 |
Etica
e politica : federalismo demaniale ?
di
Rodolfo Roselli*
Con il decreto attuativo del federalismo demaniale abbiamo
un caso concreto di come s'intende realizzare il federalismo
in Italia e quali potrebbero essere i vantaggi per i cittadini.
Ma prima di parlare di questo provvedimento vorrei spiegare,
a chi non lo sapesse, che cos'è il demanio pubblico. È qualcosa
che appartiene a tutti noi cittadini italiani. È stato formato
con le tasse che noi, e i nostri padri e nonni, abbiamo pagato
allo Stato. Una parte è costituita dagli immobili (terreni
ed edifici) che appartenevano alla proprietà feudale degli
stati preunitari, e quindi costituisce il patrimonio pubblico
di base della nostra nazione. Il resto l'abbiamo proprio pagato
noi, direttamente, con le nostre tasse. Di conseguenza non
solo non mi pare giusto che sia venduto a privati in generale,
ma non venga ad esempio - in particolare proprio il patrimonio
degli Istituiti delle Case Popolari - dato in affitto alle
famiglie più bisognose.
La disponibilità di un patrimonio edilizio pubblico è essenziale.
Ogni paese civile ne dispone in percentuali molto più elevate
che in Italia: 34 % del totale delle abitazioni in Olanda,
20 % in Svezia, 15 % in Francia, meno del 5 % in Italia. Dunque
questo provvedimento prevede la dismissione gratuita da parte
dello Stato a Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane,
di una parte del complessivo patrimonio demaniale, il cui
valore complessivo stimato è di circa 47000 miliardi di euro,
e la parte in questione sarebbe oscillante tra i 3,5 e i 5
miliardi di euro. Corrisponde a poco più di un 0,0001% del
disponibile che, da tempo, gestito dall'Agenzia del Demanio
attraverso vendite ordinarie e straordinarie e cartolarizzazioni,
(es.SCIP2) fino ad oggi ha reso circa 5 miliardi, mentre se
il tutto rendesse almeno l'uno per mille annuo, sarebbe pari
a 4 finanziarie ogni anno, palese assoluta incapacità dell'amministrazione
pubblica di valorizzare i suoi beni.
Ma è anche un provvedimento che non ha nulla di originale
rispetto alla già proposta devolution che fu clamorosamente
bocciata dal referendum del 25-26 giugno 2006, quindi un altro
tentativo, cambiando il nome, di ripetere lo stesso errore
già fatto. Ma le attuali forze politiche, sia di maggioranza
che di opposizione, nulla obiettano in proposito, e fanno
finta di non accorgersi dei disastrosi effetti amministrativi
e fiscali che dovrà sopportare la gente.
Le ragioni di questa paralisi mentale possono essere di vario
tipo, può essere pigrizia, può essere incompetenza, ma più
probabilmente risiedono nel calcolo di convenienza, perché
le sopradette dismissioni sostituirebbero al centralismo statale
tanti centralismi locali, con una spaventosa moltiplicazione
delle burocrazie, che sarebbero in perenne reciproco litigio.
Quindi si avrebbe una ulteriore e costosa burocrazia, per
i contribuenti, almeno necessaria non solo per il futuro controllo
dell'utilizzazione dei beni dimessi, ma anche per dirimere
le litigiosissime contese, del resto già esistenti per altri
motivi, tra sindaci, presidenti regionali e provinciali sui
beni dei quali devono decidere la legittima appropriazione.
Avremmo dunque contese, come ai tempi del feudalesimo, e quindi
da questa spartizione non pochi parlamentari, presidenti regionali
etc. avrebbero la possibilità di trarre vantaggi con i nuovi
vassalli, valvassori e valvassini.
Forse è bene osservare che, proprio per queste ragioni, in
nessun paese europeo nel quale è applicata in varie forme
la devolution, mai lo Stato dismette i propri beni territoriali.
Ma tutto questo è anche in contrasto con quanto solennemente
deciso dal Governo Prodi, in occasione della presentazione
del censimento informatico del patrimonio statale, nella quale
si affermò che questo immenso patrimonio doveva fruttare ed
essere addirittura contabilizzato esclusivamente dallo Stato.
A
titolo informativo, questo famoso censimento informatico ad
oggi, non solo non è stato concluso, ma è ben lontano dal
raggiungere il suo obiettivo di 17 milioni d'informazioni
corredate d'immagini fotografiche che dovrebbero dimostrare
la sua reale esistenza. Quindi ad oggi nemmeno si sa di che
cosa si parla.
Si
sostiene che la gestione dei beni demaniali assegnata agli
enti locali non solo possa portare benefici ai cittadini ma
sia addirittura lo strumento per diminuire la pressione fiscale
locale. Ma tutto questo è sfacciatamente falso ed è molto
semplice comprendere il perché. Prima di tutto non si capisce
perché gli amministratori pubblici locali siano così intelligenti
e capaci, rispetto a quelli centrali, tanto da far rendere
molto ciò che questi ultimi non sono stati capaci fino ad
oggi di fare. Cioè si ammetterebbe l'esistenza di due classi
antitetiche di furbi ed imbecilli.
In
secondo luogo, per valorizzare questi beni e farli rendere
è necessario impegnare risorse per gli adeguati investimenti
che non solo i comuni - che attraversano un periodo di difficoltà
- non hanno, ma anche perché, parallelamente al federalismo
demaniale, il Governo nella manovra economica ha inserito
2 miliardi di tagli per due anni per le Regioni e 2 miliardi
per i Comuni, mantenendo inalterati i vincoli del patto di
stabilità. In parole povere lo Stato regala al massimo 5 miliardi
di beni da valorizzare potenzialmente con fatica e nel tempo,
ma vuole subito 4 miliardi di denaro fresco. Naturalmente
a questi tagli devono poi sommarsi i tagli già previsti dalla
manovra triennale del 2008 e le future riduzioni dei trasferimenti
per gli enti che acquisiranno i beni dimessi dal demanio,
pari ai mancati introiti sofferti dallo Stato. Ma
altri vincoli sono sia il fatto che gli enti locali devono
dimostrare in breve tempo l'accresciuto rendimento, pena il
loro commissariamento, sia la penalizzazione degli enti locali
con bilanci in rosso che non avranno (per fortuna) nulla,
sia perché se volessero venderli a privati, il ricavato non
andrebbe a ridurre le tasse ai cittadini, ma dovrebbe essere
utilizzato per ridurre il disavanzo dei conti pubblici. Quindi
i vantaggi sono nebulosi, ma i tagli sono molto chiari.
Ma che i vantaggi non esistano e che invece sarà una ulteriore
occasione per aumentare le tasse locali, lo dice lo stesso
provvedimento leggendolo attentamente. Infatti il primo articolo
del provvedimento consente a Comuni e Province d'istituire
una "tassa di scopo" a carico della collettività per realizzare
le opere necessarie a valorizzare i beni che lo Stato trasferirà
loro. Tutto questo non solo "per non mettere le mani nelle
tasche dei cittadini" ma per valorizzare quelle Province che,
secondo le promesse fatte in campagna elettorale da Silvio
Berlusconi in persona, dovevano essere abolite, e invece ora
avranno addirittura la possibilità, fino ad ora esclusa, d'imporre
proprie imposte. Ma la beffa continua, perché si dice che
queste tasse saranno particolari, e che i contribuenti potranno
essere rimborsati "qualora la valorizzazione del bene generi
una redditività che lo consente". La tassa invece "dovrà"
essere restituita ai cittadini nel caso in cui l'opera non
partisse entro due anni dal progetto esecutivo o non venisse
ultimata nei cinque anni successivi all'approvazione del progetto.
Quindi non solo uno spazio temporale di 7 anni, ma con i tempi
che in Italia ci vogliono soltanto per fare i progetti ……
Vi prego non rotolatevi dalle risate!
Per
uscire da questa situazione "così generosa" è ovvio che le
strade sono due, o aumentare le tasse locali per trovare le
risorse necessarie, o alienare questi beni verso i privati
sottoforma di concessioni, scatenando la speculazione privata
su terreni, coste, edifici, miniere, piccoli aeroporti, porti
etc. e offrendoli a prezzi stracciati per fare in modo che
i privati ne abbiano la convenienza, e dunque i benefici non
saranno per i cittadini, ma per gli speculatori. Ma anche
tentando di essere ottimisti al massimo, oggi i beni offerti
rendono non più di 190 milioni di euro /anno, e, supponendo
che tutti questi soldi vadano al netto a beneficio di tutti
i cittadini, ogni italiano risparmierebbe in un anno 3,15
euro di tasse locali, che a causa della sfrenata intelligenza
degli amministratori locali potrebbero anche decuplicarsi
e diventare nientedimeno circa 30 euro annuo di risparmio.
Basta una sola contravvenzione e l'utile se ne va.
Mi
si consenta tuttavia di dubitare di questa sfrenata intelligenza,
che tuttavia non si è manifestata quando decine di enti locali
si sono fatti ingannare da investimenti speculativi suggeriti
dalle banche, su titoli che poi si sono rivelati della carta
straccia. Ma anche senza ricordare il caso degli investimenti
sbagliati, basta citare alcuni casi reali dei canoni oggi
applicati su alcune spiagge di proprietà demaniali per rendersi
conto di evidenti e tristi realtà, irregolarità e illegalità.
Nelle concessioni demaniali delle spiagge romane di Ostia
non è consentito il libero accesso e transito fino alla battigia
di balneazione, violando tranquillamente la legge. Per quanto
riguarda le cifre dei canoni demaniali, un titolare di 20.000
metri quadrati con piscina, palestra, bar, ristoranti e negozi,
aperti tutto l'anno paga 5000 euro al mese di canone.
E'
evidente che casi di questo tipo nascondono alleanze poco
chiare e azioni speculative tra pubblico e privato. Queste
azioni speculative sbagliate, utilizzando beni pubblici, dimostrano
anche che un bene è comune non solo perché è pubblico, ma
perché nella sua gestione, nella sua cura, nella sua fruizione
esiste un controllo sistematico in prima persona di tutti
i cittadini i quali, per decisioni di questo tipo, dovrebbero
essere sempre chiamati a partecipare, cosa che nel caso degli
investimenti finanziari è stato tranquillamente ignorato,
interponendo barriere politiche ed istituzionali, con i risultati
noti, e che potrebbero egualmente interporsi nella corretta
gestione di questi beni demaniali.
Se
questo è quanto sta emergendo dal federalismo demaniale, pensare
che il federalismo fiscale, del quale quello demaniale è un
anticipo, sarà a costo zero è pura follia. E purtroppo quanto
costi nessuno lo sa, e già questo dovrebbe essere oltremodo
allarmante. Ma che non costi nulla nessuno ci crede, e tanto
meno ci crede il ministro dell'economia Tremonti, che su questo
argomento è consapevole dei costi più di quanto non si immagini.
Esiste infatti il forte sospetto che questa improvvisa manovra
finanziaria, suggerita al momento opportuno dall'Europa, pochi
giorni dopo che lo stesso Tremonti affermava che i conti dell'Italia
fossero a posto, sia un'ottima occasione per mettere da parte
tutte quelle risorse necessarie proprio a coprire i costi
degli imminenti decreti di attuazione del federalismo fiscale,
e nulla avrebbero a che fare con le crisi di altri paesi europei,
e che questa occasione sia seguita analogamente anche da altre
nazioni per avere fondi a disposizione per loro specifiche
politiche.
Ho detto suggerita dall'Europa e non imposta perché non è
la prima volta che subiamo raccomandazioni, esortazioni, precisazioni
per contenere i nostri conti pubblici, e da tempo tutte vengono
aggirate, dilazionate, discusse, concordate e si trovano nei
tempi lunghi sempre dei compromessi mentre in questo caso
abbiamo subito risposto "obbedisco" di garibaldina memoria.
E la cosa è molto comprensibile perché senza federalismo non
c'è Lega, e senza Lega non c'è governo.
Continua
comunque il perpetuo inganno tra ciò che si vuol far credere
e la realtà e tutto sulle spalle di un popolo che da un inganno
all'altro scivola inesorabilmente verso il federalismo della
povertà.
*
ingegnere ed esperto di management,
intervento su Radio Gamma 5 del 16.06.2010 e su Challenger
TV satellitare Sky 922 ogni giorno dal lunedì al venerdì
 
Dossier
etica e politica
|
|