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22 marzo 2010
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Pena di morte : negli USA sostegno contro ogni evidenza
di Rico Guillermo*

Gli oppositori della pena di morte hanno evidenziato che sono cinque Paesi - Cina, Iran, Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti - a realizzare la maggior parte delle esecuzioni di cui si abbia notizia nel mondo e che il numero dei Paesi che ancora applicano tale tipo di sanzione sono in diminuzione. Nonostante tale tendenza mondiale, un sondaggio annuale realizzato nell'ottobre scorso dalla Gallup mostra che attualmente il 65% degli Americani sostiene la pena capitale.

Si tratta di un dato che non e' in diminuzione, visto che nel 1936 solo il 59% del campione era favorevole alla pena capitale, e nel 1966 la percentuale era appena del 42%. Tutti i sondaggi degli ultimi anni mostrano anzi che, secondo la maggior parte degli Americani (quasi il 50%), la pena di morte non viene comminata abbastanza, il 30% circa pensa sia comminata nella giusta misura, e solo il 20% ritiene sia irrogata troppo spesso. Gli oppositori della pena di morte argomentano che essa sia poco equa, che gli imputati di alcune minoranze abbiano maggiori probabilita' di vedersi applicare la pena di morte a parita' di crimini commessi, e che vi siano differenze casuali o arbitrarie nelle procedure e nei giudici che incidono sull'applicazione della pena.

Nonostante cio', una maggioranza degli Statunitensi (il 57%) e' ancora convinto che la pena di morte sia applicata in modo equo nel Paese, e solo il 34% la ritiene iniqua. Eppure e' stata proprio la Corte Suprema degli Stati Uniti (sent. Furman v. Georgia) a dire che in alcuni Stati la pena di morte viene applicata con un sistema di sentenze "arbitrario e capriccioso". Tuttavia in tale occasione la Corte non dichiarava incostituzionale la pena di morte, ma solo lo statuto con il quale essa veniva applicata, per cui, dopo circa 7 anni di moratoria derivante dalla necessita', per 7 Stati, di adeguare i propri statuti, le esecuzioni riprendevano.

Un altro argomento contro la pena di morte fa leva sui casi in cui e' stata dimostrata - grazie alla prova del DNA o con altri trumenti - l'innocenza di persone giustiziate, evidenziando l'impossibilita' di tornare indietro riparando all'errore fatto. Tuttavia, per molti Americani il riconoscimento di tale fattore non comporta lo schierarsi contro la pena capitale. Un terzo del campione interpellato, pur convinto che siano state giustiziate anche persone innocenti, non si oppone alla pena di morte. Per molti Statunitensi, il riconoscimento dell'affermazione che persone innocenti siano state messe a morte non implica contemporaneamente la necessita' di abolire la pena di morte ed i due terzi degli Americani continua a supportare la pena capitale.

La cosa e' tanto piu' grave considerando che a volte essa viene applicata ai crimini commessi dai minori, o che comunque erano minori al momento del fatto. Il primo condannato di un processo "Juvenile" fu giustiziato nel 1642 e da allora sono stati circa 365 le persone messe a morte per un crimine contestatogli quando erano minorenni. Secondo il Centro di Informazione sulla Pena di Morte, si tratta approssimativamente dell'1,8% dei giustiziati dal 1608. Tuttavia la pena di morte per i minori trova l'opposizione del diritto internazionale (Convenzione dei diritti del fanciullo), dell'ONU e di organizzazioni non governative come Human Rights Watch e Amnesty International, che dagli anni '90 chiedono la cessazione degli abusi negli USA e negli altri Paesi perpetratori.

Peraltro, ci sono ancora nel braccio della morte 70 persone condannate per crimini giovanili (il 2%). E' infatti una errata credenza comune che l'esecuzione segua a breve la sentenza. Moltissimi condannati trascorrono nel braccio della morte anche trent'anni, fra un appello e un ritardo burocratico. Percio', secondo una ricerca del prof. Strieb, i condannati per delitti commessi fra i 16 e i 17 anni hanno oggi eta' variabili fra 18 e 43 anni, il che significa che hanno trascorso la maggior parte della loro vita in prigione in attesa di esecuzione.

Tre Stati USA mantengono in vigore la pena di morte per i sedicenni, e nove per i diciassettenni, mentre 39 Stati, incluso quello di Washington, la applicano per giovani maggiori di 18 anni. E cio' in linea con due sentenze della Corte Suprema, la prima delle quali stabiliva l'incostituzionalita' delle esecuzioni di minori di anni 15 all'epoca dei fatti, in base al quinto emendamento, e la seconda che, sempre con riferimento allo stesso emendamento, riteneva legale la pena di morte per ragazzi di 16 anni e oltre. Tuttavia nel 2005 - in accordo con la sottoscrizione della Convenzione sui diritti civili e politici da parte degli USA (che avvenne tuttavia con riserva) - la Corte stabiliva a maggioranza che e' illegale giustiziare persone minorenni all'epoca dei fatti. Una scelta gia' effettuata in precedenza autonomamente da 19 Stati.

Se ce ne fosse bisogno, la comunita' scientifica ha portato argomenti contro la pena di morte per giovani e giovanissimi, spiegando che lo sviluppo cerebrale dei ragazzi e' differente a quello degli adulti e che la parte di cervello che inibisce i comportamenti criminali non e' completamente sviluppata negli adolescenti. Ricercatori della Scuola di medicina dell'Universita' della California, della Scuola medica di Harvard e dell'Istitito nazionale americano di salute mentale - con una serie di studi - hanno verificato che una piccola area del lobo frontale responsabile del controllo degli impulsi e della valutazione delle conseguenze dei propri atti e' l'ultima parte del cervello a svilupparsi, e cio' continua ad avvenire ancora in una persona di vent'anni. Studi che evidentemente sono ignorati dal grande pubblico, viste le risultanze dei sondaggi, che non sembrano fare distinzioni per eta' fra condannati.

* si ringrazia Claudio Giusti

per approfondire...

Dossier pena di morte

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