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No ai privilegi chiesti dalle caste
di Elisa Fontana *
Un paio di fatterelli pasquali che attestano lo stato davvero penoso in cui versano certe istituzioni e certi corpi intermedi.
Il primo fatterello riguarda Luca Sammartino, attuale assessore della giunta Schifani ed ex vicepresidente della regione Sicilia, un personaggio che sposta come niente migliaia di voti. I magistrati di Catania avevano predisposto delle intercettazioni ambientali a carico di Sammartino nell’ambito di una inchiesta per corruzione e infiltrazioni mafiose nel comune di Tremestieri Etneo.
Caso vuole che la moglie di Sammartino sia Valeria Sudano, deputata nazionale della Lega che si attiva immediatamente davanti all’affronto dei magistrati e richiede al Parlamento di sollevare un conflitto di attribuzioni davanti alla Consulta, perché così facendo i magistrati catanesi avrebbero violato abusivamente il domicilio di un parlamentare coperto ovviamente da guarentigie e immunità.
E’ la tesi che ha sostenuto compatto il centro destra, accorso in massa a difesa della collega Sudano, sottolineando come le guarentigie previste dalla Costituzione si estendano anche a chi frequenta il parlamentare. Insomma, la richiesta era quella di uno scudo totale per parenti, amici, affini, frequentatori casuali, neonati e animali d’affezione.
Dunque, viene sollevato senza ritegno il conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale, davanti alla quale il Procuratore capo di Catania ha chiesto provocatoriamente se allora si sarebbe dovuta chiedere l’autorizzazione al Parlamento prima di intercettare un cameriere che tutte le mattine serve il caffè al bar ad un onorevole.
La Consulta ha dato ragione ai magistrati catanesi, sostenendo che non hanno violato il domicilio della parlamentare (le cimici erano messe nella segreteria politica che i due condividono e solo nelle stanze di Sammartino), né svolto una perquisizione come sostenuto da Camera e Senato nel momento in cui hanno piazzato di notte le cimici. Non si tratta di nessuna perquisizione illegale hanno scritto i giudici, ma di una attività che “necessariamente doveva essere realizzata all’insaputa di chi frequentava i locali … e deve piuttosto qualificarsi come attività prodromica strettamente funzionale all’attivazione di un mezzo di ricerca della prova”.
Insomma, la maggioranza Legge&Ordine ci ha provato, ma è stata respinta con perdite, di tempo, di risorse e, soprattutto, di credibilità delle istituzioni.
L’altro fatterello riguarda la CISL e Report che si è occupato in un suo servizio del 2020 del funzionamento interno di quel sindacato durante la gestione della segretaria Furlan e delle dinamiche intercorse con l’ex segretario Luigi Sbarra, attuale sottosegretario al Sud del governo Meloni. Insomma, Report si chiedeva come venivano gestite le risorse, come funzionava la rappresentanza degli iscritti, la trasparenza interna e il controllo sui dirigenti.
Innanzitutto va sottolineato come da parte della CISL all’epoca ci sia stata una chiusura totale nei confronti dei giornalisti di Report: nessuna intervista, nessun colloquio, nessun confronto. Atteggiamento quanto meno irrituale da parte di un sindacato nazionale con milioni di iscritti.
Naturalmente, la trasmissione di Report dedicata all’argomento andò di traverso alla CISL che, ritenendosi diffamata intentò una causa civile contro Report e Ranucci.
In questi giorni non solo il Tribunale di Roma ha dato ragione a Report, ma ne ha riconosciuto la correttezza del lavoro giornalistico, condannando la CISL al pagamento delle spese legali per 25 mila euro. Insomma, quelli contenuti nel servizio di Report erano fatti veri, supportati da una inchiesta giornalistica solida, la CISL ci ha provato ma è stata respinta con 25 mila euro di perdite che nessuno dei dirigenti Cisl pagherà di persona, ovviamente.
Ma ci sono milioni di tesserati che potranno farlo al posto loro senza nemmeno accorgersene.
* Coordinatrice Commissione Politica e Questione morale dell'Osservatorio
 
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