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16 marzo 2010
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Strage di Halabja e responsabilita' occidentali
di Shorsh Surme*

Oggi, 16 Marzo, è 22° anniversario dell'attacco con le armi chimiche alla cittadina curda di Halabja nel Kurdistan dell’Iraq. Vogliamo ricordare quelle 5000 vittime inermi (in maggioranza donne, bambini e anziani), sterminate con prodotti chimici come insetti.

Come in un incubo. Lontano dagli occhi del mondo. Infatti, il 16 marzo 1988, era pomeriggio, la cittadina era quasi interamente coperta dal verde, quando i bombardieri iracheni invadono il cielo di Halabja, città di 70.000 abitanti della provincia di Suleymania nel Kurdistan iracheno, a pochi chilometri dalla frontiera iraniana. Il giorno precedente, la città era caduta nelle mani dei partigiani dell’Unione patriottica del Kurdistan (Upk) di Jalal Talabani.

Abituata alle alterne offensive e controffensive nel conflitto Iraq-Iran che devastavano la regione dal settembre del 1980, la popolazione crede sulle prime che si tratti di una classica operazione di rappresaglia. Chi fa in tempo si mette al riparo in rifugi di fortuna. Gli altri sono sorpresi da bombe chimiche che, a ondate successive, Mirage e Mig iracheni gli rovesceranno addosso. Un odore nauseante di mele imputridite riempie Halabja.

Al calar della notte, le incursioni aeree cessano e comincia a piovere. Poiché le truppe irachene hanno distrutto la centrale elettrica, gli abitanti partono alla ricerca dei loro morti nel fango, alla luce delle torce. L’indomani, si trovano di fronte a uno spettacolo spaventoso: strade lastricate di cadaveri, persone sorprese dalla morte chimica nei loro gesti quotidiani: bambini tenuti per mano dal padre, neonati ancora attaccati al seno materno, gli anziani che cercavano di passare una giornata serena e i malati che speravano di guarire. In poche ore si sono avuti 5.000 morti di cui 3.200 verranno tumulati in una fossa comune perché nessuno ha potuto reclamarli: i familiari erano tutti morti.

Le immagini di questo massacro fanno il giro del mondo grazie a corrispondenti di guerra iraniani e la stampa internazionale che si reca sul posto e dà un certo spazio a questo avvenimento senza precedenti. Il fatto è che l’uso di armi chimiche è formalmente proibito dalla convenzione di Ginevra. Dal 1925 soltanto l’Italia di Mussolini ha infranto questo divieto nella guerra d’Abissinia. Ma stavolta è contro il suo stesso popolo che uno stato usa i gas chimici. Allora l’Occidente - che considerava Saddam un’alleato, ma soprattutto il paladino della libertà contro l’espansionismo Khomaynista nel Golfo Persico - si limitò a una timida protesta senza una condanna esplicita contro il regime dittatoriale iracheno.

La città di Halabja vive ancora con i terribili ricordi di quella tragedia: nel territorio della città non cresce più un filo di erba, le donne che erano state colpite con il gas non riescono avere più i figli e se possono averne questi nascono deformi. Ora, la speranza di migliaia dei parenti delle vittime di quella tragedia in particolare e del popolo curdo in generale è che dopo la condanna e l’esecuzione di Ali Hassan Al Majid, detto “Ali il chimico”, anche i altri responsabili che per fortuna sono già dietro le sbarre possono essere processati e giudicati al più presto possibile per i crimini che hanno commesso contro la popolazione civile.

E non dimentichiamo anche i mercanti di morte occidentali che hanno collaborato col regime per realizzare questa arma micidiale. Infatti, due anni fa è stato condannato Frans van Anraat, un Olandese di 65 anni, che la magistratura olandese ha definito come “uno dei più importanti intermediari del traffico d’armi e materiale bellico del Medio Oriente”. Van Anraat dopo la prima guerra del Golfo si era trasferito in Iraq dove, sempre secondo i magistrati olandesi, avrebbe svolto il ruolo di consulente per lo sviluppo delle armi chimiche del regime di Saddam. E’ stato riconosciuto colpevole di complicità in crimini di guerra ed è stato condannato dal tribunale dell’Aja a 15 anni di prigione. Anche molte aziende tedesche sono state riconosciute corresponsabili per la terribile morte di donne uomini e bambini.

L'Europa ha quindi l'obbligo morale di proteggere le vittime sopravvissute a quella tragedia.

* giornalista curdo-iracheno

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