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17 febbraio 2010
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Integrazione alla rovescia . L'opinione
di Rodolfo Roselli*

Non sempre le normative proposte o attuate in Italia hanno lo scopo di migliorare i vari procedimenti, non sempre sono coerenti con le regole nazionali e internazionali sottoscritte, non sempre servono a semplificare i problemi ma, si sospetta siano create proprio per complicarli. Uno di questi casi è la nuova proposta governativa di attuare la concessione del permesso di soggiorno a punti che, da qualunque parte la si veda, appare incoerente e inapplicabile.

Esiste in generale, nell' Unione Europea, una logica contraddittoria tra le regole europee ,per concedere la cittadinanza, e le regole nazionali, per lo stesso fine. Nell' UE si segue la logica che favorisce la libera circolazione delle persone verso quelle aree dove si presentino più opportunità. Ma le singole nazioni si comportano in modo radicalmente contrario, perché si pretende comunanza di cultura e di lingua, e si spingono le persone non alla circolazione, ma alla stabilità nel territorio. Si arriva cosi all'assurdo che, per diventare cittadino europeo, basta avere la nazionalità di uno degli stati membri, e poi è lecito andare a lavorare dove si vuole, quindi se un cittadino comunitario emigra in altro stato comunitario, non viene chiesta la conoscenza della lingua, della cultura, delle istituzioni del paese, né si pretende alcun periodo di permanenza. Ma la stessa nazione, membro dell'Europa, che lo accoglie, pretende invece la sua assimilazione, vuole e induce alla stabilità e, per naturalizzarsi, occorre che la permanenza sia lunga, o di essere nati nel territorio o avervi studiato per molti anni. Teoricamente l'europeo potrebbe girare senza vincoli, ma praticamente subisce un analogo trattamento del non comunitario, che deve anch'esso restare fermo in quel paese e assimilarsi.

Sembra dunque contraddittorio da una parte dare grande importanza al diritto di appartenere ad una nazione europea, e darne meno al diritto di appartenere alla comunità europea. L'Europa non chiede garanzie, le singole nazioni si. Garanzie che poi ogni stato richiede a modo suo, in contrasto con il principio della omogeneità, e così il Belgio chiede 3 anni di residenza, fino alla la Grecia con 12, poi si aggiunge il paletto della conoscenza della lingua, da alcuni come opzione , da altri come obbligo formale come introdotta nel 1999 in Germania per legge, altri paletti sono arrivati dai test d'integrazione introdotti nel 2002 in Gran Bretagna che non si limitano alla lingua, ma pretendono conoscenze culturali, della storia, della vita civile con la creazione di speciali corsi d'integrazione, come in Olanda. Ma se il vero fine ultimo è la promozione a cittadino, il che significa anche quella di consentirgli di votare, non si capisce questo eccesso di esami, quando in tutti i paesi democratici, con il suffragio universale, la cittadinanza politica è concessa anche agli analfabeti. In Italia si arriverebbe poi alla farsa di cittadini non comunitari che, dopo aver seguito i corsi d'integrazione, siano più colti dei nostri parlamentari. E tutto questo è facile che avvenga in una democrazia scadente come quella italiana.

Se corsi d'integrazione culturale li facessero tutti, anche gli italiani, probabilmente avremmo cittadini competenti e certamente una Italia diversa. Ma in questo caso non sarebbero necessari neppure corsi formali, ma una ristrutturazione della distribuzione culturale nazionale , prendendo sul serio l'insegnamento dell'educazione civica, con trasmissioni televisive ricche di contenuti socio-politici appetibili ed impostati. Si potrebbe chiedere maggiore competenza ai potenziali eletti, e restituire ai partiti la funzione di educatori civili e non di aziende di collocamento. Ma attenzione tutte le proposte possono essere prese in considerazione se accompagnate da attività concretizzabili che le rendano fattibili. Attività neppure menzionate.

Si chiede di sottoscrivere perentoriamente un impegno perché l'extracomunitario raggiunga i 30 punti in 2 o 3 anni, ma coloro che hanno fatto questa luminosa proposta, lo sanno che centinaia di migliaia di questi stessi immigrati devono oggi aspettare non meno di 16 mesi per avere un permesso di soggiorno e vari mesi devono aspettare per avere la residenza nel siano caso dei comunitari ? Come fa lo Stato a dimostrare puntualità ed efficienza, a chi poi invece perentoriamente impone norme che lui stesso non sarebbe neanche capace di organizzare, e di far funzionare. Come si fa a non vedere i ragazzi degli extracomunitari nati in Italia che devono aspettare i 18 anni per essere dichiarati cittadini italiani? In questo caso la norma proposta non è integrazione ma una formula per prevedere solo diritti allo Stato e doveri per gli stranieri e certamente non garantisce l'eguaglianza, ma va a tutto vantaggio della prosecuzione di logiche discriminatorie, anticamera del razzismo. Inoltre la conoscenza approfondita della lingua richiede avere un adeguato corpo insegnante bilingue, tante lingue come tante sono le provenienze non comunitarie, è così dovranno essere realizzati i test linguistici, ed esistere altre attività e strutture da creare e soprattutto da pagare. Ma come, forse con i fondi che il Ministro dell'Istruzione continua a tagliare? E se si diffonde l'uso dei dialetti dovranno conoscere pure quelli!

Poi segue poi la conoscenza della Costituzione, che quasi tutti gli italiani non conoscono, e non si può permettere che la conoscano gli stranieri e non gli italiani, e allora ci dovrebbero essere corsi di Costituzione per tutti. Ma ora non ci sono! Segue poi il grande scoglio del possesso di un contratto abitativo, tenendo conto che oggi gli stranieri che possiedono il contratto abitativo sono una netta minoranza e quindi la probabilità di ottenere un permesso di soggiorno sarebbe solo teorica. Infine chi ha già un lavoro, e per averlo ha già dovuto pagare, per avere i documenti, se in modo regolare almeno 1500 euro e se in modo irregolare almeno 9000, e che non solo vorrebbe rientrare da questo suo esborso che corrisponde a non meno di un anno del suo stipendio, ma è anche uno che lavora e non è un criminale e vuole essere un residente italiano, allora perché colpirlo ancora con nuovi balzelli e nuove regole? Questa non è integrazione, ma persecuzione!

Se poi vogliamo stare con i piedi ben piantati in terra , questa idea prevede nel caso di non raggiungimento dei 30 punti, l'espulsione. A questo punto non resta che farsi una bella risata, se si pensa che in un paese come il nostro, è praticamente impossibile, con le complicatissime e teoricamente rigorosissime norme attuali, praticare i rimpatri, è praticamente impossibile fare sistematici controlli sui documenti, magari simili a quelli sulle patenti, e poi senza controlli si scoprono persone che mancano proprio di patente, ma dopo che hanno seminato morti per strada, e con questo meraviglioso sistema di controlli si vorrebbe espellere subito gli irregolari dall'Italia? Vi immaginate inoltre quali sarebbero le modalità attraverso le quali possano venir notificate le eventuali diminuzioni di punti, causate da infrazioni, forse sarebbero spedite per posta al "domicilio inesistente" di questi irregolari, o bussando al campanello della porta, oppure mediante le furbesche acrobazie burocratiche, utili solo a moltiplicare i posti pubblici ? Ma poi per chi intende lavorare nel nostro paese, proveniente da paesi non comunitari, è sensato imporre conoscenze così specifiche, se non intende radicarsi, e se non intende diventare cittadino di quella nazione?

E invece si insiste su questa strada che non solo complica l'integrazione ma costringerebbe a restare anche chi non ne ha voglia. Infatti nel pacchetto sicurezza per la concessione della carta di soggiorno, questa si può ottenere solo dopo 5 anni di residenza regolare e adesso si aggiunge anche la conoscenza della lingua e cultura. Quindi se uno straniero volesse andar via e tornare alla sua patria di origine, dopo aver investito tanto per apprendere lingua e cultura del luogo, forse preferirebbe allora restare anche se inizialmente non avrebbe voluto. Per chi lavora sarebbe sufficiente rispettare le nostre leggi e i valori portanti delle nostre democrazie e non serve a nulla renderli schiavi di un luogo, perché per lavorare devono assimilarsi, e non serve a nulla punirli togliendo loro dei punti, se violano la legge, le punizioni già esistono per ogni violazione e valgono per tutti, anche per i nostri pluripregiudicati che ,invece, non vengono certamente espulsi, ma circolano liberamente magari reiterando i reati. Ammesso che in Italia la giustizia ci sia!

Ma la vera finalità di questa proposta, attraverso le complicazioni folli e la sua pratica inapplicabilità ,sta proprio non per risolvere, ma per complicare sempre di più i problemi ai non comunitari, attraverso una sottile opera legale di estromissione che denuncia la dubbia sensibilità della quale dispongono i ministri proponenti. Il permesso di soggiorno viene rilasciato non solo per lavoro ma per studio o anche per motivi di rifugio politico. E' quindi uno strumento di accoglienza che serve per non chiudere le frontiere e per accogliere, anche in base ad accordi internazionali e alle convenzioni sui diritti dell'uomo e del rifugiato, persone che hanno bisogno di essere temporaneamente ospitate, in attesa che nel loro paese d'origine si ripristini un convivenza civile. Ora il bisogno si può misurare con una tessera a punti? E quanti punti varrebbe? E come potrebbe essere calibrato? E come si eviterebbero possibili ingiustizie o equivoci ? L'accoglienza è una disponibilità umana, non è uno schema, e dovrebbe essere un carattere specifico di un paese civile che la concede, non la vende al prezzo di 30 punti, come i famosi 30 denari o come il piatto di lenticchie. Questo non è un fatto d'integrazione è semplicemente un fatto di civiltà!

* intervento su Radio Gamma 5 del 10.2.2010 e su Challenger TV satellitare Sky 922 ogni giorno dal lunedì al venerdì

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