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11 gennaio 2012
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Sicurezza a Roma e perquisizioni di iniziativa della polizia
di Osservatorio

Riportiamo, condividendola pienamente, la posizione della Giunta dell'Unione Camere Penali Italiane sulla riposta del governo Monti sull'onda al duplice omicidio di Torpignattara.

Spiace constatare che anche un governo di "tecnici" caschi nella trappola della demagogia più facile quando avvengono episodi di criminalità e si solleva il solito coro politico pronto a cavalcare l'onda facile della insicurezza collettiva. E' accaduto in occasione del duplice omicidio di Torpignattara. Il Ministro dell'interno ha disposto il ricorso alla misura prevista dall'articolo 41 tulps, ossia alle perquisizioni d'iniziativa della polizia senza autorizzazione preventiva della magistratura, come indicazione di carattere generale, e preventiva, di ordine pubblico.

Con ciò sono state raccolte le invocazioni, per la verità consuete, del sindaco di Roma, e quelle altrettanto scontate dei suoi oppositori, alla adozione di misure "emergenziali", di fronte al degrado della sicurezza nella capitale. Una consuetudine che si ripete, ormai da anni, ogni qualvolta a Roma avviene un fatto di sangue, e che trova la stampa sempre pronta a raccogliere e rilanciare. Ed allora, va premesso che la misura di cui tanto si parla è in vigore da anni, e neppure ai tempi del terrorismo, quando è stata estesa alle perquisizioni per blocchi di edifici, come richiedono il sindaco di Roma ed i suoi emuli, ha mai dato buona prova a fini investigativi.

La strumentalità e la faciloneria con la quale questo dibattito sull' art. 41 tulps è stato innescato, del resto, è ancor più evidente oggi, che le indagini stanno individuando un contesto ben diverso da quello di una rapina occasionale, e dovrebbero far riflettere sia chi si avventura sui temi che riguardano i diritti e le garanzie a fini di propaganda, sia chi ha la responsabilità ministeriale dell’ordine pubblico. Invocare la mano dura della polizia, o reclamare interventi che prescindono dal rispetto delle garanzie individuali in tema di perquisizioni, oltre che inutile, fa dimenticare che l'art. 13 della Costituzione tutela proprio questi aspetti.

Ma quel che è più surreale, nel dibattito che è stato innescato, è l'ammissione provenuta dai responsabili della sicurezza circa il fatto che le statistiche dimostrano come i reati contro la persona siano in calo; il che non significa che la sicurezza, soprattutto in alcuni quartieri della capitale, non costituisca un problema, ma solo che non si risolve con le grida manzoniane. In realtà siamo alle solite: si invocano misure di questo genere soltanto per placare la piazza dopo averla bombardata con messaggi terrorizzanti. Esercizio tipico di chi deve nascondere le proprie manchevolezze o cercare facile consenso, trascurando che queste scorciatoie forse fanno vincere le elezioni ma di sicuro abbassano la soglia di civiltà del Paese e alimentano le insicurezze della collettività, già al livello di guardia per la crisi economica in atto.

Insomma, le perquisizioni non previamente autorizzate dalla magistratura, che già sono fortemente discutibili, sono e devono rimanere strumenti eccezionali ai quali ricorrere per esigenze oggettive, quando veramente sussistano, oltre ad indizi precisi, anche reali necessità di un intervento immediato, non un mezzo per captare il consenso dei cittadini. Speravamo che almeno i "tecnici" tenessero a distanza questo micidiale impasto di demagogia, mancanza di cultura dei diritti, ignoranza delle leggi e strumentalizzazione delle ondate emozionali che contraddistingue il dibattito sulla sicurezza, ma la ricerca del pubblico gradimento, evidentemente, annulla le distinzioni.


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Dossier diritti

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