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Strage
di Halabja e responsabilita' occidentali
di
Shorsh Surme*
Oggi, 16 Marzo, è 22° anniversario dell'attacco con le armi
chimiche alla cittadina curda di Halabja nel Kurdistan dell’Iraq.
Vogliamo ricordare quelle 5000 vittime inermi (in maggioranza
donne, bambini e anziani), sterminate con prodotti chimici
come insetti.
Come
in un incubo. Lontano dagli occhi del mondo. Infatti, il 16
marzo 1988, era pomeriggio, la cittadina era quasi interamente
coperta dal verde, quando i bombardieri iracheni invadono
il cielo di Halabja, città di 70.000 abitanti della provincia
di Suleymania nel Kurdistan iracheno, a pochi chilometri dalla
frontiera iraniana. Il giorno precedente, la città era caduta
nelle mani dei partigiani dell’Unione patriottica del Kurdistan
(Upk) di Jalal Talabani.
Abituata
alle alterne offensive e controffensive nel conflitto Iraq-Iran
che devastavano la regione dal settembre del 1980, la popolazione
crede sulle prime che si tratti di una classica operazione
di rappresaglia. Chi fa in tempo si mette al riparo in rifugi
di fortuna. Gli altri sono sorpresi da bombe chimiche che,
a ondate successive, Mirage e Mig iracheni gli rovesceranno
addosso. Un odore nauseante di mele imputridite riempie Halabja.
Al
calar della notte, le incursioni aeree cessano e comincia
a piovere. Poiché le truppe irachene hanno distrutto la centrale
elettrica, gli abitanti partono alla ricerca dei loro morti
nel fango, alla luce delle torce. L’indomani, si trovano di
fronte a uno spettacolo spaventoso: strade lastricate di cadaveri,
persone sorprese dalla morte chimica nei loro gesti quotidiani:
bambini tenuti per mano dal padre, neonati ancora attaccati
al seno materno, gli anziani che cercavano di passare una
giornata serena e i malati che speravano di guarire. In
poche ore si sono avuti 5.000 morti di cui 3.200 verranno
tumulati in una fossa comune perché nessuno ha potuto reclamarli:
i familiari erano tutti morti.
Le
immagini di questo massacro fanno il giro del mondo grazie
a corrispondenti di guerra iraniani e la stampa internazionale
che si reca sul posto e dà un certo spazio a questo avvenimento
senza precedenti. Il
fatto è che l’uso di armi chimiche è formalmente proibito
dalla convenzione di Ginevra. Dal 1925 soltanto l’Italia di
Mussolini ha infranto questo divieto nella guerra d’Abissinia.
Ma stavolta è contro il suo stesso popolo che uno stato usa
i gas chimici. Allora
l’Occidente - che considerava Saddam un’alleato, ma soprattutto
il paladino della libertà contro l’espansionismo Khomaynista
nel Golfo Persico - si limitò a una timida protesta senza
una condanna esplicita contro il regime dittatoriale iracheno.
La
città di Halabja vive ancora con i terribili ricordi di quella
tragedia: nel territorio della città non cresce più un filo
di erba, le donne che erano state colpite con il gas non riescono
avere più i figli e se possono averne questi nascono deformi.
Ora, la speranza di migliaia dei parenti delle vittime di
quella tragedia in particolare e del popolo curdo in generale
è che dopo la condanna e l’esecuzione di Ali Hassan Al Majid,
detto “Ali il chimico”, anche i altri responsabili che per
fortuna sono già dietro le sbarre possono essere processati
e giudicati al più presto possibile per i crimini che hanno
commesso contro la popolazione civile.
E non dimentichiamo anche i mercanti di morte occidentali
che hanno collaborato col regime per realizzare questa arma
micidiale. Infatti, due anni fa è stato condannato Frans van
Anraat, un Olandese di 65 anni, che la magistratura olandese
ha definito come “uno dei più importanti intermediari del
traffico d’armi e materiale bellico del Medio Oriente”. Van
Anraat dopo la prima guerra del Golfo si era trasferito in
Iraq dove, sempre secondo i magistrati olandesi, avrebbe svolto
il ruolo di consulente per lo sviluppo delle armi chimiche
del regime di Saddam. E’ stato riconosciuto colpevole di complicità
in crimini di guerra ed è stato condannato dal tribunale dell’Aja
a 15 anni di prigione. Anche molte aziende tedesche sono state
riconosciute corresponsabili per la terribile morte di donne
uomini e bambini.
L'Europa ha quindi l'obbligo morale di proteggere le vittime
sopravvissute a quella tragedia.
*
giornalista curdo-iracheno
 
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