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Informazione: il diritto di disturbare
di Giuseppe Franco Arguto
La vicenda di Sigfrido Ranucci mi interessa soltanto fino a un certo punto come vicenda personale. La sua estromissione dalla conduzione di Report è certamente clamorosa, ma è raccontata nei particolari e retroscena da quotidiani, televisioni e siti d'informazione.
A me interessa soprattutto ciò che quella vicenda lascia intravedere dietro di sé, perché riguarda una questione assai più grande di un giornalista, di una trasmissione e persino della Rai: quali condizioni devono esistere perché un giornalista possa dirsi realmente libero?
La libertà di espressione viene generalmente rappresentata come il diritto di parlare senza essere censurati: è una definizione necessaria, ma insufficiente. Un giornalista può essere formalmente libero di scrivere e, nello stesso tempo, sapere che ciò che scriverà potrà costargli una trasmissione, una carriera, un contratto, una sequenza di querele o l'isolamento professionale. In questo caso nessuno gli avrà materialmente chiuso la bocca, eppure la sua libertà sarà stata ugualmente delimitata.
La censura contemporanea, infatti, raramente ha bisogno della matita rossa del censore: può essere molto più discreta, può passare attraverso le nomine, gli assetti proprietari, le direzioni editoriali, la distribuzione delle risorse, la precarietà professionale, l'accesso agli spazi di maggiore visibilità. Produce il suo risultato più efficace quando il giornalista finisce per conoscere in anticipo il confine che sarebbe sconsigliabile oltrepassare. La censura perfetta è quella che non deve più intervenire sul testo perché è già entrata nella testa di chi lo sta scrivendo.
È qui che la questione Rai diventa inevitabilmente politica, indipendentemente dalle intenzioni che si vogliano attribuire a questo o a quel governo. Un servizio pubblico la cui governance passa in misura rilevante attraverso parlamento e governo porta dentro la propria stessa architettura il problema della propria autonomia. Non occorre immaginare una telefonata da Palazzo Chigi alla redazione di un programma per comprendere la contraddizione: è sufficiente che chi deve controllare il potere sappia che una parte di quel potere partecipa alla scelta di coloro che amministrano l'azienda per la quale lavora.
Il problema, peraltro, non nasce oggi e sarebbe intellettualmente disonesto attribuirlo esclusivamente all'attuale maggioranza. La lottizzazione della Rai attraversa governi, coalizioni e stagioni politiche differenti. Cambiano i partiti, cambiano i dirigenti, cambiano i giornalisti considerati amici o nemici; resta il principio secondo cui l'informazione pubblica viene trattata troppo spesso come uno spazio da occupare anziché come un bene comune da sottrarre all'occupazione di chiunque.
È una forma particolare di monopolio: non necessariamente il monopolio di una sola voce, ma il monopolio del perimetro entro il quale le voci possono muoversi. Si può persino conservare un'apparente pluralità, invitare opinioni differenti, organizzare dibattiti accesi e continuare tuttavia a lasciare intatti i rapporti di potere che decidono quali questioni diventino centrali, quali restino marginali e quali persone dispongano della forza necessaria per portarle davanti a milioni di cittadini. Ed è proprio qui che giornalismo e democrazia diventano inseparabili.
Una democrazia non consiste soltanto nel mettere periodicamente una scheda dentro un'urna, perché prima del voto esiste qualcosa di ancora più delicato: la formazione del giudizio. Se la materia con cui costruiamo quel giudizio proviene da un sistema informativo fortemente dipendente dalla politica, dalla proprietà editoriale, dalla pubblicità e dagli interessi economici, il cittadino conserverà certamente la libertà formale di scegliere, ma diventerà molto più difficile stabilire quanto liberamente sia maturata quella scelta.
Il giornalismo nasce democraticamente proprio lì: non come megafono delle istituzioni, ma come loro sorvegliante; non dovrebbe chiedere al potere il permesso di indagarlo e tanto meno dipendere dal suo gradimento.
Albert Camus (*) aveva individuato anche l'altra faccia del problema, quella economica, quando sosteneva che nessuna riforma morale della stampa avrebbe avuto senso senza garantire ai giornali una reale indipendenza dal capitale. Politica ed economia, da questo punto di vista, non sono due mondi separati: proprietari, inserzionisti, gruppi industriali, governi e grandi concentrazioni editoriali possono concorrere alla costruzione di un ambiente nel quale il giornalista comprende perfettamente quali domande siano convenienti e quali possano diventare professionalmente costose.
Naturalmente esistono giornalisti che attraversano quel confine; esistono redazioni che resistono, inchieste che disturbano, cronisti che continuano a scavare nonostante querele, minacce e pressioni. Ed è precisamente la loro esistenza a mostrarci quanto sia indispensabile proteggere non soltanto la libertà di pubblicare ciò che hanno scoperto, ma la possibilità materiale di continuare a cercarlo.
Il giornalista, del resto, non è il proprietario della verità e non dovrebbe mai diventare il suo sacerdote. Può sbagliare, deve essere contestabile, deve rispondere del proprio metodo, delle fonti e delle proprie affermazioni; ma proprio perché nessuno possiede la verità, una società libera ha bisogno che qualcuno possa investigare sui fatti senza dover prima calcolare quale centro di potere rischierà di irritare.
C'è allora qualcosa di profondamente paradossale nel vedere giornalisti costretti a vivere sotto scorta perché hanno indagato mafie, affari e poteri, mentre contemporaneamente continuiamo a considerare quasi naturale che la loro autonomia professionale sia esposta alle oscillazioni della politica e del mercato. La vera garanzia di un giornalista non dovrebbe essere soltanto l'auto blindata dopo una minaccia, ma un ordinamento dell'informazione capace di renderlo indipendente prima che quella minaccia arrivi.
Per questo il caso Ranucci non riguarda soltanto Ranucci e nemmeno Report, ma riguarda noi: perché ogni volta che un giornalista comprende che indagare il potere può costargli più che assecondarlo, non si restringe soltanto il suo spazio professionale, ma si restringe lo spazio entro il quale ciascuno di noi può conoscere, giudicare e dissentire.
Prima di domandarci se viviamo ancora in una democrazia dovremmo forse domandarci: quanto può essere democraticamente libera una società nella quale chi forma l'opinione pubblica deve continuamente misurare la distanza che lo separa da chi possiede il potere di lasciarlo parlare?
(*) A. Camus, Questa lotta vi riguarda. Corrispondenze per Combat 1944-1947, Bompiani, 2018.
 
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