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28 agosto 2026
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Nepal e Vajont: sordi all'urlo della montagna
di Alessandro Negrini *

A Belluno, nel 1959, una donna batte i tasti di una macchina da scrivere. Si chiama Tina Merlin e scrive sul quotidiano "L'Unità" del Monte Toc, della terra che si muove, delle crepe, della paura degli uomini e delle donne di Erto e Casso.

Scrive che quella montagna non è tranquilla, sta per precipitare. La SADE, proprietaria della diga, risponde portandola in tribunale per «notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico». È una delle ironie più feroci della storia: la montagna stava per cadere, ma a turbare l'ordine pubblico era la giornalista che lo raccontava.

Cinquant'anni dopo, dall'altra parte del mondo, a Katmandu, negli stessi anni in cui l'Himalaya iniziava a scaldarsi, gli idrologi dell'ICIMOD analizzavano mappe e satelliti monitorando oltre duemila laghi glaciali sospesi sul Nepal, identificandone decine a rischio crollo.

I geologi dell'Università di Katmandu e della Tribhuvan University firmavano report precisi sull'instabilità delle pareti di roccia e ghiaccio, provocato dal cambiamento climatico causato dall'uomo. La risposta del potere è stata la stessa. Lentezza burocratica, pratiche archiviate, i fondi mai arrivati.

Non sono la stessa storia. Eppure le loro ombre di fango coincidono in un punto preciso: la tragedia del Nepal di questi giorni e la ferita del Vajont del 1963, unite da un elemento storico ineludibile.

Il Vajont non l’ho imparato nei libri di scuola, né nelle statistiche o nelle ricostruzioni dei tribunali. L’ho imparato camminando tra le pietre, ascoltando per più di dieci anni la gente di Erto. Libri umani rimasti fuori dagli archivi ufficiali, vicende scoperte a mezza voce intorno a un tavolo, parole che mutano leggermente a ogni racconto e che proprio per questo — perché vive — conservano il midollo della verità. Ho passato dieci anni ad ascoltare quella montagna. Quelle voci sono poi diventate la materia e l’anima del mio film, La luna sott’acqua.

A Erto, fu Tina Merlin, insieme agli ertani, a gridare che il Monte Toc stava scivolando, che si aprivano le crepe lungo le strade.

In Nepal, negli anni Novanta fu il lago Tsho Rolpa a lanciare il suo urlo: ci vollero le denunce degli scienziati e le proteste di piazza per costringere le autorità, nel 2000, ad abbassare le acque e installare le prime sirene d'allarme.

Ma il Tsho Rolpa fu un'eccezione. Nelle valli di Melamchi e lungo il fiume Bhote Koshi, i collettivi indigeni e le comunità Sherpa hanno continuato a protestare inascoltati contro l'assenza di sistemi di allerta precoce e contro la costruzione selvaggia di enormi centrali idroelettriche colate in cemento proprio nei corridoi idrogeologici più pericolosi del pianeta, senza adeguate valutazioni d'impatto.

In nome del cieco profitto, fu promesso il benessere a Erto, Casso, Longarone.

In nome del cieco profitto, i santuari naturali intatti della valle Melanchi in Nepal furono trasformati dai cantieri delle grandi dighe e dalle promesse del mercato. Indotti da un modello economico calato dall'alto, contadini e montanari scesero in massa dalle alture per cercare lavoro, insediandosi sulle golene e sui greti dei fiumi.

Si sono fidati. Si sono adagiati nel pericolo perché qualcuno ha raccontato loro che il progresso avrebbe domato la natura. Oggi quelle stesse golene sono state divorate da acqua e fango.

Eppure i segnali c'erano. Praticamente tutti i geologi e gli scienziati del clima lo andavano ripetendo: i ghiacciai dell’Himalaya arretrano, il permafrost si scioglie, l’equilibrio dei giganti di ghiaccio si sta spezzando.

In questi giorni guardiamo atterriti gli schermi dei telefoni: dieci milioni di metri cubi d’acqua scaraventati nella valle in Nepal, un’apocalisse in presa diretta restituita dai pixel dei social. Nel 1963, nel Vajont, i milioni di metri cubi d’acqua furono cinquanta, spinti oltre il bordo della diga da duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia precipitati dal Monte Toc: nessuna ripresa, nessun telefono, la montagna venne giù in quaranta secondi cancellando duemila persone nel buio.

Dieci milioni. Cinquanta. Duecentosessanta di pietra. Quaranta secondi. Mille vite, duemila vite.

A un certo punto i numeri smettono di significare qualcosa: diventano soltanto la contabilità dell'orrore. Perché ciò che accomuna queste due gigantesche catastrofi non sono i metri cubi di roccia o di ghiaccio, né i milioni di litri di fango.

È il tempo prima.

È la denuncia inascoltata, per mesi, anni, decenni.

È la pervicace, stolta, arrogante sordità del potere di fronte a una natura che parla prima che il disastro accada.

Non sono gli stessi uomini, non è la stessa epoca. Ma il meccanismo è spaventosamente identico:

Prima si difende il modello economico, la grande opera e la promessa della crescita.

Poi si derubrica l'allarme a capriccio ideologico o a disturbo dei guastafeste.

Infine, quando la tragedia arriva esattamente dove era stata prevista, il potere allarga le braccia e si rifugia nell'ipocrisia della "calamità imprevedibile".

Oggi non abbiamo solo il Monte Toc davanti agli occhi. Abbiamo qualcosa di pervasivo e difficile da indicare: un pianeta febbricitante. Lo abbiamo visto scricchiolare sulle Dolomiti, lo abbiamo pianto nel fango e nel ghiaccio della Marmolada, lo viviamo nelle estati tropicali che trasformano le nostre città in trappole ostili.

Negare o minimizzare lo stravolgimento climatico equivale, pietra su pietra, a negare che il Monte Toc stesse scivolando. Non significa non vedere il pericolo: significa guardarlo e decidere che sia più conveniente credere che rimarrà fermo.

Il Nepal, il Vajont, Erto, la Marmolada non ci stanno chiedendo di avere paura della natura. Ci chiedono di avere terrore della nostra stessa, complice ottusità. Perché la cecità di chi governa continua a camminare attraverso il tempo, con gli stessi identici passi.

* Componente del Comitato Scientifico dell'Osservatorio, regista di "La luna sott'acqua", film sulla tragedia del Vajont


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