblico è essenziale. Ogni paese civile ne dispone in percentuali molto più elevate che in Italia: 34 % del totale delle abitazioni in Olanda, 20 % in Svezia, 15 % in Francia, meno del 5 % in Italia. Dunque questo provvedimento prevede la dismissione gratuita da parte dello Stato a Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane, di una parte del complessivo patrimonio demaniale, il cui valore complessivo stimato è di circa 47000 miliardi di euro, e la parte in questione sarebbe oscillante tra i 3,5 e i 5 miliardi di euro. Corrisponde a poco più di un 0,0001% del disponibile che, da tempo, gestito dall'Agenzia del Demanio attraverso vendite ordinarie e straordinarie e cartolarizzazioni, (es.SCIP2) fino ad oggi ha reso circa 5 miliardi, mentre se il tutto rendesse almeno l'uno per mille annuo, sarebbe pari a 4 finanziarie ogni anno, palese assoluta incapacità dell'amministrazione pubblica di valorizzare i suoi beni.

Ma è anche un provvedimento che non ha nulla di originale rispetto alla già proposta devolution che fu clamorosamente bocciata dal referendum del 25-26 giugno 2006, quindi un altro tentativo, cambiando il nome, di ripetere lo stesso errore già fatto. Ma le attuali forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, nulla obiettano in proposito, e fanno finta di non accorgersi dei disastrosi effetti amministrativi e fiscali che dovrà sopportare la gente.

Le ragioni di questa paralisi mentale possono essere di vario tipo, può essere pigrizia, può essere incompetenza, ma più probabilmente risiedono nel calcolo di convenienza, perché le sopradette dismissioni sostituirebbero al centralismo statale tanti centralismi locali, con una spaventosa moltiplicazione delle burocrazie, che sarebbero in perenne reciproco litigio. Quindi si avrebbe una ulteriore e costosa burocrazia, per i contribuenti, almeno necessaria non solo per il futuro controllo dell'utilizzazione dei beni dimessi, ma anche per dirimere le litigiosissime contese, del resto già esistenti per altri motivi, tra sindaci, presidenti regionali e provinciali sui beni dei quali devono decidere la legittima appropriazione. Avremmo dunque contese, come ai tempi del feudalesimo, e quindi da questa spartizione non pochi parlamentari, presidenti regionali etc. avrebbero la possibilità di trarre vantaggi con i nuovi vassalli, valvassori e valvassini.

Forse è bene osservare che, proprio per queste ragioni, in nessun paese europeo nel quale è applicata in varie forme la devolution, mai lo Stato dismette i propri beni territoriali. Ma tutto questo è anche in contrasto con quanto solennemente deciso dal Governo Prodi, in occasione della presentazione del censimento informatico del patrimonio statale, nella quale si affermò che questo immenso patrimonio doveva fruttare ed essere addirittura contabilizzato esclusivamente dallo Stato. A titolo informativo, questo famoso censimento informatico ad oggi, non solo non è stato concluso, ma è ben lontano dal raggiungere il suo obiettivo di 17 milioni d'informazioni corredate d'immagini fotografiche che dovrebbero dimostrare la sua reale esistenza. Quindi ad oggi nemmeno si sa di che cosa si parla.

Si sostiene che la gestione dei beni demaniali assegnata agli enti locali non solo possa portare benefici ai cittadini ma sia addirittura lo strumento per diminuire la pressione fiscale locale. Ma tutto questo è sfacciatamente falso ed è molto semplice comprendere il perché. Prima di tutto non si capisce perché gli amministratori pubblici locali siano così intelligenti e capaci, rispetto a quelli centrali, tanto da far rendere molto ciò che questi ultimi non sono stati capaci fino ad oggi di fare. Cioè si ammetterebbe l'esistenza di due classi antitetiche di furbi ed imbecilli.

In secondo luogo, per valorizzare questi beni e farli rendere è necessario impegnare risorse per gli adeguati investimenti che non solo i comuni - che attraversano un periodo di difficoltà - non hanno, ma anche perché, parallelamente al federalismo demaniale, il Governo nella manovra economica ha inserito 2 miliardi di tagli per due anni per le Regioni e 2 miliardi per i Comuni, mantenendo inalterati i vincoli del patto di stabilità. In parole povere lo Stato regala al massimo 5 miliardi di beni da valorizzare potenzialmente con fatica e nel tempo, ma vuole subito 4 miliardi di denaro fresco. Naturalmente a questi tagli devono poi sommarsi i tagli già previsti dalla manovra triennale del 2008 e le future riduzioni dei trasferimenti per gli enti che acquisiranno i beni dimessi dal demanio, pari ai mancati introiti sofferti dallo Stato. Ma altri vincoli sono sia il fatto che gli enti locali devono dimostrare in breve tempo l'accresciuto rendimento, pena il loro commissariamento, sia la penalizzazione degli enti locali con bilanci in rosso che non avranno (per fortuna) nulla, sia perché se volessero venderli a privati, il ricavato non andrebbe a ridurre le tasse ai cittadini, ma dovrebbe essere utilizzato per ridurre il disavanzo dei conti pubblici. Quindi i vantaggi sono nebulosi, ma i tagli sono molto chiari.

Ma che i vantaggi non esistano e che invece sarà una ulteriore occasione per aumentare le tasse locali, lo dice lo stesso provvedimento leggendolo attentamente. Infatti il primo articolo del provvedimento consente a Comuni e Province d'istituire una "tassa di scopo" a carico della collettività per realizzare le opere necessarie a valorizzare i beni che lo Stato trasferirà loro. Tutto questo non solo "per non mettere le mani nelle tasche dei cittadini" ma per valorizzare quelle Province che, secondo le promesse fatte in campagna elettorale da Silvio Berlusconi in persona, dovevano essere abolite, e invece ora avranno addirittura la possibilità, fino ad ora esclusa, d'imporre proprie imposte. Ma la beffa continua, perché si dice che queste tasse saranno particolari, e che i contribuenti potranno essere rimborsati "qualora la valorizzazione del bene generi una redditività che lo consente". La tassa invece "dovrà" essere restituita ai cittadini nel caso in cui l'opera non partisse entro due anni dal progetto esecutivo o non venisse ultimata nei cinque anni successivi all'approvazione del progetto. Quindi non solo uno spazio temporale di 7 anni, ma con i tempi che in Italia ci vogliono soltanto per fare i progetti …… Vi prego non rotolatevi dalle risate!

Per uscire da questa situazione "così generosa" è ovvio che le strade sono due, o aumentare le tasse locali per trovare le risorse necessarie, o alienare questi beni verso i privati sottoforma di concessioni, scatenando la speculazione privata su terreni, coste, edifici, miniere, piccoli aeroporti, porti etc. e offrendoli a prezzi stracciati per fare in modo che i privati ne abbiano la convenienza, e dunque i benefici non saranno per i cittadini, ma per gli speculatori. Ma anche tentando di essere ottimisti al massimo, oggi i beni offerti rendono non più di 190 milioni di euro /anno, e, supponendo che tutti questi soldi vadano al netto a beneficio di tutti i cittadini, ogni italiano risparmierebbe in un anno 3,15 euro di tasse locali, che a causa della sfrenata intelligenza degli amministratori locali potrebbero anche decuplicarsi e diventare nientedimeno circa 30 euro annuo di risparmio. Basta una sola contravvenzione e l'utile se ne va.

Mi si consenta tuttavia di dubitare di questa sfrenata intelligenza, che tuttavia non si è manifestata quando decine di enti locali si sono fatti ingannare da investimenti speculativi suggeriti dalle banche, su titoli che poi si sono rivelati della carta straccia. Ma anche senza ricordare il caso degli investimenti sbagliati, basta citare alcuni casi reali dei canoni oggi applicati su alcune spiagge di proprietà demaniali per rendersi conto di evidenti e tristi realtà, irregolarità e illegalità. Nelle concessioni demaniali delle spiagge romane di Ostia non è consentito il libero accesso e transito fino alla battigia di balneazione, violando tranquillamente la legge. Per quanto riguarda le cifre dei canoni demaniali, un titolare di 20.000 metri quadrati con piscina, palestra, bar, ristoranti e negozi, aperti tutto l'anno paga 5000 euro al mese di canone.

E' evidente che casi di questo tipo nascondono alleanze poco chiare e azioni speculative tra pubblico e privato. Queste azioni speculative sbagliate, utilizzando beni pubblici, dimostrano anche che un bene è comune non solo perché è pubblico, ma perché nella sua gestione, nella sua cura, nella sua fruizione esiste un controllo sistematico in prima persona di tutti i cittadini i quali, per decisioni di questo tipo, dovrebbero essere sempre chiamati a partecipare, cosa che nel caso degli investimenti finanziari è stato tranquillamente ignorato, interponendo barriere politiche ed istituzionali, con i risultati noti, e che potrebbero egualmente interporsi nella corretta gestione di questi beni demaniali.

Se questo è quanto sta emergendo dal federalismo demaniale, pensare che il federalismo fiscale, del quale quello demaniale è un anticipo, sarà a costo zero è pura follia. E purtroppo quanto costi nessuno lo sa, e già questo dovrebbe essere oltremodo allarmante. Ma che non costi nulla nessuno ci crede, e tanto meno ci crede il ministro dell'economia Tremonti, che su questo argomento è consapevole dei costi più di quanto non si immagini. Esiste infatti il forte sospetto che questa improvvisa manovra finanziaria, suggerita al momento opportuno dall'Europa, pochi giorni dopo che lo stesso Tremonti affermava che i conti dell'Italia fossero a posto, sia un'ottima occasione per mettere da parte tutte quelle risorse necessarie proprio a coprire i costi degli imminenti decreti di attuazione del federalismo fiscale, e nulla avrebbero a che fare con le crisi di altri paesi europei, e che questa occasione sia seguita analogamente anche da altre nazioni per avere fondi a disposizione per loro specifiche politiche.

Ho detto suggerita dall'Europa e non imposta perché non è la prima volta che subiamo raccomandazioni, esortazioni, precisazioni per contenere i nostri conti pubblici, e da tempo tutte vengono aggirate, dilazionate, discusse, concordate e si trovano nei tempi lunghi sempre dei compromessi mentre in questo caso abbiamo subito risposto "obbedisco" di garibaldina memoria. E la cosa è molto comprensibile perché senza federalismo non c'è Lega, e senza Lega non c'è governo.

Continua comunque il perpetuo inganno tra ciò che si vuol far credere e la realtà e tutto sulle spalle di un popolo che da un inganno all'altro scivola inesorabilmente verso il federalismo della povertà.

* ingegnere ed esperto di management, intervento su Radio Gamma 5 del 16.06.2010 e su Challenger TV satellitare Sky 922 ogni giorno dal lunedì al venerdì

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