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Il
tirapugni del bullo
di
Vincenzo Andraous*
Un
fermo di routine della Polizia di Stato ha consentito il ritrovamento
di un tirapugni sull’auto di un ragazzo da poco diventato
diciottenne, un tirapugni per incontrarsi dietro l’angolo.
Forse
non è il caso di farne un dramma, di esagerare con le parole,
di mischiare quel che è successo con ciò che non è possibile
prevedere, ma la mia esperienza, unita a quella di tanti altri
ragazzi che faticando, lavorando, impegnandosi, ritornano
a vivere nella Comunità Casa del Giovane, mi spingono a pensarla
diversamente, a tenere ben presente il rischio che possa accadere
l’irreparabile, ciò che nessun padre e nessuna madre vorrebbero
succedesse al proprio figlio, cìò che un adolescente non riesce
neppure a immaginare, la vita a perdere di qualcuno, la propria
esistenza gettata in pasto a una cella lontana dalla propria
famiglia.
Troppe sono le storie anonime che mi rammentano come nasce
una tragedia, un dolore insopportabile, accade sempre così,
con una sciocchezza autorizzata a passare inosservata, poi
è troppo tardi per tentare di rimettere insieme i cocci. Rammento
una pietra raccolta in gran fretta, il mito della forza, la
prevaricazione, la violenza al palo, in attesa, pronta a fare
il suo “dovere”, alla prima occasione, con tutto il carico
di disperazione che ne è seguita. Un tirapugni come quello
che nei film sta nelle tasche dello studente nero americano,
dentro e fuori la scuola, un simbolo, un totem, un colore
acceso per riconoscere la riserva, dove agli altri non è permesso
entrare, osservare, vedere, mentre a chi partecipa al banchetto
“tutto è condiviso”, tutto, anche la follia inaspettata, quella
che non risparmia nessuno.
Una
cosa da poco quel tirapugni, un bravo ragazzo incappato in
una bravata, ma l’avventura del salto in avanti a occhi bendati,
comincia sempre così, con la paura di vivere a soli diciotto
anni, dove “ vivere” sta nell’esibizione della forza che fa
sparire qualunque inadeguatezza. E’ fin troppo chiaro il segnale,
la luce rossa d’emergenza, il fermo e il blocco che costringe
a una paralisi culturale che si espande, come se la stessa
ricerca evolutiva del giovane adulto fosse un optional di
cui poter fare a meno, mentre si è liberi soltanto dopo avere
ben rovistato nella nostra testa, nella nostra pancia, per
liberarci della nostra incultura, illegalità, che generano
indifferenza e disattenzione per i nostri limiti.
Riflettendo
su quel metallo intorno alle dita di una mano, in attesa di
infrangersi sui denti di un coetaneo, possiamo renderci conto
di quanto male faccia togliere ai più giovani la necessità
di un impegno che obbligatoriamente deve consegnare fatica
da fare per inquadrare un obiettivo compatibile con il carattere
individuale di un adolescente, che sarà bene ricordare, non
è un bene di consumo da bypassare costantemente. Adesso bisogna
allontanare la nebbia della confusione adulta, che genera
e moltiplica uno stile comportamentale sbilanciato sull’ottenimento
del tutto e subito, piuttosto che attraverso il rispetto per
se stessi e per gli altri, che è autorevolezza, non certo
violenza come pratica quotidiana, che conduce dritti al vicolo
cieco, dove è molto facile entrare, quasi impossibile uscire.
*
tutor nella Casa del Giovane di Pavia
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