Osservatorio sulla legalita' e sui diritti
Osservatorio sulla legalita' onlusscopi, attivita', referenti, i comitati, il presidenteinvia domande, interventi, suggerimentihome osservatorio onlusnews settimanale gratuitaprima pagina
07 aprile 2010
tutti gli speciali

Censori quotidiani
di Luca Baiada*

Che la censura in Italia raggiunga livelli sempre più alti, si sa. Che questo accada persino in giornali non strettamente filogovernativi, anche. Invece, solo agli addetti ai lavori sembrano noti alcuni dettagli di come le notizie possano essere manipolate, o semplicemente sparire.

Sul primo numero del «Fatto Quotidiano», il 23 settembre 2009, brilla questo: Gianni Letta è indagato, con gravi ipotesi di accusa. Lo stesso giorno, un comunicato governativo aggiusta, smentisce, minimizza. E sottolinea qualcosa: «Non è neppure vero che la notizia fosse inedita e che del fatto non si siano occupati gli atri [sic] giornali. Valga per tutti La Repubblica del 4 aprile 2009». Il 25 settembre «il Fatto Quotidiano» riprende il tema, e scrive: «su “la Repubblica” del 4 aprile effettivamente la notizia compare a pagina 17. È una breve, l’ultima, di circa 14 righe. Titolo: Potenza, inchiesta appalti mense Gianni Letta è indagato. […] La breve però è stata letta solo nelle regioni dove arriva la prima edizione. A Roma e nelle altre grandi città non è stata vista da nessuno… ».

A Roma, ho verificato che sulle copie cartacee della «Repubblica», il 4 aprile, a pagina 17 compare un trafiletto intitolato Vaticano, La Chiesa loda i buddisti, «Esempio di distacco dai beni». Sul sito dello stesso giornale, nell’archivio compare la stessa cosa. Copie digitali presenti in alcune biblioteche, invece, sulla stessa pagina al posto di quel trafiletto contengono quello su Gianni Letta. Ma come è valorizzata la notizia, ad aprile 2009? Vediamo un’agenzia, l’Adnkronos. In quel periodo riporta alcune cose su Letta, fra cui queste: 3 aprile, «Letta, massimo impegno affinché mondiale 2014 si disputi in Italia»; 7 aprile, «Terremoto: Gianni Letta, tanta solidarietà da cantanti a multinazionali»; 10 aprile, «Terremoto: Gianni Letta scoppia in lacrime»; 13 aprile, «Governo: Gianni Letta, il “consigliere” per eccellenza del cavaliere compie 74 anni». Tutte informazioni di cui si sentiva davvero un gran bisogno. E poi come è valorizzata la stessa notizia, a settembre 2009? Nei giorni successivi, è ripresa pochissimo dalla carta stampata.

Qui consideriamo la vicenda in termini generali. Mettiamo cioè da parte il caso di Letta, e consideriamo il suo nome solo come il segno che si sta parlando di una persona molto potente. Si tratta del sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega per i servizi segreti, un uomo che è stato paragonato al cardinale Mazarino, e che secondo il quotidiano confindustriale «da molti è indicato come il vero investment banker di palazzo Chigi». È anche l’uomo che ha diretto per anni il quotidiano «Il Tempo». Lo dirigeva anche quando pubblicò, il 28 aprile 1981 (anniversario dell’esecuzione di Mussolini), l’intervista di Licio Gelli, in cui quest’ultimo è presentato quasi come un esule e un perseguitato. E si tratta anche del vicepresidente Fininvest che nell’aprile 1993 è messo sotto accusa da Mani pulite, e ammette di aver versato milioni di lire al Psdi. A settembre 2009, «il Fatto Quotidiano» fa il suo nome in una vicenda che riguarda attività economiche di Comunione e liberazione. Giorgio Bocca lo descrive così: «factotum Gianni Letta, il supertrovarobe del governo italiano, uno che trova tutto senza sporcarsi mai né le mani né il vestito».

Dunque, la notizia dell’indagine su una persona molto potente compare sulla «Repubblica», ma in alcune copie del giornale la notizia quel giorno c’è, in altre no. Com’è possibile? Un importante giornale viene chiuso in redazione e inviato in forma telematica ai centri di stampa, più di uno in Italia. Ma l’invio non necessariamente è unico e diretto a tutti i centri di stampa. Dopo il primo invio si possono fare modifiche. In teoria, si potrebbe cambiare semplicemente tutto. In pratica, si cambiano cose piccole. Oppure, si aggiungono novità gravi. Già, ma a decidere cosa sia piccolo, nuovo, grave, è il giornale. Un uomo potente indagato, è una notizia piccola? Il punto di vista della chiesa sui buddisti, è una novità grave? A proposito, vediamo meglio la notizia sui rapporti fra chiesa e buddismo. In occasione di una festività buddista, effettivamente ad aprile 2009 il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso invia un messaggio. L’Adnkronos riporta la notizia, «Grazie a buddisti per loro distacco da beni materiali», con tre lanci del 3 aprile 2009, alle ore 14,57, alle ore 15 ed alle ore 15,0514. Si tratta, insomma, di una notizia che compare nel primo pomeriggio, e che avrebbe potuto essere inserita nella prima stampa del giornale.

C’è anche da fare un’altra osservazione. La suddivisione del territorio nazionale in relazione alla distribuzione della stampa, c’è il rischio che vada a somigliare a quella fra zone politicamente importanti e zone marginali. In teoria, in Italia siamo tutti uguali. In pratica, il peso politico di un piccolo centro montano o di un’isola non è lo stesso di quello di una metropoli. Con questo sistema, le pagine nazionali di un quotidiano, lo stesso giorno, non sono identiche ovunque. Non solo. Chi viene privato di una notizia, presente in alcuni esemplari e assente in altri, non si accorge neppure del buco, perché trova una toppa: il 4 aprile 2009, i rapporti fra chiesa e buddismo. «Il Fatto Quotidiano» si chiede: «Chissà come ha fatto il sottosegretario, a Roma, a leggere la prima versione».

Che Letta ogni mattino legga molto presto tutti i giornali, l’ha dichiarato in passato lo stesso Berlusconi. Naturalmente, la verità dell’affermazione è di tipo mitologico. È più probabile, cioè, che alcuni collaboratori eseguano una parte del compito, specialmente nel fine settimana (il 4 aprile 2009 era un sabato). Potrebbe trattarsi di persone sparse in Italia, in contatto con lui. O forse, così poco distanti dal sistema informativo, da far fatica a distinguerle dai giornalisti, dai loro collaboratori, dai tipografi. Ma invece della domanda del «Fatto Quotidiano», ci sarebbe anche da chiedersi se proprio bruciare la notizia con un assaggio di pubblicazione ad aprile, sia stata una mossa per predisporre il depotenziamento di una sua eventuale divulgazione successiva. In ogni caso, insospettisce che il comunicato governativo, lo stesso giorno dell’articolo su «il Fatto Quotidiano», faccia subito riferimento al trafiletto di aprile sulla «Repubblica» come se quest’ultimo fosse, in ambienti governativi, lì a portata di mano.

Comunque, restano aperti altri interrogativi, che certamente avrebbero risposte diverse a seconda del giornale. Mettiamo da parte il caso di «Repubblica» e di Gianni Letta, e stuzzichiamo invece qualche dubbio più in generale. Quanto tempo passa fra un’edizione e un’altra? Chi può leggere subito la prima edizione? E soprattutto, che peso possono avere le eventuali richieste di modifica, fatte da qualcuno? E ancora, può accadere che vengano fatte gocciolare notizie in un primo momento, proprio per stringere il rubinetto in seguito? E se sì, a che scopo, oppure con quali contropartite? Chi ha la mano su quel rubinetto? E l’altra mano, e le tasche? È difficile approfondire tutto questo. Si sta parlando di vicende oscure nel vero senso della parola. Molti giornali chiudono tardi, e l’ultima edizione può essere consegnata alle edicole diverse ore dopo. Col favore delle ombre, può succedere di tutto.

Che a occasionare questi dubbi sia un episodio riguardante «la Repubblica», il quotidiano che ha fama di dar voce all’opposizione intelligente in Italia, è solo un brutto segno dei tempi. Il problema, infatti, può riguardare tutti i grandi quotidiani nazionali, specialmente quelli che sono stampati in più di una tipografia. Anche il fatto che si tratti di Letta, in fondo, è solo un dettaglio. Se può accadere a lui (per lui? contro di lui?), può accadere ad altri. Sarebbe interessante scoprire quali altre notizie sono state fatte sparire, anzi sono state coperte da misere toppe, da rimpiazzi del genere La chiesa loda i buddisti, Un vegetariano mangia una pianta carnivora, Un massone si macchia il grembiulino all’ultima cena. Si saprebbe qualcosa in più, su ciò di cui davvero si occupano «gli atri giornali», come li chiama con involontario umorismo lo sciatto comunicato governativo del 23 settembre 2009. Per farlo, bisognerebbe confrontare di ogni quotidiano, ogni giorno, gli esemplari stampati in varie città. Sarebbe incerto persino di quali città, perché la suddivisione del territorio nazionale a seconda delle edizioni la stabilisce il sistema dell’informazione, e non è detto che sia immutabile, né che sia uguale per tutte le testate.

A proposito di un caso accaduto lo scorso anno in un periodico – si trattava di una variante fra testo cartaceo e testo diffuso con un lancio stampa – ho parlato di testo anfibio. Qui invece, se il testo su carta non garantisce l’uniformità delle copie, si tratta di un multitesto. Questo tema è da confrontare con l’uso mafioso dei pizzini, documenti cartacei per la comunicazione fra criminali, destinati alla massima segretezza. Ma la parola è usata anche per i biglietti con cui importanti politici comunicano fra loro quando si trovano in pubblico, e non vogliono farsi ascoltare; un trucco che è stato scoperto più volte. È da confrontare anche con la vicenda del papello, il documento che nel 1992 ha contribuito a veicolare i patti tra mafiosi e politici. Per pochi, carte segrete con testo solido. Per molti, carte riprodotte ma con testo fluido. Non c’è poi da stupirsi: in un clima politico fondato su documenti inaccessibili, necessariamente sono incerti i documenti pubblici. Più la verità è solo mormorata in segreto, più è falso ciò che si grida.

Proviamo a tentare un’affabulazione, cercando di trattenere il disgusto. Nel paese di Direnondire pochi comandano, anche a colpi di pizzini e papelli, cioè di testi inesorabili, senza varianti e non destinati a essere riprodotti. Invece, i lettori dei giornali ricevono ognuno un testo diverso, e sono convinti di essere informati. Nel frattempo, la televisione accosta suoni frastornanti a un marasma di immagini. Su quest’ultimo aspetto, ricordiamo una curiosità. La televisione berlusconiana è nata proprio grazie a una studiata variabilità spazio-temporale dei segni visivi e sonori: aggirava le norme sulle trasmissioni nazionali sfasando sul territorio tempi e modi della programmazione. È solo una coincidenza, certo. Ma alla fine, nel paese di Direnondire il potere resta nelle mani di poche persone, e tutti gli altri non si sanno spiegare perché non riescano a intendersi per cambiare le cose.

Ecco uno spunto che sarebbe degno della fantasia di Calvino. Invece, è un paradigma dello stato miserevole dell’Italia. Intanto, raccogliamo questa notizia sulle notizie: di passo col successo della menzogna, il testo di un giornale può perdere anche la sua uniformità.

* per gentile concessione dell'autore. Pubblicato su «Il Ponte», LXVI n. 3 (marzo 2010)

Dossier informazione

_____
NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI
CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org

°
avviso legale