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Integrazione
alla rovescia . L'opinione
di
Rodolfo Roselli*
Non
sempre le normative proposte o attuate in Italia hanno lo
scopo di migliorare i vari procedimenti, non sempre sono coerenti
con le regole nazionali e internazionali sottoscritte, non
sempre servono a semplificare i problemi ma, si sospetta siano
create proprio per complicarli. Uno di questi casi è la nuova
proposta governativa di attuare la concessione del permesso
di soggiorno a punti che, da qualunque parte la si veda, appare
incoerente e inapplicabile.
Esiste
in generale, nell' Unione Europea, una logica contraddittoria
tra le regole europee ,per concedere la cittadinanza, e le
regole nazionali, per lo stesso fine. Nell' UE si segue la
logica che favorisce la libera circolazione delle persone
verso quelle aree dove si presentino più opportunità. Ma le
singole nazioni si comportano in modo radicalmente contrario,
perché si pretende comunanza di cultura e di lingua, e si
spingono le persone non alla circolazione, ma alla stabilità
nel territorio. Si arriva cosi all'assurdo che, per diventare
cittadino europeo, basta avere la nazionalità di uno degli
stati membri, e poi è lecito andare a lavorare dove si vuole,
quindi se un cittadino comunitario emigra in altro stato comunitario,
non viene chiesta la conoscenza della lingua, della cultura,
delle istituzioni del paese, né si pretende alcun periodo
di permanenza. Ma la stessa nazione, membro dell'Europa, che
lo accoglie, pretende invece la sua assimilazione, vuole e
induce alla stabilità e, per naturalizzarsi, occorre che la
permanenza sia lunga, o di essere nati nel territorio o avervi
studiato per molti anni. Teoricamente l'europeo potrebbe girare
senza vincoli, ma praticamente subisce un analogo trattamento
del non comunitario, che deve anch'esso restare fermo in quel
paese e assimilarsi.
Sembra dunque contraddittorio da una parte dare grande importanza
al diritto di appartenere ad una nazione europea, e darne
meno al diritto di appartenere alla comunità europea. L'Europa
non chiede garanzie, le singole nazioni si. Garanzie che poi
ogni stato richiede a modo suo, in contrasto con il principio
della omogeneità, e così il Belgio chiede 3 anni di residenza,
fino alla la Grecia con 12, poi si aggiunge il paletto della
conoscenza della lingua, da alcuni come opzione , da altri
come obbligo formale come introdotta nel 1999 in Germania
per legge, altri paletti sono arrivati dai test d'integrazione
introdotti nel 2002 in Gran Bretagna che non si limitano alla
lingua, ma pretendono conoscenze culturali, della storia,
della vita civile con la creazione di speciali corsi d'integrazione,
come in Olanda. Ma se il vero fine ultimo è la promozione
a cittadino, il che significa anche quella di consentirgli
di votare, non si capisce questo eccesso di esami, quando
in tutti i paesi democratici, con il suffragio universale,
la cittadinanza politica è concessa anche agli analfabeti.
In Italia si arriverebbe poi alla farsa di cittadini non comunitari
che, dopo aver seguito i corsi d'integrazione, siano più colti
dei nostri parlamentari. E tutto questo è facile che avvenga
in una democrazia scadente come quella italiana.
Se
corsi d'integrazione culturale li facessero tutti, anche gli
italiani, probabilmente avremmo cittadini competenti e certamente
una Italia diversa. Ma in questo caso non sarebbero necessari
neppure corsi formali, ma una ristrutturazione della distribuzione
culturale nazionale , prendendo sul serio l'insegnamento dell'educazione
civica, con trasmissioni televisive ricche di contenuti socio-politici
appetibili ed impostati. Si potrebbe chiedere maggiore competenza
ai potenziali eletti, e restituire ai partiti la funzione
di educatori civili e non di aziende di collocamento. Ma attenzione
tutte le proposte possono essere prese in considerazione se
accompagnate da attività concretizzabili che le rendano fattibili.
Attività neppure menzionate.
Si
chiede di sottoscrivere perentoriamente un impegno perché
l'extracomunitario raggiunga i 30 punti in 2 o 3 anni, ma
coloro che hanno fatto questa luminosa proposta, lo sanno
che centinaia di migliaia di questi stessi immigrati devono
oggi aspettare non meno di 16 mesi per avere un permesso di
soggiorno e vari mesi devono aspettare per avere la residenza
nel siano caso dei comunitari ? Come fa lo Stato a dimostrare
puntualità ed efficienza, a chi poi invece perentoriamente
impone norme che lui stesso non sarebbe neanche capace di
organizzare, e di far funzionare. Come si fa a non vedere
i ragazzi degli extracomunitari nati in Italia che devono
aspettare i 18 anni per essere dichiarati cittadini italiani?
In questo caso la norma proposta non è integrazione ma una
formula per prevedere solo diritti allo Stato e doveri per
gli stranieri e certamente non garantisce l'eguaglianza, ma
va a tutto vantaggio della prosecuzione di logiche discriminatorie,
anticamera del razzismo. Inoltre la conoscenza approfondita
della lingua richiede avere un adeguato corpo insegnante bilingue,
tante lingue come tante sono le provenienze non comunitarie,
è così dovranno essere realizzati i test linguistici, ed esistere
altre attività e strutture da creare e soprattutto da pagare.
Ma come, forse con i fondi che il Ministro dell'Istruzione
continua a tagliare? E se si diffonde l'uso dei dialetti dovranno
conoscere pure quelli!
Poi
segue poi la conoscenza della Costituzione, che quasi tutti
gli italiani non conoscono, e non si può permettere che la
conoscano gli stranieri e non gli italiani, e allora ci dovrebbero
essere corsi di Costituzione per tutti. Ma ora non ci sono!
Segue poi il grande scoglio del possesso di un contratto abitativo,
tenendo conto che oggi gli stranieri che possiedono il contratto
abitativo sono una netta minoranza e quindi la probabilità
di ottenere un permesso di soggiorno sarebbe solo teorica.
Infine chi ha già un lavoro, e per averlo ha già dovuto pagare,
per avere i documenti, se in modo regolare almeno 1500 euro
e se in modo irregolare almeno 9000, e che non solo vorrebbe
rientrare da questo suo esborso che corrisponde a non meno
di un anno del suo stipendio, ma è anche uno che lavora e
non è un criminale e vuole essere un residente italiano, allora
perché colpirlo ancora con nuovi balzelli e nuove regole?
Questa non è integrazione, ma persecuzione!
Se
poi vogliamo stare con i piedi ben piantati in terra , questa
idea prevede nel caso di non raggiungimento dei 30 punti,
l'espulsione. A questo punto non resta che farsi una bella
risata, se si pensa che in un paese come il nostro, è praticamente
impossibile, con le complicatissime e teoricamente rigorosissime
norme attuali, praticare i rimpatri, è praticamente impossibile
fare sistematici controlli sui documenti, magari simili a
quelli sulle patenti, e poi senza controlli si scoprono persone
che mancano proprio di patente, ma dopo che hanno seminato
morti per strada, e con questo meraviglioso sistema di controlli
si vorrebbe espellere subito gli irregolari dall'Italia? Vi
immaginate inoltre quali sarebbero le modalità attraverso
le quali possano venir notificate le eventuali diminuzioni
di punti, causate da infrazioni, forse sarebbero spedite per
posta al "domicilio inesistente" di questi irregolari, o bussando
al campanello della porta, oppure mediante le furbesche acrobazie
burocratiche, utili solo a moltiplicare i posti pubblici ?
Ma poi per chi intende lavorare nel nostro paese, proveniente
da paesi non comunitari, è sensato imporre conoscenze così
specifiche, se non intende radicarsi, e se non intende diventare
cittadino di quella nazione?
E invece si insiste su questa strada che non solo complica
l'integrazione ma costringerebbe a restare anche chi non ne
ha voglia. Infatti nel pacchetto sicurezza per la concessione
della carta di soggiorno, questa si può ottenere solo dopo
5 anni di residenza regolare e adesso si aggiunge anche la
conoscenza della lingua e cultura. Quindi se uno straniero
volesse andar via e tornare alla sua patria di origine, dopo
aver investito tanto per apprendere lingua e cultura del luogo,
forse preferirebbe allora restare anche se inizialmente non
avrebbe voluto. Per chi lavora sarebbe sufficiente rispettare
le nostre leggi e i valori portanti delle nostre democrazie
e non serve a nulla renderli schiavi di un luogo, perché per
lavorare devono assimilarsi, e non serve a nulla punirli togliendo
loro dei punti, se violano la legge, le punizioni già esistono
per ogni violazione e valgono per tutti, anche per i nostri
pluripregiudicati che ,invece, non vengono certamente espulsi,
ma circolano liberamente magari reiterando i reati. Ammesso
che in Italia la giustizia ci sia!
Ma
la vera finalità di questa proposta, attraverso le complicazioni
folli e la sua pratica inapplicabilità ,sta proprio non per
risolvere, ma per complicare sempre di più i problemi ai non
comunitari, attraverso una sottile opera legale di estromissione
che denuncia la dubbia sensibilità della quale dispongono
i ministri proponenti. Il permesso di soggiorno viene rilasciato
non solo per lavoro ma per studio o anche per motivi di rifugio
politico. E' quindi uno strumento di accoglienza che serve
per non chiudere le frontiere e per accogliere, anche in base
ad accordi internazionali e alle convenzioni sui diritti dell'uomo
e del rifugiato, persone che hanno bisogno di essere temporaneamente
ospitate, in attesa che nel loro paese d'origine si ripristini
un convivenza civile. Ora il bisogno si può misurare con una
tessera a punti? E quanti punti varrebbe? E come potrebbe
essere calibrato? E come si eviterebbero possibili ingiustizie
o equivoci ? L'accoglienza è una disponibilità umana, non
è uno schema, e dovrebbe essere un carattere specifico di
un paese civile che la concede, non la vende al prezzo di
30 punti, come i famosi 30 denari o come il piatto di lenticchie.
Questo non è un fatto d'integrazione è semplicemente un fatto
di civiltà!
*
intervento su Radio Gamma 5 del 10.2.2010
e su Challenger TV satellitare Sky 922 ogni giorno dal lunedì
al venerdì
 
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