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Pena
di morte : negli USA sostegno contro ogni evidenza
di
Rico Guillermo*
Gli oppositori della pena di morte hanno evidenziato che sono
cinque Paesi - Cina, Iran, Pakistan, Arabia Saudita e Stati
Uniti - a realizzare la maggior parte delle esecuzioni di
cui si abbia notizia nel mondo e che il numero dei Paesi che
ancora applicano tale tipo di sanzione sono in diminuzione.
Nonostante tale tendenza mondiale, un sondaggio annuale realizzato
nell'ottobre scorso dalla Gallup mostra che attualmente il
65% degli Americani sostiene la pena capitale.
Si tratta di un dato che non e' in diminuzione, visto che
nel 1936 solo il 59% del campione era favorevole alla pena
capitale, e nel 1966 la percentuale era appena del 42%. Tutti
i sondaggi degli ultimi anni mostrano anzi che, secondo la
maggior parte degli Americani (quasi il 50%), la pena di morte
non viene comminata abbastanza, il 30% circa pensa sia comminata
nella giusta misura, e solo il 20% ritiene sia irrogata troppo
spesso. Gli oppositori della pena di morte argomentano che
essa sia poco equa, che gli imputati di alcune minoranze abbiano
maggiori probabilita' di vedersi applicare la pena di morte
a parita' di crimini commessi, e che vi siano differenze casuali
o arbitrarie nelle procedure e nei giudici che incidono sull'applicazione
della pena.
Nonostante
cio', una maggioranza degli Statunitensi (il 57%) e' ancora
convinto che la pena di morte sia applicata in modo equo nel
Paese, e solo il 34% la ritiene iniqua. Eppure e' stata proprio
la Corte Suprema degli Stati Uniti (sent. Furman v. Georgia)
a dire che in alcuni Stati la pena di morte viene applicata
con un sistema di sentenze "arbitrario e capriccioso". Tuttavia
in tale occasione la Corte non dichiarava incostituzionale
la pena di morte, ma solo lo statuto con il quale essa veniva
applicata, per cui, dopo circa 7 anni di moratoria derivante
dalla necessita', per 7 Stati, di adeguare i propri statuti,
le esecuzioni riprendevano.
Un altro argomento contro la pena di morte fa leva sui casi
in cui e' stata dimostrata - grazie alla prova del DNA o con
altri trumenti - l'innocenza di persone giustiziate, evidenziando
l'impossibilita' di tornare indietro riparando all'errore
fatto. Tuttavia, per molti Americani il riconoscimento di
tale fattore non comporta lo schierarsi contro la pena capitale.
Un terzo del campione interpellato, pur convinto che siano
state giustiziate anche persone innocenti, non si oppone alla
pena di morte. Per molti Statunitensi, il riconoscimento dell'affermazione
che persone innocenti siano state messe a morte non implica
contemporaneamente la necessita' di abolire la pena di morte
ed i due terzi degli Americani continua a supportare la pena
capitale.
La cosa e' tanto piu' grave considerando che a volte essa
viene applicata ai crimini commessi dai minori, o che comunque
erano minori al momento del fatto. Il primo condannato di
un processo "Juvenile" fu giustiziato nel 1642 e da allora
sono stati circa 365 le persone messe a morte per un crimine
contestatogli quando erano minorenni. Secondo il Centro di
Informazione sulla Pena di Morte, si tratta approssimativamente
dell'1,8% dei giustiziati dal 1608. Tuttavia la pena di morte
per i minori trova l'opposizione del diritto internazionale
(Convenzione dei diritti del fanciullo), dell'ONU e di organizzazioni
non governative come Human Rights Watch e Amnesty International,
che dagli anni '90 chiedono la cessazione degli abusi negli
USA e negli altri Paesi perpetratori.
Peraltro,
ci sono ancora nel braccio della morte 70 persone condannate
per crimini giovanili (il 2%). E'
infatti una errata credenza comune che l'esecuzione segua
a breve la sentenza. Moltissimi condannati trascorrono nel
braccio della morte anche trent'anni, fra un appello e un
ritardo burocratico. Percio', secondo una ricerca del prof.
Strieb, i condannati per delitti commessi fra i 16 e i 17
anni hanno oggi eta' variabili fra 18 e 43 anni, il che significa
che hanno trascorso la maggior parte della loro vita in prigione
in attesa di esecuzione.
Tre Stati USA mantengono in vigore la pena di morte per i
sedicenni, e nove per i diciassettenni, mentre 39 Stati, incluso
quello di Washington, la applicano per giovani maggiori di
18 anni. E cio' in linea con due sentenze della Corte Suprema,
la prima delle quali stabiliva l'incostituzionalita' delle
esecuzioni di minori di anni 15 all'epoca dei fatti, in base
al quinto emendamento, e la seconda che, sempre con riferimento
allo stesso emendamento, riteneva legale la pena di morte
per ragazzi di 16 anni e oltre. Tuttavia nel 2005 - in accordo
con la sottoscrizione della Convenzione sui diritti civili
e politici da parte degli USA (che avvenne tuttavia con riserva)
- la Corte stabiliva a maggioranza che e' illegale giustiziare
persone minorenni all'epoca dei fatti. Una scelta gia' effettuata
in precedenza autonomamente da 19 Stati.
Se
ce ne fosse bisogno, la comunita' scientifica ha portato argomenti
contro la pena di morte per giovani e giovanissimi, spiegando
che lo sviluppo cerebrale dei ragazzi e' differente a quello
degli adulti e che la parte di cervello che inibisce i comportamenti
criminali non e' completamente sviluppata negli adolescenti.
Ricercatori della Scuola di medicina dell'Universita' della
California, della Scuola medica di Harvard e dell'Istitito
nazionale americano di salute mentale - con una serie di studi
- hanno verificato che una piccola area del lobo frontale
responsabile del controllo degli impulsi e della valutazione
delle conseguenze dei propri atti e' l'ultima parte del cervello
a svilupparsi, e cio' continua ad avvenire ancora in una persona
di vent'anni. Studi che evidentemente sono ignorati dal grande
pubblico, viste le risultanze dei sondaggi, che non sembrano
fare distinzioni per eta' fra condannati.
*
si ringrazia Claudio Giusti
 
Dossier
pena di morte
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