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Intercettazioni
, l'ultima legge vergogna
di
Daniela Gaudenzi
Le reazioni civili, compatte e massicce dal fronte dell’informazione
dettate esclusivamente dalla volontà di poter continuare a
fare, pur con tutti i noti limiti, il proprio lavoro e di
non acconsentire che si metta una pietra tombale sulla cronaca
giudiziaria, non erano poi così prevedibili e scontate, visto
lo stato complessivo del sistema informativo. Eppure nonostante
la propaganda e il bombardamento governativo che imperversa
da anni contro lo strumento che più terrorizza la casta, la
cricca e tutti i suoi ramificati addentellati, giornalisti
ed editori non solo della carta stampata hanno resistito come
ha dimostrato anche l’appello lanciato dal salone del libro
di Torino, con la scontata presa di distanza di Mondadori
ed Einaudi.
Adesso il ddl è stato approvato dalla commissione giustizia
del Senato nei tempi prefissati dalla maggioranza con grande
soddisfazione del presidente Berselli che ha annunciato, tra
apparenti propositi di apertura e minacce di tirare dritto,
“ora andremo in aula per l’esame”. Il governo parla anche
per bocca di Alfano di “testo aperto” pronto per essere “modificato
ma solo in aula” smentendo al momento con gli annunci la possibilità
di ricorrere al voto di fiducia. Insomma si sottolineano segni
di “retromarcia” sanciti dal cosiddetto “patto del crodino”
scaturito dall’incontro della pausa pranzo tra Quagliariello
e i pretoriani di Silvio, Gasparri e Cicchitto tutti convertiti,
a parole, alla linea trattativista. Perfino Gasparri annuncia:
“vogliamo evitare gli abusi delle intercettazioni, garantire
le investigazioni che ne hanno bisogno, evitare pubblicazioni
di materiali su persone che non verranno mai processate, ma
garantire il diritto di cronaca.”
Insomma
c’è un gran lavorio per dimostrare che il voto in commissione
al Senato sarebbe solo un passaggio formale e che la legge
in punti rilevanti dovrà essere modificata in aula. Di concreto
ma estremamente parziale nel passaggio in commissione al Senato
c’è da segnalare in positivo l’approvazione dell’emendamento
presentato da Luigi Li Gotti sull’ intercettabilità per il
reato di stalking, in precedenza incredibilmente escluso.
Ma
la questione, per una legge che da più parti e non senza fondamento
era già stata ritenuta inemendabile rimane sempre, almeno
per quanto riguarda i rapporti tra diritto di cronaca e limiti
alla pubblicazione, se sono fatti salvi i presupposti minimi,
anzi minimassimi, a tutela del diritto all’informazione contenuti
nelle due righe del testo già approvato alla Camera. Quelli
cioè introdotti dalla presidente della Commissione Giustizia
della Camera Giulia Buongiorno dove si prevedeva che una volta
caduto il segreto investigativo e cioè quando gli atti erano
divenuti noti alla parti “di tali atti è sempre consentita
la pubblicazione per riassunto”.
Infatti come aveva sottolineato puntualmente Vittorio Grevi
dalle pagine del Corriere con l’emendamento del relatore Centaro
finalizzato a sopprimere l’argine minimo fissato alla Camera
“si vorrebbe stabilire che tutti gli atti d’indagine, senza
distinzioni, debbano ricadere sotto un unico e generalizzato
divieto di pubblicazione (anche per riassunto o nel contenuto)
fino al termine delle indagini preliminari o dell’udienza
preliminare… Se un emendamento del genere fosse accolto, si
tornerebbe – come in un passato per fortuna assai lontano-
ad un regime di divieto assoluto di pubblicazione, destinato
a durare anche per anni…”. Ovviamente
un divieto in contrasto con l’art.21 della Costituzione che
prevede come ampiamente e ripetutamente stabilito dalla Corte
Costituzionale il diritto ad essere informati per i cittadini
corrispettivamente al dovere di informare per gli organi di
informazione e in contrasto con la Convenzione Europea.
Viene
spontaneo domandarsi, come fa l’autorevole costituzionalista
“cosa possa aver determinato la proposta di ‘un passo indietro’
così drastico ed indifferenziato, tra l’altro senza nessun
collegamento con la disciplina delle intercettazioni” e la
risposta ancora una volta viene in modo inequivoco dalla cronaca
giudiziaria dell’ultimo anno che ci ha aggiornato con la voce
dei protagonisti sulla permeabilità e progressiva propensione
della casta governativa e politica a scandali di ogni genere,
in ogni ambito.
Ancora
una volta, anche se forse con effetti più dirompenti che in
passato, il presidente del Consiglio e i suoi volontari delle
libertà necessitati più che mai, al di là delle profferte
di dialogo e di aperture, stanno varando una ulteriore legge
ad personam allargata a famigli ed accoliti con tempi di fatto
contingentati per stringere a tenaglia e con perfetta sincronia
i nemici di sempre, magistrati e giornalisti, non più tollerabili.
 
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