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13 febbraio 2010
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Iran : attualita' e anniversario della rivoluzione
di Shorsh Surme*

Nel febbraio 1979 Khomeini, all’eta di settantotto anni, ritornò in Iran, dove un tempo la polizia dello scià lo aveva arrestato e poi costretto all’esilio prima in Turchia poi in Iraq nella città santa sciita di Nejaf. Dopo quindici anni, al suo ritorno,veniva accolto in trionfo da milioni di persiani.

L’Imam Khomeini, dopo essere tornato in patria, si rese conto di quanto precaria fosse la posizione di prminenza e la sua stessa reputazione. Lo stesso Khomeini per riuscire a mantenere il potere e per battere l’opposizione non esitò a ricorrere alla forza: i plotoni di esecuzione cominciarono ad eliminare i prigionieri politici, la tortura si fece più brutale come testimoniano i vari rapporti di Amnesty Internationa. Infatti, nel dicembre 1982, i pasdaran (Guardiani della rivoluzione) iniziarono la loro offensiva contro le minoranze etniche (tra queste il popolo curdo), nonostante che i movimenti di liberazione del Kurdistan lo avesse aiutato e sostenuto nella sua rivolta contro lo Scià.

Khomeini durante il suo esilio a Parigi aveva promesso ai Curdi che gli avrebbe dato l'autonomia come il loro diritto di vivere in pace e in libertà, invece dopo poco tempo dal suo arrivo dichiarò guerra ai Curdi e disse testualmente "uccidere un Curdo non è peccaminoso", perché secondo Komeini i Curdi erano degli infedeli, in quanto erano tolleranti, e soprattutto non erano fanatici. Durante la presidenza di Mohammad Khatami, i Curdi avevano sperato in una soluzione pacifica al loro problema in Iran, come aveva promesso lo stesso Khatami nella sua campagna elettorale - sia quella dal 1999 sia quella del 2001. Promesse non mantenute, per il semplice motivo che i falchi del regime non lo volevano, e quindi i Curdi subirono un vero e proprio geniocidio, nonostante le promesse d’autonomia fatte dallo stesso Khomeini durante il suo esilio a Parigi.

I 31 anni di potere del clero hanno portato la popolazione iraniana alla disperazione, sia dal punto di vista sociale che economico. Ora gli ayatollah sono divisi tra quelli cosiddetti 'puri e duri', capeggiati del presidente della Repubblica Islamica Ahmadinejad da una parte e dall’altra i moderati dell’ex presidente della Repubblica Mohammad Khatami, Mahdi Karubi e Hujatollah Hashomi Rafsanjani. Anche se quest’ultimo ha avuto sempre un piede in due staffe, da una parte ha sempre cercato di alearsi con l’ayatollah Kameney, la guida spirituale che ha sostituito l'Imam Khomeini, dall’altra si è schierato con il movimento d’opposizione.

Non dimentichiamo che la generazione dei 20/30enni degli anni Ottanta è stata pronta a sostenere la salita al potere di Ahmadinejad, ma la fiducia nel presidente si è andata col tempo affievolendosi. Paradossalmente, Ahmadinejad è inciampato in una serie di problemi simili a quelli che avevano portato all’esilio dello scià Reza Palawi: tra gli altri, il fallimento dei piani di sviluppo basati sull’investimento delle rendite estrattive. Inflazione e disoccupazione sono mali dilaganti nell’Iran di oggi. Il regime, evidentemente preoccupato per la forza crescente della opposizione e la propria incapacità di ridurre le manifestazioni, sta usando e ha usato anche nel passato la solita tattica: quella di incolpare potenze straniere nella speranza che il popolo iraniano possa scaricare la suao rabbia e la sua frustrazione oltre i suoi confini.

* giornalista curdo-iracheno

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