01 luglio 2009

 
     

Iran , Iraq , Afghanistan : uno sguardo diverso
di Patrizia Fiocchetti*

Vorrei dividere questo mio contributo in due parti. La prima, un punto di vista sugli sviluppi della lotta di potere interna all’establishment religioso. La seconda rivolta allo scenario internazionale e agli effetti sui piani occidentali per una “normalizzazione” di Afghanistan e Irak.

1 – Ho già scritto che pensare che Musavi possa rappresentare il cambiamento in Iran è fuori questione. Musavi come d’altronde l’altro candidato Karroubi, si continuano a muovere nell’ambito dell’ordine costituito. Una frase di Musavi mi ha colpito molto: rivolto ai dimostranti, ai giovani rimasti a scontrarsi nelle piazze di Tehran, li ha invitati a continuare a manifestare ma “pacificamente”.

Ma quando mai sarebbero scesi armati per le strade? O piuttosto non è altro che un continuare a sottolineare come il sistema non vada attaccato frontalmente e nel sistema, appunto, sono compresi anche coloro che lo proteggono a qualsiasi prezzo e sprezzo della vita umana? I basiji, diventati tanto famosi in quest’ultimo periodo, sono miliziani presi nel periodo adolescenziale e addestrati, meglio indottrinati, quali baluardi del regime.

Ma superata la digressione, il punto nodale sta nella spaccatura venuta mai come prima d’ora all’onore della cronaca, all’interno della componente religiosa. Non che gli scontri fra le varie fazioni non fossero da tempo già in essere. Tanto per storicizzare, i primi screzi tra i suoi fedelissimi si sono consumati dinanzi al cadavere di Khomeini. Questi, dopo il ripudio di Montazeri quale delfino, resosi colpevole di aver scagliato delle secche accuse al regime per l’assurdo numero delle esecuzioni di oppositori nelle carceri iraniane, non aveva nominato un nuovo successore lasciando un vuoto di potere pericolosissimo alla sua morte, in considerazione di come è costruito l’impianto della Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran.

Khamenei non era certamente il candidato ideale vista anche la mediocrità della sua persona e degli studi giuridici religiosi. Il più adatto sarebbe stato certamente Rafsanjani, il più fedele alla “linea dell’Imam”. Ma questi era e rimane un “turbante bianco”, un’hojatoleslam, e quindi non adatto a coprire il ruolo del Vali – e – faghih. Per questo, la scelta frettolosa e obbligata – mi ricordo ancora che la notizia del decesso di Khomeini fu ritardata di una notte – di Khamenei al ruolo di guida spirituale.

Da allora, la lotta al vertice è stata condotta in vari modi e a vari livelli, ma mai si era scalfito l’ordine sancito dalla Costituzione di Khomeini e il suo sistema piramidale con cui sino ad oggi si sono riusciti a bloccare anche i timidissimi tentativi di apertura sociale. Con le manifestazioni di piazza di queste ultime settimane, ripeto, si è colpita innanzitutto proprio la figura di Khamenei che esce decisamente indebolita nel suo ruolo di fonte infallibile. E’ improvvisamente sembrata estremamente umana, coperta dalla polvere degli scontri delle piazze. Questo non era mai successo al suo predecessore, neanche quando aveva ordinato di sparare ad altezza d’uomo contro le dimostrazioni del 1981.

Ci sono voci che parlano anche di una manovra occulta di Rafsanjani presso i prelati di Qom per arrivare all’empeachment di Khamenei e alla sua sostituzione – tanto perché tutto è permesso tranne intaccare il sistema alle sue basi fondanti. Possibile: non dimentichiamo che il “turbante bianco” è meglio conosciuto negli ambienti iraniani come “lo squalo”. Ma il punto, scusate se mi ripeto, è proprio che la figura del Vali – e – Faghij ha subito un duro attacco ed è uscita indebolita nello svolgimento del suo ruolo effettivo come dettato dalla Costituzione.

In sua difesa, in difesa di quanto Khamenei aveva annunciato nel corso della famosa preghiera del venerdì in cui si schierò nettamente a fianco di Ahmadinejad, sono scesi i temibili ma potenti guardiani della rivoluzione, i pasdaran. Il corpo dei pasdaran gestisce un capitale economico-finanziario enorme, e può a buon titolo considerarsi l’unica realtà politica organizzata in Iran.

Già prima delle elezioni avevano scelto con quale candidato schierarsi e hanno appoggiato Ahmadinejad, anche contro il loro ex comandante, Mohsen Rezaii, uno dei più spietati che la storia repressiva del paese ricordi. Guardando a tutti questi fattori e allo svolgersi degli eventi, ascoltando le ultime dichiarazioni di Ahmadinejad, si ha l’impressione che chi potrebbe uscire rafforzato da questa vicenda è proprio lui, il presidente eletto, brogli o non brogli.

Ma rafforzato non tanto a scapito dei suoi avversari alle urne, quanto proprio rispetto alla carica più alta del sistema-regime, e cioè alla guida spirituale, a Khamenei, a colui che fino ad oggi ha avuto il potere di imbavagliare la stampa, bloccare le riforme ma soprattutto contenere il potere esecutivo. Se sarà così, lo si vedrà a breve. E non senza conseguenze a livello internazionale. E qui passo al secondo punto.

2 – Diverse le voci che si sono levate stupite di fronte ai toni estremamente morbidi utilizzati dalle varie diplomazie occidentali e soprattutto del documento finale dei ministri degli esteri del G7 che ha semplicemente “deplorato” la violenza che si sta consumando in Iran contro i dimostranti. Nessuna condanna. Ma l’occidente ha bisogno dell’Iran per uscire dal disastro afgano dove rischia di giocarsi non solo la faccia, ormai già bella che andata, ma il futuro di guardiano militare del mondo.

A differenza dell’Iraq, in Afghanistan è impegnata la Nato e sono le sue forze armate che stanno prendendo sonore batoste dai talebani e dai miliziani di Al Qaeda. Gli Stati Uniti in testa, vogliono tenere fuori Al Qaeda dai confini afgani prevedendo in questo modo più semplice il contenimento dei combattenti talebani sia militarmente ma anche tramite accordi ad hoc con quelle componenti considerate “moderate” (non si sa bene in base a quali criteri).

Al Zarkawi, numero due di Al Qaeda, in uno dei suoi ultimi comunicati alle forze mujaheddin si è scagliato contro il peggiore nemico dell’Islam, l’Iran sciita di Ahmadinejad. E’ stato buttare benzina sul fuoco del contenzioso religioso che quotidianamente infiamma l’Iraq: kamikaze e autobomba che esplodono nelle città, nei mercati, nelle moschee e ne quartieri sciiti di Baghdad facendo temere per il vuoto che lascerà l’imminente disimpegno statunitense dal paese. Per non parlare degli scontri avvenuti tra sunniti e sciiti prima delle elezioni nel Baluchistan iraniano, regione al confine con l’Afghanistan e soprattutto zona di traffico di droga e armi.

L’Iran è diventato nel mondo musulmano il primo paese che ha fatto della lettura integralista il proprio sistema legislativo, apripista e maestro per tutti quei paesi musulmani, anche a maggioranza sunnita, e per movimenti quali Hamas e Hezbollah. Le donne lo pagano giorno dopo giorno sulla propria pelle. Ma rimane inviso a quelle forze radicali, di matrice hanbalita o waabita, che paragonano gli sciiti a dei miscredenti, passibili di morte. In questa logica, l’Iran avrebbe nei piani USA e delle forze occidentali un doppio ruolo: di forza deterrente contro Al Qaeda in Afghanistan, ma soprattutto di forza garante di un certo equilibrio politico in Iraq, con il ritiro del contingente militare statunitense entro il 31 dicembre 2011.

A tutto ciò, alla solita realpolitik possono essere sacrificate alcune centinaia di giovani che armati di sogni o ideali provano a dare una spallata ad un regime che reagisce nell’unica maniera che da sempre conosce e reputa irrinunciabile. Come dialogare con i suoi rappresentanti? Ma anche qui la posizione del governo iraniano è in continuo movimento.

Di fronte alle dichiarazioni, pur blande e di prassi, prese dalle cancellerie occidentali e di fronte alle parole di Obama, i vari portavoce iraniani, da ultimo Ahmadinejad in persona, si sono irrigiditi, e al di là dei vari proclami di guerra, molto più ad uso e consumo interno, non si può prevedere la posizione che questo paese potrebbe assumere sia rispetto all’Afghanistan ma ancor più nella per nulla sopita polveriera irachena, il cui governo è già da tempo sotto l’influenza di Tehran (vedete la situazione di Camp Ashraf dei Mojahedin del Popolo).

Personalmente, ho sempre pensato che l’applicazione di parametri o strategie occidentali non potesse funzionare. E i risultati degli ultimi anni stanno sotto gli occhi di tutti. Trattandosi di Iran, della stessa ragione del suo regime e della sopravvivenza del suo sistema, questo vale ancora di più. La comunità internazionale sta mancando l’ennesima occasione di imporre delle sanzioni serie e rigide all’Iran, partendo dalla sanguinosa repressione ancora in atto, dalla cruenta e sistematica violazione dei diritti umani, mai cessata, che, e questo veramente potrebbe costituire per tutti noi la spia rossa che contraddistingue la natura del regime iraniano, proseguono sfacciatamente sotto gli occhi del mondo intero.

* Patrizia Fiocchetti, vedova di un rifugiato Iraniano in Italia ucciso durante uno scontro a fuoco con un drappello dei pasdaran, e' attiva nel CISDA, Coordinamento italiano Sostegno Donne Afghane. Si ringrazia Doriana Goracci

Speciale diritti

___________

NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org