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La democrazia delegata
di
Giuseppe Franco Arguto
La libertà di scelta non coincide con la libertà di fare tutto ciò che si vuole. Le limitazioni alla libertà individuale, considerate da una prospettiva etica, trovano infatti una loro ragione nei criteri di reciprocità che rendono possibile la convivenza e regolano gli spazi delle relazioni sociali. Il problema nasce altrove.
La nostra personale volontà di intervenire, scegliere e agire tende troppo spesso a uniformarsi alle consuetudini collettive; non necessariamente per una deliberata volontà di omologazione, quanto perché le culture dominanti, i modelli sociali, i linguaggi e le rappresentazioni attraverso cui interpretiamo il mondo finiscono per preformare una parte delle nostre risposte.
Accade così che si scelgano comportamenti conformi non tanto sulla base delle proprie conoscenze e delle proprie esperienze, quanto perché essi consentono di rimanere all’interno di una rassicurante zona di conforto. Anche quando molteplici indicazioni ci richiamano alle nostre responsabilità civili, preferiamo delegare l’agire, la partecipazione, la militanza civile e politica a qualcuno che si offra di fare le nostre veci.
La vignetta di Altan coglie perfettamente questo paradosso: la democrazia è in pericolo, speriamo che venga qualcuno ad aiutarla: è quasi la rappresentazione plastica della rinuncia all’autogoverno...Quasi, perché quella che ci si ostina a chiamare democrazia è da decenni tutt'altro che una democrazia etica, come l'avevano pensata coloro che hanno scritto la Costituzione.
Abbiamo progressivamente ridotto la partecipazione politica alla scelta periodica di qualcuno al quale affidare il compito di decidere, amministrare, rappresentare e, infine, perfino difendere per noi quella libertà che dovrebbe invece trovare alimento nella partecipazione diretta alla vita comune. Una delega che, troppo spesso, finisce per consegnare il potere a soggetti che perseguono interessi propri o quelli delle organizzazioni economiche, politiche e corporative che li sostengono.
«Ognuno è libero di pensare ciò che vuole». Certo, ma resta una domanda meno rassicurante: quanto di ciò che chiamiamo pensiero nasce davvero da un’elaborazione autonoma della realtà e quanto, invece, ci è stato precedentemente consegnato sotto forma di categorie, convinzioni, consuetudini e rappresentazioni sociali?
Pensare non significa semplicemente possedere opinioni, ma in una prassi consapevole vuol dire sottoporre quelle opinioni al dubbio, confrontarle con l’esperienza, verificarne l’origine, interrogare le parole attraverso cui abbiamo imparato a lèggere il mondo. Altrimenti ciò che chiamiamo “pensiero” rischia di diventare soltanto il nome nobile attribuito alla ripetizione di ciò che abbiamo ricevuto.
Per questo ho spesso l’impressione che alla nostra epoca manchi non tanto il pensiero, quanto una vera civiltà del pensiero, qualcosa che per ampiezza culturale e capacità critica possa ricordare, pur nelle enormi differenze storiche, quella frattura prodotta dall’Umanesimo e dal Rinascimento rispetto agli universi culturali precedenti.
Eppure, penso che oggi non sia sufficiente invocare un nuovo umanesimo; invero, occorre anche interrogare criticamente l’eredità dell’umanesimo stesso, a cominciare dall’idea dell’essere umano quale misura e centro del mondo. La crisi ecologica, il rapporto con gli altri viventi, la tecnologia, l’intelligenza artificiale e la trasformazione delle nostre relazioni rendono necessario un pensiero capace di oltrepassare quella centralità.
È in questo senso che trovo interessante parlare di postumanesimo: non come cancellazione dell’umano, ma come tentativo di ripensarne la posizione nel mondo.
Forse anche la democrazia dovrebbe ricominciare da qui: non aspettando qualcuno che venga a salvarla, ma interrogandoci su quanto siamo ancora disposti a esercitarla.
 
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