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01 febbraio 2010
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Wanted: siti dell'odio e rapporti fra giustizia e politica
di Giulia Alliani*

Prosegue in Inghilterra l'inchiesta condotta da Sir John Chilcot, che si propone di ricostruire le fasi che portarono alla decisione di entrare in guerra contro l'Iraq, analizzare le informazioni di intelligence utilizzate per giustificare il conflitto, verificare i modi dell'azione militare e i comportamenti nel periodo postbellico. E' la terza inchiesta del genere. Si interrogano generali, funzionari dell'intelligence, ministri e, venerdi' scorso, lo stesso Tony Blair. Tuttavia, anche questa volta, come nelle occasioni precedenti, nessuno dei testimoni e' tenuto a prestare giuramento, come accadrebbe in un tribunale, mentre i componenti della commissione, definita indipendente, sono stati nominati proprio dal Primo Ministro Gordon Brown, già Cancelliere dello Scacchiere nel governo Blair.

Intanto George Monbiot, giornalista del Guardian, ha pubblicato, il 25 gennaio, un pezzo intitolato "Wanted: Tony Blair ricercato per crimini di guerra. Arrestatelo e pretendete la ricompensa dovuta. Chilcot e i tribunali non lo faranno, quindi sta a noi dimostrare che non lasceremo impunito un atto illegale come un assassinio di massa". Per Monbiot "la sola domanda che conta e' quella che, nell'inchiesta, non e' stata neppure posta: la guerra contro l'Iraq era illegale?". Scrive Monbiot: "Se la risposta e' si', tutto cambia. La guerra non e' più una questione politica, ma penale, e coloro che l'hanno dichiarata andrebbero processati per ciò che il tribunale di Norimberga ha definito 'il supremo crimine internazionale: il reato id aggressione".

Dimostrando scarsa fiducia negli esiti dell'inchiesta in corso, Monbiot ha anche istituito un fondo per alimentare una taglia e, allo scopo, ha lanciato il sito www.arrestblair.org. Certamente in Italia si sarebbe gudagnato l'etichetta di "sito dell'odio", visto che incita all'azione, pacifica, nei confronti dell'ex Primo Ministro: "Arrestate Blair per crimini contro la pace. Blair alla sbarra" e' il testo che compare nella home page accanto ad una foto di Blair, colto in un'espressione insolitamente sinistra. Vengono quindi illustrati i dettagli per contribuire al fondo destinato alla ricompensa garantita a chi tenterà di effettuare un "Citizen's arrest".

L'apposita pagina intitolata "Performing a Citizen's Arrest" fornisce utili istruzioni per l'uso: i tentativi vanno effettuati "in modo calmo e pacifico", perché' non non si deve in alcun modo creare l'impressione di voler fare del male a Blair. Il metodo raccomandato consiste in un approccio tranquillo: una mano che sfiora gentilmente il braccio di Blair, mentre vengono pronunciate a voce alta le parole "Signor Blair, questo e' l'arresto di un cittadino per un crimine contro la pace, cioè la sua decisione di lanciare una guerra di aggressione contro l'Iraq. La invito a seguirmi presso un posto di polizia per rispondere dell'accusa". Si suggerisce di coinvolgere nel Citizen's Arrest anche gli eventuali poliziotti della scorta, spiegando loro i motivi dell'accusa e incoraggiandoli a garantire la loro collaborazione. Una pagina a parte viene continuamente aggiornata ed elenca gli appuntamenti pubblici di Blair allo scopo di facilitare l'approccio pacifico dei cittadini che desiderino impegnarsi nei tentativi di arresto.

Se l'iniziativa di Monbiot punta su un metodo insolito per attirare l'attenzione sull'illegalità della guerra, meno goliardici, ma non meno incisivi, sono stati a tale proposito, gli interventi in pubblico di alcune delle più alte personalità del mondo giudiziario britannico. Monbiot stesso cita, tra le sue fonti, Lord Steyn, un ex law lord ("In mancanza di una seconda risoluzione Onu che la autorizzasse, l'invasione era illegale") e Lord Bingham, ex chief justice, che, anche di recente, ha ribadito che, senza autorizzazione Onu, la guerra in Iraq costituì "una grave violazione della legge internazionale e del principio di legalità".

Proprio il principio di legalità (The Rule of Law), al quale anche molti uomini politici spesso si appellano, senza tuttavia specificare di che cosa esattamente stiano parlando, ha costituito nel corso di questi ultimi anni l'oggetto delle riflessioni pubbliche del giudice Bingham, uno dei più influenti del Regno Unito, che ha ricoperto, nel tempo, tutti i più importanti incarichi in ambito giudiziario. Lord Bingham e' stato un sostenitore dell'adozione della Convenzione Europea per i Diritti dell'Uomo e della separazione del ramo giudiziario della House of Lords dal Parlamento, attraverso l'istituzione di una nuova Corte Suprema del Regno Unito, in un paese che, pure, aveva fatto a meno, per secoli, di una costituzione scritta e di una corte costituzionale.

Attualmente, la minaccia del terrorismo internazionale e la composizione in continua trasformazione della popolazione nei paesi europei, con l'innesto di culture e tradizioni diverse da quelle formatesi in Europa negli ultimi secoli, hanno posto nuovi problemi che già ci troviamo a dover affrontare. Ed e' questa, forse, la preoccupazione del giurista Tom Bingham che, ormai ritiratosi dalla carriera giudiziaria, presiede il British Institute of International and Comparative Law, l'istituto che gli ha recentemente intitolato il suo Centro per il Principio di Legalita', il Bingham Centre for the Rule of Law.

E "The Rule of Law" e' anche il titolo dell'ultimo libro di Lord Bingham, destinato non agli specialisti e agli addetti ai lavori, ma "a chiunque si interessi alla politica, alla società' e a quanto sta accadendo nel mondo in cui viviamo". A Joshua Rozenberg, giornalista esperto di diritto, che in un'intervista gli ha chiesto perché, oggi, la Rule of Law sia così importante, Tom Bingham ha dato una risposta che egli stesso ha definìito "piuttosto ambiziosa": "Viviamo - ha detto - in un mondo e, in parte, in una società in cui vi sono grandi differenze, di razza, di nazionalità, di religione, di ricchezza, etc, etc. Non esiste una soluzione semplice, capace di trasformare tutte queste differenze in un'armonia universale, ma sono convinto che l'attenersi scrupolosamente al principio di legalità sia la miglior garanzia in cui possiamo riporre la nostra speranza di avere un buon governo a casa nostra e un modo di procedere ordinato e onesto a livello internazionale. Per questo a me pare che il rispetto della rule of law sia forse la cosa che si avvicina di più a una specie di religione laica dal valore universale".

Che cosa sia la rule of law, Bingham promette di spiegarlo a tutti i lettori del suo libro, ma già nelle conferenze tenute sull'argomento, in Inghilterra e all'estero, qualche indizio e' possibile trovarlo. L'autore ammette che un significato preciso non esiste, e sostiene che gli ingredienti da considerare sono parecchi. Si tratta di una regola in cui Bingham individua otto sottoregole (ma - avverte - altri potrebbero considerarne di più, o magari di meno). Qui ci limitiamo ad esaminare la sesta sottoregola perché, dice Bingham, "giustamente molti la riterrebbero, a ragione, il nocciolo del principio di legalità". Si tratta del fatto che "ministri e incaricati di pubblici uffici, a tutti i livelli, debbono esercitare i poteri loro conferiti in modo ragionevole, in buona fede, tenendo conto degli scopi per cui i poteri sono stati loro affidati e senza eccedere i limiti di tali poteri. Questa sottoregola riflette le ben note basi del controllo giurisdizionale. E' davvero fondamentale. Perché, sebbene i cittadini di una democrazia investano le istituzioni che li rappresentano del potere di scrivere leggi vincolanti per tutti, ed e' compito dell'esecutivo, del governo in carica al momento, rendere effettive le leggi, normalmente nulla autorizza l'esecutivo ad agire se non in stretta osservanza di quelle leggi (dico 'normalmente' volendo tener conto del sopravvivere di un numero sempre più striminzito di prerogative che non ricadono sotto il controllo della giurisdizione).

Il ruolo storico dei tribunali e' stato ovviamente quello di mettere sotto esame gli eccessi del potere esecutivo, un ruolo sempre più ampio negli anni recenti, per la maggiore complessità dell'azione di governo e per la crescente propensione del pubblico a contestarne le decisioni. Il governo inglese viene spesso citato in giudizio da qualche ente. Spesso ha la meglio, ma non sempre. E quando ciò accade, si dispiace, essendo convinto, come la parte avversaria, della giustezza della propria causa, con in più la certezza che anche il pubblico interesse si sarebbe giovato di un suo successo. In passato vigeva una convenzione per cui i ministri, anche se critici rispetto ad una sentenza, pur esercitando il loro diritto ad appellarsi contro di essa, o, come ultima risorsa, a legiferare in modo da rovesciarla retrospettivamente, evitavano di screditarla in pubblico. A questa convenzione, negli ultimi tempi, ci si ispira sempre più raramente, ed e' un peccato a mio parere, perché, se i ministri conducono quelli che vengono percepiti come pubblici attacchi ai giudici, i giudici, provocati, possono essere indotti a esprimere critiche della stessa natura nei confronti dei ministri, e la rule of law, per come la vedo io, non si giova di una disputa pubblica tra due poteri dello stato.

Alcuni rappresentanti della stampa, dotati del dono della sobrietà, hanno parlato di guerra aperta tra governo e potere giudiziario. Questa, secondo me, non e' un'analisi precisa. Ma e' vero che esiste un'inevitabile e, a mio parere, assolutamente giusta tensione tra i due. Esistono al mondo paesi in cui tutte le decisioni dei tribunali incontrano il favore del governo, ma non sono posti dove si desidererebbe vivere. Questa tensione esiste anche in tempo di pace. Ma cresce nei momenti in cui viene percepita una minaccia alla sicurezza nazionale, perché i governi, comprensibilmente, si spingono al limite di quelli che ritengono essere i poteri loro consentiti per proteggere il pubblico, ed il dovere dei giudici di esigere che non si spingano oltre va esercitato, se si vuole che la rule of law sia rispettata".

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Dossier giustizia

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