 |
Carcere
: giustizia che trasforma
di
Vincenzo Andraous*
Ho
ritrovato un mio vecchio articolo sulla Giustizia e sul Carcere,
facce della stessa medaglia che dovrebbero trasformare al
cambiamento di mentalità il colpevole e rendere migliore l’intera
società. Le parole su questa pagina ingiallita dagli anni
trascorsi, possono ancora essere utili per pensare a quanti
vivono nella marginalità, emarginando gli altri, e così facendo
si crea una vera “giustizia ingiusta”, che poggia le fondamenta
su due basi: il mancato riconoscimento dei diritti altrui,
e il fatto di confondere ottusamente l’omertà con la solidarietà.
Due atteggiamenti di comodo, dettati da una necessità di sopravvivenza
che però si maschera da “giustizia sociale”.
Quando si sta ai margini, ogni situazione, ogni limite e distanza,
sono usate per giustificare le proprie azioni, la colpa è
sempre degli altri che non ascoltano, non aiutano, rimangono
indifferenti, eppure anche se povertà e solitudini creano
ingiustizie, non sono sufficienti ad assolvere alcuno dalle
proprie responsabilità.
Quale
giustizia e quale pena possono arginare l’illegalità diffusa,
la furbizia assunta a valore, la violenza cresciuta professionalmente
ed economicamente, se il carcere continua a essere il luogo
nel quale più di ogni altro si genera e si rigenera l’esclusione.
Sebbene
nel suo perimetro chiuso non ci siano eroi, ma unicamente
uomini sconfitti, la pratica diventa metodo consolidato, si
muore attaccati a una corda, si muore inascoltati da una giustizia
che momentaneamente è nella posizione di non potere vedere
le sue tante ingiustizie.
Forse bisogna di immaginare una giustizia diversa, finalmente
condivisa, che non si risolva in una condanna e in una pena
meramente da scontare, un debito da pagare senza alcuna consapevolezza
di quanto sia difficile tentare una possibile riparazione,
partecipando attivamente affinchè il carcere recuperi davvero
alla società: e ciò potrà avverarsi quando esso stesso sarà
recuperato dal consorzio civile. Per un detenuto, per un operatore,
per una società che è comunque e sempre coinvolta nella sua
opera di risanamento, dovrebbe significare che il tempo non
sia un tragitto che scivola addosso, con poca importanza e
nessuna dignità.
C’è
necessità di partecipare a una buona Giustizia, a un carcere
davvero utile, che non renda oltremodo inumana la disumanità.
Su questi pilastri della convivenza civile non è sufficiente
dire la propria usando toni aspri, dialettiche violente, forse
occorrerà partecipare con la forza delle idee, con atteggiamenti
che non banalizzano un problema che sta minando la percezione
di equità e compassione. La Giustizia è dimensione che ha
bisogno di buona volontà per migliorare le cose e le persone,
anche dentro una cella, ma per non concorrere a una civiltà
che muore, non dobbiamo accontentarci di avere dei numeri,
degli oggetti ingombranti, ma uomini da aiutare per diventare
a propria volta perni su cui fare girare tanti altri in difficoltà.
Parlare di ciò è anche un po’ il pane del perdono, quel segno
tangibile di una riconciliazione, un senso ritrovato nell’onore
riconquistato, un pane e una dignità meritati sul campo, sul
terreno fertile di una giustizia e di una pena a misura di
uomo.
*
tutor della Casa del giovane di Pavia
 
Dossier
diritti
|
|