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Rispetto
prima forma educativa
di
Vincenzo Andraous*
La politica è un punto dolente per sua esplicita ammissione,
infatti non fa più proseliti né sforna nuovi eroi, rimane
lì, a barcamenarsi tra spot elettorali e slogan scopiazzati
qua e là.
Gli
uomini al vertice, quelli a metà, gli altri alla base della
piramide, sono a disagio nell’agire comune per programmare
minimi obiettivi, per cui diventa miraggio la pratica condivisa
nell’impegno di una buona vita, molto meglio stare in ordine
sparso, in attesa, pronti al balzo. Un microcosmo di gestualità
portate di taglio per fare più male, di parole lanciate come
fossero cluster bomb per esser certi di conseguire il danno
importante.
Atteggiamenti
che diventano comportamenti quotidiani violenti, per esser
primi, per rimanere con i primi, poco conta a quale prezzo
stare a galla: persino il conflitto che diviene notte tempo
violenza, la stessa droga una sostanza non del tutto malaccio,
il valore della persona non più bene primario.
I giovanissimi, gli adolescenti, non parlano e così non danno
possibilità di parlare, sono lì a osservare, sono carta assorbente
per non tralasciare niente di questa dinamica sgangherata
del vociare, prendere a botte, gridare aiuto inascoltati.
Il tradimento culturale sta nel ribaltare lo stato delle cose,
nel cambiare i connotati alla realtà, così i più giovani già
per metà professionisti di domani, diventano armi contundenti
di un pezzo di futuro che non è mai possibile ipotecare. Una
sorta di democratico rinculare nei simboli tribali, soprassedendo
alle sacralità ridotte a comparsate maleodoranti, nel belare
vittimistico l’equilibrio delle rendicontazioni, tra il giusto
avuto e il maltolto, la dignità di un rifiuto e la vergogna
di un accordo comprato.
In
questo botto a perdere del consumo della notizia, dello smercio
informatico, della comunicazione istantanea sguaiata, c’è
il rischio di interpretare il rumore di sottofondo come un
ritmo incalzante, il movimento ondivago di una crociera della
mente, dentro il paradosso di un benessere apparentemente
diffuso, perché portatore di sprechi incredibili: benessere
non certo nei valori raggiunti e condivisi, piuttosto per
traguardo economico da aggredire e acquisire.
Tutto
ciò incide sulle personalità in costruzione? Su quelle più
fragili? Sulle altre cosiddette formate? Forse è sufficiente
osservare dove gli sguardi non sono di persone realizzate,
ma di una umanità ripetutamente vinta. Per essere portatori
di una libertà che educa occorre arrischiare un passo indietro
rispetto a ciò che ferocemente attualizziamo, perdendo di
vista la sostanza delle cose, l’analisi, gli interventi da
azionare senza ulteriori rimandi. Un passo indietro dall’assuefazione
a giudicare chi sta al passo e chi no, chi vince e chi perde,
chi starà ai piani alti e chi invece nei sottoscala.
Forse
c’è ancora tempo per procedere sul terreno delle nuove relazioni,
nella coerenza generosa della libertà, scegliendo di non rimanere
prigionieri delle stive colme di dobloni d’oro, del piccolo
schermo eroe in tuta mimetica, chissà se c’è ancora spazio
sufficiente per credere in qualcosa di autentico, non mercificabile,
un valore che dia ancora senso alle persone, alle cose, persino
alle Istituzioni: il rispetto come prima forma educativa dell’umanità.
*
tutor nella Casa del giovane di Pavia
 
Dossier
etica e politica
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