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Wanted:
siti dell'odio e rapporti fra giustizia e politica
di
Giulia Alliani*
Prosegue in Inghilterra l'inchiesta condotta da Sir John Chilcot,
che si propone di ricostruire le fasi che portarono alla decisione
di entrare in guerra contro l'Iraq, analizzare le informazioni
di intelligence utilizzate per giustificare il conflitto,
verificare i modi dell'azione militare e i comportamenti nel
periodo postbellico. E'
la terza inchiesta del genere. Si interrogano generali, funzionari
dell'intelligence, ministri e, venerdi' scorso, lo stesso
Tony Blair. Tuttavia, anche questa volta, come nelle occasioni
precedenti, nessuno dei testimoni e' tenuto a prestare giuramento,
come accadrebbe in un tribunale, mentre i componenti della
commissione, definita indipendente, sono stati nominati proprio
dal Primo Ministro Gordon Brown, già Cancelliere dello Scacchiere
nel governo Blair.
Intanto
George Monbiot, giornalista del Guardian, ha pubblicato, il
25 gennaio, un pezzo intitolato "Wanted: Tony Blair ricercato
per crimini di guerra. Arrestatelo e pretendete la ricompensa
dovuta. Chilcot e i tribunali non lo faranno, quindi sta a
noi dimostrare che non lasceremo impunito un atto illegale
come un assassinio di massa". Per Monbiot "la sola domanda
che conta e' quella che, nell'inchiesta, non e' stata neppure
posta: la guerra contro l'Iraq era illegale?". Scrive
Monbiot: "Se la risposta e' si', tutto cambia. La guerra non
e' più una questione politica, ma penale, e coloro che l'hanno
dichiarata andrebbero processati per ciò che il tribunale
di Norimberga ha definito 'il supremo crimine internazionale:
il reato id aggressione".
Dimostrando
scarsa fiducia negli esiti dell'inchiesta in corso, Monbiot
ha anche istituito un fondo per alimentare una taglia e, allo
scopo, ha lanciato il sito www.arrestblair.org. Certamente
in Italia si sarebbe gudagnato l'etichetta di "sito dell'odio",
visto che incita all'azione, pacifica, nei confronti dell'ex
Primo Ministro: "Arrestate Blair per crimini contro la pace.
Blair alla sbarra" e' il testo che compare nella home page
accanto ad una foto di Blair, colto in un'espressione insolitamente
sinistra. Vengono quindi illustrati i dettagli per contribuire
al fondo destinato alla ricompensa garantita a chi tenterà
di effettuare un "Citizen's arrest".
L'apposita pagina intitolata "Performing a Citizen's Arrest"
fornisce utili istruzioni per l'uso: i tentativi vanno effettuati
"in modo calmo e pacifico", perché' non non si deve in alcun
modo creare l'impressione di voler fare del male a Blair.
Il metodo raccomandato consiste in un approccio tranquillo:
una mano che sfiora gentilmente il braccio di Blair, mentre
vengono pronunciate a voce alta le parole "Signor Blair, questo
e' l'arresto di un cittadino per un crimine contro la pace,
cioè la sua decisione di lanciare una guerra di aggressione
contro l'Iraq. La invito a seguirmi presso un posto di polizia
per rispondere dell'accusa". Si suggerisce di coinvolgere
nel Citizen's Arrest anche gli eventuali poliziotti della
scorta, spiegando loro i motivi dell'accusa e incoraggiandoli
a garantire la loro collaborazione. Una pagina a parte viene
continuamente aggiornata ed elenca gli appuntamenti pubblici
di Blair allo scopo di facilitare l'approccio pacifico dei
cittadini che desiderino impegnarsi nei tentativi di arresto.
Se
l'iniziativa di Monbiot punta su un metodo insolito per attirare
l'attenzione sull'illegalità della guerra, meno goliardici,
ma non meno incisivi, sono stati a tale proposito, gli interventi
in pubblico di alcune delle più alte personalità del mondo
giudiziario britannico. Monbiot stesso cita, tra le sue fonti,
Lord Steyn, un ex law lord ("In mancanza di una seconda risoluzione
Onu che la autorizzasse, l'invasione era illegale") e Lord
Bingham, ex chief justice, che, anche di recente, ha ribadito
che, senza autorizzazione Onu, la guerra in Iraq costituì
"una grave violazione della legge internazionale e del principio
di legalità".
Proprio
il principio di legalità (The Rule of Law), al quale
anche molti uomini politici spesso si appellano, senza tuttavia
specificare di che cosa esattamente stiano parlando, ha costituito
nel corso di questi ultimi anni l'oggetto delle riflessioni
pubbliche del giudice Bingham, uno dei più influenti del Regno
Unito, che ha ricoperto, nel tempo, tutti i più importanti
incarichi in ambito giudiziario. Lord Bingham e' stato un
sostenitore dell'adozione della Convenzione Europea per i
Diritti dell'Uomo e della separazione del ramo giudiziario
della House of Lords dal Parlamento, attraverso l'istituzione
di una nuova Corte Suprema del Regno Unito, in un paese che,
pure, aveva fatto a meno, per secoli, di una costituzione
scritta e di una corte costituzionale.
Attualmente,
la minaccia del terrorismo internazionale e la composizione
in continua trasformazione della popolazione nei paesi europei,
con l'innesto di culture e tradizioni diverse da quelle formatesi
in Europa negli ultimi secoli, hanno posto nuovi problemi
che già ci troviamo a dover affrontare. Ed e' questa, forse,
la preoccupazione del giurista Tom Bingham che, ormai ritiratosi
dalla carriera giudiziaria, presiede il British Institute
of International and Comparative Law, l'istituto che gli ha
recentemente intitolato il suo Centro per il Principio di
Legalita', il Bingham Centre for the Rule of Law.
E "The Rule of Law" e' anche il titolo dell'ultimo
libro di Lord Bingham, destinato non agli specialisti e agli
addetti ai lavori, ma "a chiunque si interessi alla politica,
alla società' e a quanto sta accadendo nel mondo in cui viviamo".
A Joshua Rozenberg, giornalista esperto di diritto, che in
un'intervista gli ha chiesto perché, oggi, la Rule of Law
sia così importante, Tom Bingham ha dato una risposta che
egli stesso ha definìito "piuttosto ambiziosa": "Viviamo -
ha detto - in un mondo e, in parte, in una società in cui
vi sono grandi differenze, di razza, di nazionalità, di religione,
di ricchezza, etc, etc. Non esiste una soluzione semplice,
capace di trasformare tutte queste differenze in un'armonia
universale, ma sono convinto che l'attenersi scrupolosamente
al principio di legalità sia la miglior garanzia in cui possiamo
riporre la nostra speranza di avere un buon governo a casa
nostra e un modo di procedere ordinato e onesto a livello
internazionale. Per questo a me pare che il rispetto della
rule of law sia forse la cosa che si avvicina di più a una
specie di religione laica dal valore universale".
Che
cosa sia la rule of law, Bingham promette di spiegarlo a tutti
i lettori del suo libro, ma già nelle conferenze tenute sull'argomento,
in Inghilterra e all'estero, qualche indizio e' possibile
trovarlo. L'autore ammette che un significato preciso non
esiste, e sostiene che gli ingredienti da considerare sono
parecchi. Si tratta di una regola in cui Bingham individua
otto sottoregole (ma - avverte - altri potrebbero considerarne
di più, o magari di meno). Qui ci limitiamo ad esaminare la
sesta sottoregola perché, dice Bingham, "giustamente molti
la riterrebbero, a ragione, il nocciolo del principio di legalità".
Si tratta del fatto che "ministri e incaricati di pubblici
uffici, a tutti i livelli, debbono esercitare i poteri loro
conferiti in modo ragionevole, in buona fede, tenendo conto
degli scopi per cui i poteri sono stati loro affidati e senza
eccedere i limiti di tali poteri. Questa sottoregola
riflette le ben note basi del controllo giurisdizionale. E'
davvero fondamentale. Perché, sebbene i cittadini di una democrazia
investano le istituzioni che li rappresentano del potere di
scrivere leggi vincolanti per tutti, ed e' compito dell'esecutivo,
del governo in carica al momento, rendere effettive le leggi,
normalmente nulla autorizza l'esecutivo ad agire se non in
stretta osservanza di quelle leggi (dico 'normalmente' volendo
tener conto del sopravvivere di un numero sempre più striminzito
di prerogative che non ricadono sotto il controllo della giurisdizione).
Il ruolo storico dei tribunali e' stato ovviamente quello
di mettere sotto esame gli eccessi del potere esecutivo,
un ruolo sempre più ampio negli anni recenti, per la maggiore
complessità dell'azione di governo e per la crescente propensione
del pubblico a contestarne le decisioni. Il governo inglese
viene spesso citato in giudizio da qualche ente. Spesso ha
la meglio, ma non sempre. E quando ciò accade, si dispiace,
essendo convinto, come la parte avversaria, della giustezza
della propria causa, con in più la certezza che anche il pubblico
interesse si sarebbe giovato di un suo successo. In passato
vigeva una convenzione per cui i ministri, anche se critici
rispetto ad una sentenza, pur esercitando il loro diritto
ad appellarsi contro di essa, o, come ultima risorsa, a legiferare
in modo da rovesciarla retrospettivamente, evitavano di screditarla
in pubblico. A questa convenzione, negli ultimi tempi, ci
si ispira sempre più raramente, ed e' un peccato a mio parere,
perché, se i ministri conducono quelli che vengono percepiti
come pubblici attacchi ai giudici, i giudici, provocati, possono
essere indotti a esprimere critiche della stessa natura nei
confronti dei ministri, e la rule of law, per come la vedo
io, non si giova di una disputa pubblica tra due poteri dello
stato.
Alcuni rappresentanti della stampa, dotati del dono della
sobrietà, hanno parlato di guerra aperta tra governo e potere
giudiziario. Questa, secondo me, non e' un'analisi precisa.
Ma e' vero che esiste un'inevitabile e, a mio parere, assolutamente
giusta tensione tra i due. Esistono al mondo paesi in cui
tutte le decisioni dei tribunali incontrano il favore del
governo, ma non sono posti dove si desidererebbe vivere.
Questa tensione esiste anche in tempo di pace. Ma cresce nei
momenti in cui viene percepita una minaccia alla sicurezza
nazionale, perché i governi, comprensibilmente, si spingono
al limite di quelli che ritengono essere i poteri loro consentiti
per proteggere il pubblico, ed il dovere dei giudici di esigere
che non si spingano oltre va esercitato, se si vuole che la
rule of law sia rispettata".
 
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