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Vibo: ladri del tempo
di Raffaele Florio
Fondi per l’alluvione del 2006, la Provincia di Vibo dovrà restituire alla Regione 1,6 milioni di euro.
Non rispettate le convenzioni e rilevate incongruenze nella destinazione dei soldi utilizzati anche per spese estranee come la frana di Maierato. Sentenza del Tar
A Vibo Valentia non hanno soltanto sprecato soldi pubblici. Hanno fatto di peggio: hanno rubato il tempo del dolore.
Perché quei 1,6 milioni di euro non erano un gruzzolo astratto da ragionieri col mocassino e la coscienza ventilata. Erano soldi destinati a rimediare ai danni di un’alluvione vera, con morti, case devastate, famiglie in ginocchio, strade ferite e paesi lasciati a marcire sotto il fango.
Non una voce di bilancio. Una tragedia. E come spesso accade in questa Repubblica parallela delle carte bollate e delle facce di bronzo, la tragedia è stata trasformata in pratica amministrativa mal gestita, cioè nella forma più oscena di indifferenza istituzionale.
Vent’anni quasi. Vent’anni.
In un Paese normale, i fondi per un’emergenza si usano per intervenire. Da noi no: si prendono, si distribuiscono, si rendicontano male, si stiracchiano, si impantanano, si reinterpretano, si trascinano tra uffici, note, determine, timbri, rinvii e quella sublime specialità italiana che è il galleggiamento burocratico del nulla.
E il risultato qual è? Che la Provincia di Vibo, oggi, si vede chiedere indietro quasi un milione e seicentomila euro perché - ci dicono gli atti - alcune opere sono state completate fuori tempo massimo, altre si sono fermate a metà, altre ancora non sono nemmeno partite. In più, spese tecniche oltre i limiti, incongruenze, soldi usati persino per altro. Cioè il classico: quando lo Stato manda risorse per curare una ferita e la politica locale le usa come cerotto per la propria inettitudine.
Ed ecco il capolavoro.
Non solo il territorio colpito non ha avuto fino in fondo ciò che gli spettava. Non solo i cittadini hanno aspettato anni per vedere, forse, un cantiere, una messa in sicurezza, una risposta. Ma adesso arriva pure il conto. Da restituire. Come al ristorante quando mangiano i signori al tavolo d’onore e poi il cameriere porta il conto al tavolo dei terremotati, degli alluvionati, dei contribuenti e dei fessi.
Perché in Calabria, e purtroppo non solo in Calabria, esiste una categoria politica che andrebbe studiata nei laboratori: il nullafacente con portaborse. Non produce, non risolve, non decide, non previene, non costruisce, non conclude. Però presenzia. Si indigna a comando. Taglia nastri. Fa conferenze stampa. Rilascia dichiarazioni solenni sulla “vicinanza ai territori”. E nel frattempo il territorio affonda, letteralmente.
Il punto non è neppure il solito, comodo, folkloristico “sono incapaci”. Magari fosse solo incapacità. L’incapacità, a volte, è umana. Qui siamo davanti a qualcosa di più sistemico e più infame: l’assenza di responsabilità. Il disastro italiano non nasce solo da chi sbaglia. Nasce soprattutto dal fatto che chi sbaglia non paga mai.
Mai.
Pagano i cittadini che aspettano. Pagano i comuni lasciati a pezzi. Pagano le imprese sane che vedono opere bloccate. Pagano i territori che restano fragili. Pagano i giovani che scappano. Pagano i contribuenti due volte: prima quando i fondi vengono spesi male, poi quando vanno restituiti.
E chi ha gestito tutto questo? Chi ha firmato? Chi ha vigilato? Chi doveva controllare? Chi ha consentito che interventi urgenti diventassero fossili amministrativi? Chi ha tollerato che soldi per l’alluvione finissero in un pantano di incongruenze?
Silenzio.
Il silenzio è sempre il rifugio dei mediocri. Prima si fanno scudo con l’emergenza, poi con la complessità, poi con le procedure, poi con i ricorsi, poi con i cavilli. Alla fine non resta nulla, tranne una verità semplice, brutale, quasi volgare nella sua chiarezza: non siete stati all’altezza.
E quando la politica non è all’altezza di una calamità naturale, diventa essa stessa una calamità amministrativa.
Il guaio è che da queste parti la maledizione non è il destino cinico e baro, come amano raccontarsi i professionisti del lamento istituzionale. La maledizione ha nomi, cognomi, incarichi, determine, delibere, uffici, consulenze e una mostruosa capacità di sopravvivere a ogni fallimento. Non è sfortuna. È metodo.
Poi certo, arriveranno i soliti sacerdoti dell’assoluzione permanente: “non bisogna generalizzare”, “la macchina amministrativa è complessa”, “servono approfondimenti”, “le responsabilità sono stratificate”. Tradotto dal burocratese: nessuno deve disturbare il condominio dell’irresponsabilità.
E invece va detto con chiarezza, anche a costo di sembrare cattivi in un’epoca in cui tutti pretendono comprensione e nessuno pretende risultati: chi fallisce sulla pelle dei cittadini deve sparire dalla vita pubblica.
Non ricandidarsi. Non riciclarsi. Non farsi nominare altrove. Non cambiare casacca. Non rifarsi una verginità in qualche consiglio d’amministrazione o fondazione da dopolavoro istituzionale.
Sparire.
Perché qui non stiamo parlando di una buca per strada o di un marciapiede sconnesso. Stiamo parlando di soldi destinati a rispondere a una tragedia. E se anche quelli finiscono nel tritacarne dell’approssimazione, allora il messaggio che passa è devastante: in questo sistema, perfino il dolore pubblico può essere amministrato male senza che nessuno arrossisca.
La verità, quella che nessuno dei professionisti del cerimoniale oserà dire a voce alta, è questa: Vibo non è stata tradita dall’alluvione. È stata tradita dopo.
Dall’acqua ci si difende con gli argini.
Dai disastri della politica, purtroppo, ancora no.
 
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