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Meloni e l'uomo del clan: il problema è il sistema che lo rende possibile
di Raffaele Florio
C’è un riflesso automatico, ormai pavloviano, in certa politica italiana: ogni volta che emerge un fatto imbarazzante, si prende il dettaglio più fotogenico, lo si riduce a caricatura e lo si spaccia per l’intera vicenda.
In questo caso il dettaglio è il selfie. E il copione è già scritto: “Mi fotografano in migliaia, mica posso sapere chi sono tutti”. Vero. Verissimo. Talmente vero da essere quasi banale.
Infatti nessuna persona seria può sostenere che una foto, da sola, provi una contiguità mafiosa. Solo un analfabeta politico o un propagandista da discount potrebbe dire una sciocchezza del genere.
Se un leader politico partecipa a eventi pubblici, stringe mani, posa per selfie, sorride a chiunque glielo chieda, è perfettamente plausibile che si faccia ritrarre anche con persone di cui ignora identità, precedenti, relazioni, frequentazioni, curriculum criminale e magari pure il nome. Questo vale per Giorgia Meloni come per chiunque altro.
E infatti non è questo il punto.
Il punto, quello vero, quello che la replica della presidente del Consiglio prova abilmente a far evaporare, è un altro: come ci è arrivato, lì, quel soggetto?
Non davanti al transennamento.
Non in mezzo alla folla.
Non tra i curiosi.
Ma dentro il perimetro politico di un evento di partito, in posizione tale da poter salutare, accreditarsi, orbitare, presentarsi, accompagnare, mediare, spendere nomi, costruirsi una patente di prossimità col potere.
Ed è qui che il “semplice selfie” smette di essere semplice.
LA DIFESA DI MELONI È ASTUTA: PECCATO CHE RISPONDA A UNA DOMANDA DIVERSA
La presidente Meloni, nella sua risposta, usa una tecnica difensiva molto collaudata e molto efficace. Non risponde alla domanda scomoda. La sostituisce con una più facile.
La domanda scomoda è: com’è possibile che un soggetto indicato come referente del clan Senese in Lombardia frequentasse con tale disinvoltura ambienti riconducibili a Fratelli d’Italia?
La domanda che lei si costruisce da sola, invece, è: davvero volete sostenere che una foto con me dimostri una vicinanza alla mafia?
E ovviamente la seconda domanda è molto più comoda della prima. Perché alla seconda si risponde in trenta secondi, con una scrollata di spalle e un po’ di indignazione prefabbricata. Alla prima no. Alla prima bisognerebbe spiegare. E spiegare, in Italia, è sempre l’attività meno amata dalla classe dirigente.
La sua replica, infatti, contiene un argomento vero ma parziale: “Esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie”. Certo. Ma qui non si discute il selfie in astratto. Si discute l’uso politico di quel selfie da parte di chi lo ottiene.
Perché, se davvero quel soggetto ha immediatamente utilizzato la foto per accreditarsi, per mostrare “quanto in alto arrivava”, per vendersi come uomo introdotto, vicino, ascoltato, riconosciuto, allora il punto non è più l’ingenuità fotografica della leader. Il punto è l’ecosistema relazionale che consente a un personaggio del genere di usare la politica come certificato di affidabilità.
Ed è esattamente così che funziona il potere in Italia.
Non con la tessera del partito in mano e la pistola sul tavolo.
Ma con le cerniere opache.
Con gli intermediari.
Con quelli che “conoscono tutti”.
Con quelli che “ti possono far parlare con”.
Con quelli che “se serve, una porta te la aprono”.
È in quel sottobosco, non nelle conferenze stampa sulla legalità, che le mafie prosperano da decenni.
IL PUNTO DECISIVO: NON ERA UN IMBUCATO
E qui veniamo alla parte politicamente più devastante della vicenda.
Perché, se il racconto riportato è corretto, non parliamo di uno capitato lì per caso. Non di un passante. Non del fan col telefonino. Non del curioso infilatosi abusivamente in sala.
Parliamo di una figura che, secondo la ricostruzione, si muoveva con agio.
Che stava in prima fila.
Che si presentava.
Che accompagnava.
Che partecipava.
Che si spendeva.
Che aveva relazioni.
Che vantava accessi.
Tradotto in italiano comprensibile anche a certi capigruppo in cerca di slogan: non conta solo chi è il capo. Conta chi gira attorno al capo e chi viene lasciato girare.
E questo, per un partito che si presenta come campione di ordine, legalità, rigore, patria e fermezza, è un problema politico enorme. Perché l’antimafia non si misura solo nei proclami o nei tweet muscolari. Si misura nella qualità dei filtri interni.
Chi entra?
Chi organizza?
Chi accompagna?
Chi segnala?
Chi spalanca?
Chi tollera?
Chi chiude un occhio?
Chi usa i “portatori di voti” finché fanno comodo, salvo poi fingersi sorpreso quando salta fuori il pantano?
È qui che si fa sul serio.
Non nel teatrino dell’indignazione a comando.
L’ARGOMENTO “MIO PADRE NON C’ENTRA” È UNA CORTINA DI FUMO
Meloni, poi, lamenta il richiamo alle vicende del padre. E su questo, francamente, ha ragione: le responsabilità familiari non si trasmettono per sangue. Se un giornalismo serio vuole colpire, colpisce sui fatti, non sulle genealogie. Nessuno può essere inchiodato alle colpe di un genitore con cui, peraltro, dichiara di aver interrotto i rapporti da bambina.
Ma anche qui la tecnica è trasparente: si prende l’elemento più discutibile o emotivamente sensibile, lo si mette al centro, e intanto si lascia in ombra il vero nodo. È un vecchio gioco. Funziona sempre.
Ma il problema non è il padre.
Il problema non è neppure il sorriso nella foto.
Il problema è la permeabilità della politica a figure che usano la prossimità istituzionale come strumento di legittimazione.
E questa non è una fantasia di “professionisti dell’informazione”, come li definisce la premier.
È il meccanismo più classico con cui si costruiscono zone grigie di influenza.
Chi frequenta certi ambienti non ha bisogno di essere formalmente “dei nostri”.
Gli basta poter dire:
“Mi conoscono”.
“Mi salutano”.
“Mi fanno entrare”.
“Posso chiamare”.
“Posso presentare”.
“Posso spendere il nome”.
E in Italia, storicamente, basta questo per fare danni incalcolabili.
“NOI ARRESTIAMO I MAFIOSI”: VERO, MA IRRILEVANTE
La parte più propagandistica della risposta è quella in cui Meloni rivendica l’azione del governo contro la mafia: il carcere duro, gli arresti, la fermezza, la differenza rispetto ad altri.
Tutto legittimo, tutto politicamente spendibile, tutto da comizio.
Ma non risponde alla questione.
Perché si possono fare leggi severe, parlare di legalità, difendere il 41-bis e, nello stesso tempo, avere pezzi di apparato, di territorio o di contorno che si rivelano permeabili a figure ambigue. Le due cose non si escludono minimamente.
Anzi, la storia italiana insegna proprio il contrario: spesso il problema non è mai stato il politico che dice apertamente “sto con la mafia”. Quello non esiste quasi mai. Il problema è il politico che non vuole sapere troppo, che non guarda bene chi gli porta pacchetti di consenso, che considera secondaria la qualità di certe mediazioni locali, purché la macchina giri.
È il trionfo del “non sapevo”, “non conoscevo”, “non mi risultava”, “mai visto”, “forse una volta”, “se c’era non ricordo”.
L’album di famiglia della politica italiana.
E dunque no: dire “noi arrestiamo i mafiosi” non chiude il caso.
Perché qui non si discute se il governo mandi o meno i carabinieri a prendere i boss.
Qui si discute se la politica abbia costruito o tollerato, nei propri margini, un habitat relazionale utile a certi soggetti per sentirsi forti, coperti, spendibili.
Ed è una differenza abissale.
IL NODO POLITICO VERO: LA POLITICA COME LAVANDERIA DI REPUTAZIONE
La cosa più inquietante, in storie del genere, è sempre la stessa: la politica come strumento di ripulitura simbolica.
Non serve nemmeno l’accordo.
Non serve la trattativa esplicita.
Non serve il favore scritto su un foglietto.
A volte basta molto meno: una presenza, una foto,
un saluto, una frequentazione, un accesso, un palco, una stretta di mano, un “ci vediamo dopo”,
un “passa in ufficio”.
Per chi vive di influenza, tutto questo vale oro.
Perché il potere, prima ancora che esercitarsi, si mostra.
E chi riesce a mostrarsi vicino al potere, anche solo per pochi secondi, può poi capitalizzare quella vicinanza in mille modi: nel territorio, negli affari, nelle relazioni, nelle promesse, nella propria reputazione criminale o para-criminale.
E allora la domanda seria che un partito di governo dovrebbe porsi non è: “Come ci difendiamo mediaticamente?”.
Ma: “Quanti personaggi del genere sono passati o passano nei nostri dintorni senza che nessuno se ne accorga, o peggio senza che nessuno voglia accorgersene?”.
Questa è la domanda che fa paura.
Perché obbliga a guardare non la faccia della leader, ma la filiera del consenso.
E la filiera del consenso, in Italia, è spesso il reparto più tossico del sistema.
MELONI NON VA CONDANNATA PER LA FOTO. MA NON PUÒ ASSOLVERSI CON UN POST
E allora il punto finale è semplice, limpido, persino elementare.
No, quella foto non basta a dire che Giorgia Meloni sia collusa o vicina alla mafia.
Chi lo sostiene, mente o semplifica in modo indecente.
Ma è altrettanto vero che no, Giorgia Meloni non può cavarsela liquidando tutto come “fango”, “malafede” e “redazione unica”.
Perché se un soggetto descritto come referente criminale frequenta ambienti del tuo partito, si accredita grazie ai tuoi dirigenti, usa il tuo simbolo o la tua prossimità per costruirsi peso, si presenta come uomo “vicino”, e si muove con naturalezza tra territorio, eventi e relazioni istituzionali, allora il problema politico esiste eccome.
Ed è persino più grave di una foto.
Perché la foto è solo il fotogramma finale di un film molto più lungo.
E quel film racconta una verità che la politica italiana odia sentire: la mafia moderna non cerca solo complicità criminali. Cerca rispettabilità. Cerca accesso. Cerca riconoscimento. Cerca il potere vestito bene.
E quando lo trova, non ha nemmeno bisogno di vincere.
Le basta entrare in sala.
Il problema non è che Giorgia Meloni abbia sorriso in un selfie con un uomo poi indicato come referente criminale. Il problema è che quell’uomo fosse abbastanza dentro il perimetro della politica da potersi far fotografare, accreditare e spendere quella vicinanza come titolo di legittimazione.
Non è uno scandalo fotografico. È una questione di igiene democratica. E quella, in Italia, manca da anni.
 
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