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Bulli
e pedagogia della nonna
di
Vincenzo Andraous*
Nelle scuole a parlare di bullismo, senza indebite appropriazioni,
sfuggendo l’elargizione dei soliti consigli, perché su questo
fenomeno accade di sentire che il mondo adulto, professorale,
genitoriale, è confuso, perché non è sufficientemente formato
per accorgersi, eventualmente per indagare, intervenire, aiutare,
non è attrezzato per mettersi di traverso a questo proliferare
di guerrieri in erba. Eppure una buona dose di intenzionalità
al fare male, di persistenza nell’usare il colpo di taglio,
una asimmetria a dir poco scandalosa, non possono restare
sottotraccia, non consentire un più appropriato accertamento
su quanto si genera in una classe e si rigenera intorno a
noi.
Forse
per reimpostare il presente, occorre un pò di pedagogia della
nonna, ossia del buon esempio, che riporta consapevolezza
del rispetto come valore inalienabile, persino per chi lo
ha sempre inteso come una merce di scambio. Rispetto che non
è, non può essere inteso come una “deferenza dovuta” molto
in voga in certe sottosocietà coperte, bensì rispetto dell’attenzione,
considerazione, riguardo per le persone, per le cose, per
le regole, e questo rispetto lo si apprende unicamente attraverso
l’esempio di riferimenti autorevoli, perché accreditati di
autorità, che non hanno paura della fatica per tirarci su
dal baratro in cui sovente siamo caduti, in quel dirupo che
spesso scaviamo a nostra misura.
Dentro
una scuola e una classe anonima, con una bravata ripetuta
all'infinito, una ragazzata autorizzata a passare inosservata...
si comincia sempre così, ma spesso dietro l'angolo c'è la
tragedia, il recinto dove tutto può esser condiviso, persino
la follia più lucida, inaspettata, imprevedibile. Parlare
di bullismo fa paura perchè semplicisticamente disconosciamo,
perchè ci illudiamo che non capiti a noi, a nostro figlio,
piuttosto succede al tuo, non al mio, siamo illusoriamente
a distanza di sicurezza, eppure non è per niente un fenomeno
celato, siamo allarmati, spaventati, preoccupati ma ipocritamente,
mentre nelle aule si pesta e si rompe, sotto casa si spaccia,
si consuma, si vende, si compra.
Il
bullismo è percepito come una prova che mette chiarezza, da
una parte l'imperatore e i suoi viceré, tra omertà e aggressività
che sfocia nella violenza, in mezzo la tribù degli impauriti
plaudenti, quelli che fanno consenso di partenza e mai di
arrivo, per ultimo l'angolo dello sfigato, del più debole,
della carne da macello, quello da cui mai bisogna venire contaminati,
mai correre il rischio di affiancare, perché si finisce minoranza.
Una sorta di sottosocietà dell'io vinco e tu perdi, non si
fanno prigionieri, il ruolo non è riconosciuto, a volte neppure
il valore della persona. L’adulto c’è, esiste, eppure nel
gruppo dei pari, dove la battaglia infuria, non c’è alcun
riconoscimento, perché s’è inabissato con tutto il suo carico
di esempio-autorevolezza-autorità.
Occorre prendere posizione e metterci di traverso per portare
il pensiero su stati della mente e del cuore altrimenti difficili,
per non riconfermare il rifiuto delle regole che invece sono
spesso vere e proprie salvavita, a tutela dei deboli e a tutela
anche dei falsi vincenti, per non ricadere negli stessi errori,
quelli che a volte non hanno altra riparazione che il perdono.
*
tutor nella Casa del giovane di Pavia
 
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