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Meloni leader globale, esclusa locale
di
Raffaele Florio
Per mesi ci hanno venduto un’immagine: Giorgia Meloni grande mediatrice globale, leader ascoltata a Washington, interlocutrice privilegiata di Donald Trump, ponte naturale tra Europa e Stati Uniti. Una costruzione mediatica martellante, ripetuta in ogni talk show, rilanciata da giornali compiacenti e trasformata quasi in dogma politico.
Poi arriva la realtà. E la realtà, come spesso accade, è brutale.
Quando la Casa Bianca decide un’operazione militare delicatissima in Iran — uno di quei passaggi che possono cambiare gli equilibri mondiali — gli alleati vengono informati. Londra, Parigi, Berlino, Varsavia. Tutti avvisati. Tutti coinvolti. Tutti considerati interlocutori affidabili.
Tutti, tranne l’Italia.
Non una svista diplomatica. Non un ritardo tecnico. Ma un messaggio politico chiarissimo: Roma non è ritenuta un attore decisivo. Non è nel cerchio ristretto delle capitali da consultare prima che la storia acceleri.
E qui cade l’intero racconto sovranista.
Perché il paradosso è evidente: il governo che prometteva di “contare di più”, di alzare la voce, di restituire prestigio internazionale all’Italia, finisce per scoprire di non essere nemmeno informato quando gli alleati prendono decisioni strategiche. Altro che centralità mediterranea. Altro che leadership conservatrice europea. L’Italia semplicemente non tocca palla.
La verità è scomoda ma inevitabile: in politica estera non contano le simpatie ideologiche, le foto sorridenti o le affinità politiche proclamate. Contano peso strategico, credibilità, continuità diplomatica, capacità negoziale. E oggi l’Italia appare agli occhi degli alleati come un Paese rumoroso sul piano interno ma marginale nei dossier che contano davvero.
Il risultato è umiliante.
Mentre il governo alimentava la favola della relazione privilegiata con Trump e con il mondo conservatore americano, gli Stati Uniti continuavano a muoversi secondo la loro gerarchia reale degli alleati. E in quella gerarchia l’Italia — membro fondatore della NATO, potenza industriale europea, piattaforma naturale del Mediterraneo — è stata trattata come un comprimario.
Non è solo una questione di prestigio. È un problema di sicurezza nazionale. Se non sei informato, non partecipi. Se non partecipi, non influenzi. E se non influenzi, subisci.
Il punto politico, dunque, è devastante: la propaganda della centralità italiana si infrange contro l’irrilevanza diplomatica. Il governo che doveva restituire orgoglio internazionale al Paese consegna invece l’immagine di un’Italia spettatrice, non protagonista.
E forse l’imbarazzo più grande non è essere stati esclusi.
È aver raccontato per mesi l’esatto contrario.
 
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