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Il fango é degli altri, i successi antimafia sono nostri
di Raffaele Florio
Selfie con la Meloni, Ferro non ha dubbi: "La solita macchina mediatica ha avviato il meccanismo del fango"
Stanotte arriva il colpo: 54 misure cautelari tra Vibo provincia e il Nord Italia. Blitz della magistratura. Risultato? Invece di dire “bene, lo Stato funziona”, la Ferro ha trovato la più stratosferica delle interpretazioni: è la prova che il governo Meloni combatte la mafia.
Tradotto: secondo lei, l’azione autonoma della magistratura italiana, le indagini, i sequestri, le ordinanze, tutto ciò che succede per legge, diventa improvvisamente merito politico del partito di turno. Non c’è cazzata più grossa di questa.
La giustizia italiana non è un ministero del governo. Non si chiama “governo Meloni anticrimine”. Si chiama magistratura autonoma, perché la separazione dei poteri non è un optional.
Collegare un blitz giudiziario all’azione del governo è pura follia retorica. È come dire che se un fulmine colpisce un albero, è merito del sindaco che ha firmato il piano urbanistico.
Ma non è finita qua...
... quando un politico non sa rispondere, di solito fa tre cose: nega, si indigna, poi accusa. È il piccolo catechismo dell’autodifesa pubblica. E così, anche stavolta, davanti a una domanda semplice come un bicchiere d’acqua, Wanda Ferro ha scelto la via più comoda: non chiarire, ma lamentarsi. Non spiegare, ma gridare al complotto. Non entrare nel merito, ma evocare il “fango”. Sempre il fango.
In Italia, ormai, il fango non sporca chi frequenta certi ambienti: sporca chi lo racconta.
Il selfie, in politica, è quasi mai il fatto. È il simbolo. È la fotografia di una prossimità, di una frequentazione, di una leggerezza istituzionale che, in ruoli pubblici, non può essere liquidata con l’alzata di spalle di chi dice: “Non sapevo chi fosse”. Benissimo. Ma allora il problema raddoppia. Perché se lo sapevi, è grave. Se non lo sapevi, è peggio.
1. Non è “fango”: è controllo democratico
La prima mistificazione è lessicale. Chiamare “macchina del fango” il lavoro di chi pone domande è un trucco vecchio come la Prima Repubblica, solo più volgare e con meno congiuntivi. Se una persona che ricopre un incarico istituzionale compare accanto a soggetti controversi, o comunque a figure che meritano verifica, la domanda non è un’aggressione: è il minimo sindacale della democrazia.
Il politico serio non dice: “Come vi permettete?”.
Il politico serio dice: “Vi spiego tutto”.
Se invece la risposta è: “Mi vogliono colpire”, significa che si sta cercando di spostare il processo dal fatto al sentimento. Dalla realtà alla recita. Dalla verifica alla vittimizzazione. Un vecchio mestiere: non chiarire nulla, ma provare a commuovere i propri tifosi.
2. Il problema non è la foto: è il contesto
La seconda furbizia è ridurre tutto a un’immagine casuale, quasi rubata al destino cinico e baro. Ma in politica il contesto conta più della posa. Nessuno sostiene seriamente che una fotografia equivalga a una complicità automatica. Sarebbe infantile.
Il punto, però, è un altro: chi gira attorno al potere? Chi entra nei suoi spazi? Chi viene legittimato, anche solo simbolicamente, dalla vicinanza con figure pubbliche?
La politica non è un set di matrimonio dove tutti si fanno la foto con tutti. O meglio: non dovrebbe esserlo. Ogni stretta di mano, ogni presenza, ogni accesso, ogni confidenza produce un messaggio pubblico. E il messaggio non è mai neutro.
Dire “è solo una foto” equivale a dire che l’immagine pubblica non conta. Curioso, per gente che vive di immagini, campagne, palchi, slogan, passerelle e santini digitali.
3. Chi governa non ha diritto all’ingenuità
C’è poi una questione ancora più seria: il dovere di selezione. Un rappresentante delle istituzioni non può rifugiarsi nella giustificazione
dell’ingenuità permanente.
Non può sostenere, ogni volta che emerge un caso imbarazzante, di essere capitato lì per caso, tra persone sbagliate, in ambienti fraintendibili, in circostanze male interpretate.
Perché a forza di “non sapevo”, “non conoscevo”, “non ricordo”, si compone un ritratto involontario devastante: quello di una classe dirigente che pretende di guidare il Paese senza essere in grado neppure di controllare il proprio perimetro relazionale.
E allora bisogna scegliere:
o siete sempre lucidissimi quando dovete distribuire fedeltà, candidature, incarichi, presenze e pacche sulle spalle,
oppure siete talmente distratti da non accorgervi di nulla.
In entrambi i casi, non è esattamente un curriculum da estadisti.
4. La destra moralista è indulgente solo con se stessa
Il tratto più insopportabile di tutta questa storia è però l’ipocrisia. La stessa area politica che passa metà della sua esistenza a impartire lezioni di legalità, ordine, decoro, rigore, sicurezza e “tolleranza zero”, quando tocca a uno dei suoi cambia subito registro: garantismo per gli amici, fucilazione preventiva per gli altri.
Se una foto, una vicinanza, una frequentazione o una semplice ombra riguardano l’avversario, parte il tribunale televisivo. Editoriali indignati, talk show in apnea, richieste di dimissioni prima ancora del caffè. Se invece il riflettore si posa sui propri ambienti, ecco comparire il manuale dell’autocommiserazione: “sciacallaggio”, “strumentalizzazione”, “campagna d’odio”, “fango”.
Insomma, la morale vale sempre. Ma solo in trasferta.
5. La vera risposta sarebbe una sola: nomi, fatti, chiarimenti
Qui non serve il melodramma. Serve trasparenza. La risposta adulta non è offendersi: è chiarire fino in fondo.
Chi è quella persona?
In quale occasione è avvenuto l’incontro?
Chi l’ha introdotta?
C’erano rapporti pregressi?
Si tratta di un episodio occasionale o di una frequentazione d’ambiente?
Quali verifiche sono state fatte, dopo che il caso è emerso?
Tutto il resto è teatro. E la politica italiana, purtroppo, è già un multisala aperto 24 ore su 24.
6. Il punto politico: il potere attira sempre le stesse ombre
La verità più scomoda è che vicende del genere non nascono mai dal nulla. Nascono da un ecosistema. Da un’idea del potere come zona grigia di relazioni, intermediazioni, presenze opache, facce che compaiono sempre dove conta esserci. E ogni volta che qualcuno prova a illuminarla, arriva il coro: “vergogna, state infangando”.
No.
Il problema non è chi accende la luce.
Il problema è ciò che si vede quando la luce si accende.
La “macchina del fango” è spesso il nome che il potere dà al giornalismo quando il giornalismo smette di fare il cameriere.
Se Wanda Ferro ritiene di essere stata tirata in ballo ingiustamente, faccia ciò che fanno le persone sicure della propria linearità: spieghi tutto, bene, una volta per tutte.
Perché in democrazia non è il cittadino a dover chiedere scusa per una domanda.
È il potere che deve avere il dovere, e perfino l’umiltà, di dare una risposta.
E quando la risposta non arriva, il “fango” di solito non viene da chi scrive.
Viene da ciò che si cerca disperatamente di coprire.
 
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