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Schiavi
della RAI . L'opinione
di
Rodolfo Roselli*
Tutti
siamo obbligati a pagare il canone RAI ma vorrei subito premettere
che qui non si tratta di un canone ma di una tassa, cioè una
tassa di possesso, la più stupida invenzione tributaria che
le menti del fisco possano aver inventato per estorcere denaro
al pubblico. L'obbligatorietà risale ad un decreto del Re
Vittorio Emanuele III, del 1938, proposto dal fascismo che
intendeva controllare tutte le informazioni.
Il controllo delle informazioni non piaceva solo al fascismo,
ma piace anche al regime dei nostri partiti, e lo strumento
fascista è stato da loro adottato in pieno. Infatti nel diritto
privato, il canone è un corrispettivo periodicamente versato
da un contraente all'altro come controprestazione per l'utilizzo
di un bene e, visto come abbonamento, è una libera scelta
e non un obbligo. La controprestazione è una scelta tra le
trasmissioni possibili, non perché si possiede un apparecchio,
e quindi è la controprestazione che paga canone, e non il
bene. Ma per pagare il canone di quella trasmissione, chi
la richiede dovrebbe dimostrare che la utilizza e non che
teoricamente potrebbe usarla. E poiché è demenziale poter
sapere se una trasmissione si usa o no, pur di carpire denaro,
il fisco viola tranquillamente la logica, ma solo perché gli
è stato dato il potere di obbligare il pubblico a pagare la
tassa sull'apparecchio.
Il fisco definisce e tratta chi non paga il canone come evasore
fiscale, ma non si accanisce contro la RAI, che dovendo pagare,
per la tassa di concessione governativa, il 7% dei canoni
incassati, da anni non ha versato questa tassa. Ma questa
non è evasione fiscale.
Dunque
la tassa di possesso va abolita perché assurda e coercitiva.
Il pubblico non l'accetta e, nonostante le minacce e il terrorismo
fiscale, secondo i dati contenuti in uno studio RAI, sei milioni
di famiglie, su 22 milioni, non pagano il canone RAI, e quindi
nelle casse non entrano 600 milioni di euro anno circa. E
allora il fisco deve trovare una costrizione maggiore, e infatti
esiste una proposta di legge per includere il canone RAI all'interno
di ogni bolletta elettrica, naturalmente senza alcuna consultazione
popolare, ma solo come atto d'imperio, con tanti saluti alla
democrazia. Inoltre si dice che il canone RAI serve per finanziare
il servizio pubblico, ma evidentemente questo importo non
è sufficiente per pagare i suoi 11 mila dipendenti, i contratti
d'oro degli esterni e tutte le altre spese, perché deve ricorrere
anche agli introiti pubblicitari.
Ma per dovere di obiettiva informazione, anche se i confronti
con l'estero si fanno solo quando fanno comodo, occorre registrare
che il canone, come libera scelta, non tassa di possesso,
esiste anche in Francia, 116 euro, in Germania 204 euro, in
Inghilterra 160 euro. Però, i dipendenti in Francia sono 12mila,
in Inghilterra 23mila, in Germania 24mila, in Italia 11mila,
e lo share di ascolto in Germania il 24%, in Inghilterra il
33%, in Francia il 34% e la RAI fa il 47%. Tuttavia in Inghilterra
la BBC offre 8 canali interattivi, 10 network radiofonici
e 50 emittenti TV e radio locali, e viene finanziata esclusivamente
attraverso il canone. In Germania hanno due canali televisivi
ma la pubblicità è limitata solo tra le 17 e le 20. In Francia
sono ammessi spot pubblicitari molto limitati e non inseriti
dentro il contenuto di trasmissioni, e inoltre sono tassati
pesantemente tutti gli introiti pubblicitari delle emittenti
private. In Norvegia, Danimarca, Svezia e Finlandia le tv
pubbliche sono con canone, ma non viene trasmessa pubblicità.
Tuttavia per soddisfare completamente tutti quelli che amano
i confronti esteri, allora è bene anche ricordare che vi sono
paesi che non hanno alcun canone come Olanda, Portogallo,
Ungheria e Spagna.
Usando la tassa di possesso, e quindi obbligando l'utenza
a non poter scegliere e nemmeno a protestare contro prodotti
che non gradisce, il problema non è solo economico ma è un
problema di politica della libertà d'informazione, cioè anche
spegnendo l'apparecchio sei costretto a pagare le informazioni
che non vuoi ricevere, e questo viola totalmente la Costituzione.
A differenza delle altre nazioni, la RAI ha due proprietari
e due consigli d'amministrazione. Il primo proprietario è
il ministro dell'Economia, il secondo, cioè i partiti, usa
la RAI per fare propaganda a se stesso, imporre il silenzio
sulle notizie scomode, collocare in azienda i suoi clienti
e le persone sulle quali fare affidamento. Questo secondo
proprietario può cambiare, come cambia l'esito delle elezioni,
ma i partiti si sono accordati su un "patto di sindacato"
in cui la maggioranza controlla circa il 75% dell'azienda
e la minoranza il 25%. Questa è la prova evidente che la RAI
non è uno strumento d'informazione ma uno strumento politico
pagato dagli utenti per favorire la maggioranza e gli altri
partiti che, ovviamente non pagano un soldo. I due consigli
d'amministrazione sono quello aziendale composto da persone
che conoscono i problemi dell'azienda, ma essendo nominate
per via politica devono obbedire e non possono migliorare
l'azienda, il secondo - la Commissione di Vigilanza - è l'organo
i cui membri del patto negoziano instancabilmente per difendere
la loro quota di potere ed allargarla.
Ma vi è un'altra categoria di proprietari occulti capaci di
condizionare la RAI, e sono i fornitori di pubblicità, dai
quali dipende il bilancio dell'azienda e tra questi c'è anche
la Santa Sede che nella vita pubblica italiana ha sempre diritto
ad un occhio di riguardo. Ma vi sono anche le lobby industriali,
le cooperative, i sindacati, le grandi finanziarie, insomma
tutti tranne coloro che pagano e che sono gli utenti. Se le
trasmissioni RAI devono essere considerate un servizio pubblico,
dovrebbero essere totalmente indipendenti dal colore del governo
in carica, per non diventare un servizio per la maggioranza,
e per ottenere questo dovrebbe essere gestita interamente
da persone neutrali, con contratti brevi e al limite, scelte
o con concorso pubblico internazionale o addirittura estratte
a sorte. Usare la RAI come strumento di potere equivale a
versare il canone RAI come ulteriore finanziamento ai partiti
politici e viola il diritto alla libertà d'informazione obiettiva.
Inoltre andrebbero riviste le regole di immissione della pubblicità
in radio e in televisione per attenuare il disturbo che la
pubblicità provoca negli utenti e nel contesto dei contenuti,
e dovrebbero essere applicate a tutti i canali televisivi
senza distinzione. Oggi la pubblicità non è un mezzo d'informazione
commerciale ma un sistema di aggressione psicologica che deve
interferire in ogni modo nelle trasmissioni, sia in modo diretto
con messaggi che devono condizionare la libertà di scelta
negli acquisti, sia in modo indiretto nelle stesse trasmissioni
d'intrattenimento sapientemente truccate che promuovono libri,
dischi, spettacoli, biografie fasulle, interviste preconfezionate,
volti proposti incessantemente per farli diventare noti, anche
se non meriterebbero nemmeno la minima attenzione, e per poi
far loro ottenere contratti d'oro. A tutto questo si associano
gli incessanti appelli ad arraffare donazioni dalle centinaia
di associazioni benefiche, sempre altamente altruistiche,
che popolano questo nostro paese che è un paradiso ma …solo
per loro. I
temi veramente culturali sono relegati in orari impossibili,
quasi una sfida per chi volesse seguirli, roba da carboneria,
e per sottolineare la scarsa importanza della cultura in Italia.
L'assoluta obiettività della RAI sulle informazioni esaminate
a 360 gradi sarebbe un obbligo verso i cittadini perché solo
il 10% della popolazione s'informa anche tramite i giornali,
ma è proprio per questa ragione che vi è una inondazione di
messaggi interessati sempre per ottenere qualche cosa.
Considerando che la RAI è un ente pubblico, finanziato dai
cittadini, se volesse restare ente pubblico e meritare il
consenso dei suoi finanziatori dovrebbe adottare una politica
retributiva socialmente accettabile e non favorendo arricchimenti
che gridano vendetta contro i lavoratori e i pensionati. La
crisi economica ha colpito anche la RAI e questa ha provveduto
ad espellere dal ciclo produttivo del personale e a molti
precari non è stato rinnovato il contratto. Davanti a questa
situazione molto delicata nei confronti della famiglie dei
lavoratori, ad esempio, in occasione del 59° Festival di San
Remo, in cambio della presenza di Roberto Benigni è stato
elargito un gettone di presenza di 350.000 euro, e ottenuto
i diritti home video di tutte le sue apparizioni in trasmissioni
RAI per 20 anni, pagando una cifra di 340.000 euro a fronte
di un valore di mercato pari a circa 2 milioni. Nella stessa
trasmissione il conduttore Paolo Bonolis ha ricevuto un compenso
di 1 milione di euro.
Ma per completezza dell'informazione è utile sapere altri
dati. La giornalista Lucia Annunziata percepisce circa 274mila
euro anno, ma questo è corretto solo perché secondo la legge
Finanziaria il suo compenso è al di sotto del tetto stabilito
dalla legge, è un fatto di tetto, non di professionalità,
e il tetto non è un limite ma è un fisso che comunque si deve
raggiungere. Michele Santoro, conduttore di Anno Zero, ha
guadagnato, tra stipendio e compensi di altro genere, 684
mila euro nel 2007. Il suo rapporto di lavoro è basato su
tre voci: uno stipendio lordo di 266 mila euro all'anno, un
premio di produzione (Mbo) legato al raggiungimento di alcuni
obiettivi di 103 mila euro all'anno, e un compenso unitario
per trasmissione di 10.500 euro per le prime serate e 2.600
euro per le trasmissioni in seconda serata. Da notare che
anche lo stipendio di Michele Santoro è sotto il tetto della
finanziaria, ma poi le aggiunte truccate sono fuori. Comunque
secondo la RAI, Anno Zero costa circa 7,2 milioni di euro,
ma gli incassi da pubblicità sono previsti a 9,2 milioni di
euro, con un attivo di 2 milioni. Ma
tutti i divi della RAI hanno compensi ragguardevoli più annessi
e connessi. Simona Ventura circa un milione e ottocentomila
euro anno, più le telepromozioni. Antonella Clerici circa
un milione e mezzo annuo Bruno Vespa un milione centottantasettemila
euro annuo. Fabio Fazio circa due milioni di euro all'anno,
e così via.
Tuttavia
il canone è solo una parte di quanto serve per pagare tutti
questi personaggi. Il canone contribuisce per il 47%, il 40%
viene dagli introiti pubblicitari e il 13 % da attività di
cessione di diritti etc. Mi sembra dunque di poter concludere
che la soluzione più ragionevole sarebbe quella o di abolire
del tutto il canone RAI, o abolire la pubblicità e tassare
adeguatamente tutte le altre televisioni private che trasmettono
pubblicità, in modo che l'importo ottenuto compensi totalmente
il bilancio annuo della RAI. La RAI sostiene di essere una
azienda, ma nelle aziende normali esiste un solo consiglio
d'amministrazione formato da specialisti e non da politici,
e non dovrebbe esistere la Commissione di Vigilanza, ma qui
si parla di un paese normale, e l'Italia non lo è. Inoltre
i compensi artistici potrebbero essere facilmente ridimensionati
se la RAI fosse promotrice del lancio dei nuovi talenti in
ogni campo, svolgendo così una benefica azione sociale verso
le migliaia di artisti oggi sconosciuti che non hanno gli
appoggi politici necessari per farsi valere e diventerebbe
un formidabile strumento di selezione della qualità artistica,
giudicata direttamente dal pubblico.
Con
queste informazioni, tutti ci potremo rendere conto come sia
stato perpetuato il controllo delle informazioni voluto da
Mussolini ma la differenza è sostanziale: prima c'era la dittatura
e il regime fascista, oggi invece ……..pure.
*
intervento su Radio Gamma 5 del
17.3.2010 e su Challenger TV satellitare Sky 922 ogni giorno
dal lunedì al venerdì
 
Dossier
etica e politica
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