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Carcere
: fastidiosi lamenti o segnali di allarme ?
di
Vincenzo Andraous*
Il carcere reclama sacrifici umani, lo fa con inusitata violenza,
senza andare troppo per il sottile, in fin dei conti parliamo
di materiali difettati, di prodotti cancerogeni, di merce
da smaltire in fretta senza fare rumore. Sul carcere non è
consentito affermare un bel niente davanti al collasso della
giustizia che dovrebbe sostenere il diritto all’equità e alla
dignità di una pena da scontare non solamente come castigo
fine a se stesso, bensì per ritornare a essere uomini che
possono rientrare in seno alla collettività.
Dall’inizio
dell’anno uno, cinque, dieci, venti corpi avvelenati dall’incuria,
con gli occhi spalancati e resi ciechi dal dolore della solitudine.
In alcuni istituti monta una follia ingannevolmente liberatoria,
si prendono e si danno botte, si sequestrano gli uomini e
si disperdono le dignità, all’irresponsabile fragilità del
disagio che genera violenza, e che chiaramente non consente
giustificazione, si risponde con l’esemplarità dell’ulteriore
punizione, eppure manca quella sicurezza e quella pietà che
rendono umane le sconfitte più tragiche.
Ancora
una volta è consigliabile pensare alla galera non come a un
contenitore per incapacitare ed espellere definitivamente
dal contesto sociale, perché in carcere si va, ma prima o
poi si esce, e allora bisognerebbe evitare la pratica dell’induzione
a diventare peggiori di quando si entra, per tentare di vincere,
da una parte, quell’infantilizzazione galoppante che partorisce
tanti uomini bambini, e dall’altra, quella subcultura criminale
che trasforma il poveraccio in un uomo bomba. Quei ragazzi
appesi a una corda e quegli uomini in procinto di rifare nuovamente
del male a se stessi e agli altri, sono il risultato del carcere
che non cambia, che, se non può cambiare, neppure intendiamo
migliorarlo.
Nonostante
i segnali d’allarme di quei fastidiosi lamenti, ci limitiamo
a osservare il carcere, come se fosse sufficiente a stabilirne
le utilità e gli scopi (mai raggiunti), mentre per riappropriarsi
delle proprie funzioni di castigo e recupero, esso avrebbe
bisogno dello sviluppo di teorie e pratiche interne alla pena,
e alternative ad essa. Avrebbe bisogno di una decongestione
sistemica del sovraffollamento, della carenza di personale
e di fondi, ma sarebbe ingenuo non affiancare a questi problemi
endemici, un ripensamento culturale, che sottolinei il valore
umano della pena, perché in carcere si va perché puniti, e
non per essere puniti. Finchè il carcere sarà inteso come
un momento fermato per sempre, esso rappresenterà una fotografia,
un’immagine che non svela la vera essenza-assenza di ciò che
vi è ritratto.
Ecco
perché nelle tante parole-valigia che si sprecano sul mondo
penitenziario, più che altro per farci stare “dentro” tutto
e più di tutto, esse non ci permettono di vedere il tutto
nella sua complessità. Non si prende in considerazione l’opportunità
di pensare che occorre rivedere qualcosa, che manca qualcosa.
L’antidoto non può essere sintetizzato nella sola richiesta
di più operatori, piuttosto nella consapevolezza che è in
atto un plagio fisiologico operato da chi vuole mantenere
il carcere nella sua inutilità e antitesi a ogni riabilitazione,
nell’indifferenza che cancella ogni forma di prevenzione e
dunque di interesse collettivo.
Forse occorrerebbe un po’ di sbalordimento, affinché non ci
sentiamo rassicurati e lontani dagli accidenti, relegando
all’interno di una prigione tutte le nostre contraddizioni,
come se tutto acquistasse un equilibrio normale, dove il calcolo,
la corrispondenza e il tornaconto giocano decisamente a discapito
di chiunque, innocenti e colpevoli.
*
tutor nella Casa del giovane di Pavia
 
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