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Soli nella folla
di
Elisa Fontana
Un macigno sul cuore è quello che sento dopo aver letto un fatto di cronaca che terrà i riflettori accesi su di sé per qualche ora e poi tornerà nell’oblio della normalità, ma che a me ha colpito come un pugno allo stomaco.
Un papà una mamma hanno posto fine alla vita della loro famiglia alla periferia di Roma. E quando dico famiglia, oltre a marito e moglie, intendo anche la figlia di 6 anni gravemente disabile e il loro cane Teo.
“Da soli non ce la facciamo più” hanno scritto in un biglietto.
Da soli. Credo sia il marchio di qualità della nostra società e del nostro stile di vita occidentale. Da soli.
Il municipio romano del quartiere dove vivevano si è premurato di dire che erano seguiti dai servizi sociali del Comune e non ne dubito. Ma sappiamo bene su quante risorse, su quanta precarietà, su quanto sbilanciamento fra domanda e offerta sono schiacciati i comuni. Sappiamo bene che in queste condizioni la qualità del servizio è necessariamente frammentaria e insufficiente.
E qui il carico esistenziale deve essere stato pesantissimo, alle prese con una bimba gravemente disabile che peggiorava e che ha assorbito e prosciugato tutte le energie dei genitori. La madre costretta a rinunciare al lavoro per seguire la figlia, il padre che ha trasformato la casa in un laboratorio informatico per poter lavorare ma non abbandonare la famiglia.
E pensate per un attimo come quella casa si possa essere trasformata in un ambiente claustrofobico, chiuso in se stesso e nei propri problemi, senza pause, senza speranza, con la certezza che domani sarebbe stato peggio di oggi. Pensiamoci e poi pensiamo se una situazione del genere possa essere affrontata con visite sporadiche dei servizi sociali che trovavano tutto in ordine, la bambina curata, la superficie accettabile.
Mentre evidentemente padre e madre cominciavano a crollare per il peso di una vita così, per la solitudine vera o sentita, per la coscienza di essere soli, soli davanti alla disabilità, alla gestione, al dolore, all’incertezza. Soli davanti alla vita, senza nessuno a cui poter esternare il proprio disagio psicologico, la propria richiesta di aiuto. Fino a quando il mondo esterno sembra schiacciarti e non riesci più a vedere via d’uscita. O meglio, ne vedi una sola, definitiva come una liberazione.
E, dunque, sì non siamo davanti ad una storia di degrado e di abbandono, siamo di fronte ad una storia che fotografa brutalmente la totale aridità della nostra società, la mancanza di risorse per un aiuto materiale omnicomprensivo in queste situazioni e, soprattutto, il sostegno forte davanti ai problemi di salute mentale.
E qui c’è il deserto pervicacemente perseguito da una politica che non si è mai interessata di salute mentale, innanzitutto per crassa ignoranza, poi per basso calcolo elettorale, infine per cinismo allo stato puro, tanto i “pazzi” nascono così, no? Che possiamo farci, se non isolarli quando danno noia?
Perché siamo ancora a questo livello di pensiero e di cultura. E nel frattempo chi “pazzo” non è nato affoga pian piano nella solitudine, nelle difficoltà, nella stanchezza, fino a non poterne più. Nell’assoluta indifferenza di chi avrebbe potuto e dovuto aiutarli.
E quanto siano stati “pazzi” questi genitori sopraffatti, lo dimostra il fatto che hanno pensato anche al loro cane, portandolo con loro al riparo di un futuro forse incerto, ma sicuramente segnato dalla perdita dei suoi umani, della sua famiglia.
No, non mi do pace davanti alla squallida indecenza di una società barbara che dimentica i fragili e sembra felice che ci sia quasi una selezione naturale: i forti vanno avanti, gli altri soccombono senza lasciare un solo rimpianto. E’ la moderna eugenetica, complimenti a noi e alla meravigliosa società che abbiamo costruito.
 
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