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06 aprile 2026
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Tutta questa violenza la chiamano democrazia
di Giuseppe Franco Arguto

La violenza politica per manifestarsi non ha bisogno né dei facinorosi né dei gendarmi in assetto di guerra: essa seduce con le lusinghe della propaganda elettorale 365 giorni l'anno, con il marketing di tendenza, con le chimere della Tecnica.

La violenza non si lascia rinchiudere in una sola ideologia, perché le attraversa tutte, le usa, le piega, le indossa secondo convenienza: indossa abiti griffati da nomi altisonanti della moda; parla di serate di gala, prime teatrali in pelliccia, cita di connessioni veloci e di un futuro auspicabile su Marte.

La violenza è negli appalti pubblici truccati, nell'acquisto milionario di opere d'arte, mentre le masse si indebitano per curarsi.

La violenza è nelle premesse dell'informazione di massa, nella censura sistematica del dissenso antagonista.

La violenza usa gli algoritmi. Ti mostra solo ciò che vuoi vedere.

Ti fa pensare di scegliere, mentre ti programma.

C'è stato un tratto del mio vissuto di ragazzo in cui la violenza si respirava nelle piazze, nei cortei, nei corpi repressi che si opponevano. Oggi si muove nei feed, nei trend, negli scroll infiniti. È la dittatura del metaverso.

Ogni gesto, ogni parola, ogni volto, trasformati in spettacolo. Ogni indignazione, subito strumentalizzata e proiettata nel mercato dei media.

Pur tuttavia, le masse si sentono libere, non pilotate e sorvegliate dagli stessi che un giorno teorizzano la sostenibilità e il giorno dopo firmano accordi per un incremento dei carboni fossili.

Ci spremono per investire in armi intelligenti e intelligenze digitali, precludendo alle persone già di per sé svogliate, di imparare a pensare. Investono miliardi in aerei che sganciano bombe, prendendo i fondi nelle borse della sanità e della scuola.

La violenza invisibile ha molte facce, è quella di quanti hanno sostituito la verità con l’opinione, la comunità con l'elettorato, la cultura con l’intrattenimento. E siedono nei parlamenti.

Il potere cangia forme, ma le sue logiche non cambiano e non smette di contrastare il pensiero critico: lo rende impopolare e lo censura. Ci educa a desiderare l’effimero invece dell’essenziale, a confondere la connessione con la relazione, la reazione con la coscienza, la visibilità con la verità.

Gli effetti di tutta questa violenza li puoi scorgere nei mercati di quartiere, nelle persone che faticano a garantirsi un pasto; nelle code interminabili per una visita medica; nella rinuncia dei giovani a mettere su una famiglia, ad avere una casa, a progettare il futuro; nella rassegnazione degli anziani e nell'abbandono dei vecchi; nell'indifferenza verso ogni forma di disabilità; nella crescente marginalizzazione delle persone povere e sole.

E tutta questa violenza la chiamano democrazia.


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